Jan Huss e l’opportunismo di Mussolini

La copertina del libro

Nel 1911, Benito Mussolini, allora iscritto al Partito Socialista, fu arrestato in seguito a una manifestazione antimilitarista. I capi d’accusa erano vari e tra essi figuravano l’istigazione alla violenza, la violazione della libertà delle reclute, danneggiamenti alle linee ferroviarie, telegrafiche e telefoniche e altri. Fu condannato a un anno di carcere, condanna ridotta in appello a sei mesi. In quel periodo il futuro duce ebbe il tempo per scrivere un’opera oggi piuttosto sconosciuta: “Giovanni Huss il veridico”. Che tale opera sia così trascurata non deve stupire. Come fa notare il professor Aldo Alessandro Mola nella sua introduzione all’edizione Arktos del 2006, fu l’autore stesso a volersi liberare di questa e di altre opere dal sapore anticlericale, ritenute “scomode” una volta raggiunto il potere.

L’opera è incentrata sulla storia e sulla predicazione di Jan Huss, teologo boemo condannato per eresia per la sua denuncia della corruzione ecclesiastica e dei vizi del clero, e descrive l’ascesa e la caduta di Huss e dei suoi seguaci.

Da un punto di vista storiografico, il trattato non eccelle. La narrazione riporta i fatti principali, senza però approfondire più di tanto. Si potrebbe dire che uno studente liceale, nemmeno dei migliori, potrebbe fare altrettanto passando due o tre pomeriggi in biblioteca. Basti dire che Mussolini non fa accenno all’Ordine del Drago, creato dall’imperatore Sigismondo proprio per combattere l’eresia hussita (e l’impero ottomano) e del quale fecero parte molti nomi eminenti, come re Alfonso d’Aragona, Ferdinando I di Napoli e Vlad II Dracul, padre del famigerato Vlad l’impalatore.

L’intento dell’opera, però, era forse più politico che strettamente storiografico. Mussolini non perde occasione per dimostrare il suo disprezzo verso la chiesa di Roma, descritta a tratti in modo grottesco. Nessuno nega lo scandalo della vendita delle indulgenze o la corruzione del clero dell’epoca (e di quello odierno), ma pensare che tutti i preti e i monaci fossero dei debosciati e dei ladri, dediti a ogni tipo di sozzeria e ogni turpe vizio è ridicolo. Quella fu un’epoca di grandi peccatori, ma anche di grandi mistici e Santi. Ma l’autore ignora bellamente questo fatto e si prodiga in citazioni a detrimento della chiesa, citazioni spesso decontestualizzate e quindi fini a se stesse. Eccone un esempio:

Geiler von Kaisersbergs (un cronista tedesco) dichiara che «tutti i conventi non riformati sono ricettacoli di malfattori. Le monachelle e i novizi che entrano giovinetti, diventeranno bagasce e furfanti».[1]

Inoltre non esita ad accusare gli autori cattolici di “partigianeria” e di disonestà intellettuale nella narrazione della storia. Accusa sicuramente vera, ma piuttosto ipocrita da parte di chi fa la stessa cosa, seppur in direzione contraria.

Lo stesso Mussolini che qui denunciava la corruzione della chiesa e si sperticava nelle lodi di chi si batteva contro il potere temporale della chiesa,

Il giovane Mussolini.

svenderà buona parte del potere dello stato italiano alla chiesa con i patti lateranensi. La lettura di questo testo, inserita nel suo momento storico, ci chiarisce in modo inequivocabile la natura opportunistica di Mussolini, autore e politico sempre pronto a cambiar pensiero e faccia per far carriera. Nel 1913, anno in cui esce “Giovanni Huss il veridico”, l’anticlericalismo era di gran moda, soprattutto tra i socialisti. L’esaltazione di Huss portò senza dubbio parecchia acqua al mulino del Mussolini socialista, come anche le sue altre opere anticlericali: il romanzo “Claudia Particella: l’amante del cardinale”, che narra le avventure erotiche di un alto prelato, e “Dio non esiste”, opuscolo inneggiante all’ateismo. Tutte opere, queste, che il duce farà rimuovere dall’elenco dei suoi scritti una volta divenute “scomode”.  Opportunismo che si nota anche nel suo ambivalente rapporto con la Massoneria. Mussolini la combatté strenuamente dentro il partito socialista, nel quale propose e ottenne l’esclusione dei Massoni e la perseguitò una volta divenuto dittatore. Fu però molto più “tollerante” quando alcuni borghesi notoriamente massoni finanziarono il suo progetto nel 1919. Ma, si sa, pecunia non olet.

Le critiche ai crimini della chiesa, accusata di essere omicida e di reprimere la libertà anche con l’uso della menzogna e delle false accuse hanno il sapore della beffa, se lette alla luce della storia del ventennio e delle violenze perpetrate dal regime. Evidentemente Mussolini imparò assai bene la lezione dell’inquisizione e del concilio di Costanza, visto che ne ripropose i comportamenti e i misfatti, anche se in modo più farsesco.

Concludo con una nota positiva. Tra le varie considerazione dell’autore, una è sicuramente interessante: il legame tra le eresie e il nazionalismo tipiche di quel periodo. Tale aspetto, sicuramente presente già in alcune idee di Huss (la sua rivendicazione dell’identità ceca e l’uso della lingua nazionale, invece che del latino, nei suoi scritti) sarà poi la causa di molti dei disordini e dei massacri fatti dai seguaci del teologo e in particolare dai taboriti e dal loro condottiero e capo spirituale Zizka. Sarebbe senza dubbio stato interessante approfondirlo, ma Mussolini non lo fa, accennando solamente a tale legame, senza però cercare di analizzarne le cause e le conseguenze a livello storico. Avremmo preferito qualche pagina dedicata a questo tema, invece che la raccolta delle lettere di Huss (a cui è dedicata la terza parte dell’opera) che sono per lo più ripetitive e di nessun interesse storico o dottrinale (con eccezione di un paio di esse).

Insomma, “Giovanni Huss il veridico” è un’opera interessante più per comprendere la personalità di Benito Mussolini e la sua storia che non per il contenuto. In passato si poteva almeno attribuirle il pregio di essere una delle poche opere su Huss e gli hussiti in lingua italiana. Ma oggi, nell’epoca di internet, tale pregio è scemato essendo possibile trovare ben più dati sul predicatore boemo con poche ricerche su Google di quanti ne metta l’autore nel libro. E poiché, oltre alla narrazione dei fatti, nel testo c’è ben poco (escluso lo sfoggio di anticlericalismo), l’unico interesse rimane quello legato all’autore e alla sua storia politica e umana. Solo a tal proposito ne consiglio la lettura.

Enrico Proserpio

[1] Benito Mussolini, “Giovanni Huss il veridico”, Edizioni Arktos, 2006, pagina 21.

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