Aboliamo le prigioni?

Una delle maggiori sfide che ci troviamo di fronte è quella di elaborare un’idea nuova di sicurezza. 

Questa frase, tratta da un’intervista ad Angela Davis, potrebbe ben essere utilizzata come introduzione al libro “Aboliamo le prigioni?”,

L’autrice Angela Davis in una vecchia foto.

dove la Davis spiega la sua visione del sistema carcerario-industriale. Secondo l’autrice il carcere è il sistema con cui il capitalismo selvaggio tiene sotto controllo quelle frange di popolazione ritenute inutili. Inoltre il carcere è un business notevole, estremamente sviluppato in USA e in via di sviluppo nel nostro paese. Gli istituti sono spesso gestiti da corporation private, che vengono pagate un tot a detenuto e hanno quindi tutto l’interesse a ospitare più gente possibile e a far durare la carcerazione il più a lungo possibile. Molti dei progetti sociali di recupero dei detenuti, o di miglioramento delle condizioni di vita, in America, delle aree degradate sono stati sospesi da quei politici collusi con le stesse corporation che gestiscono le carceri. I soldi che erano investiti in questi progetti sono confluiti nelle carceri. Bisogna inoltre considerare che i detenuti negli Stati Uniti sono usati come manodopera a basso costo, senza diritto alla malattia e senza possibilità di protesta sindacale. La Davis, dati alla mano, dimostra come la popolazione carceraria non rappresenti la reale situazione della criminalità, ma sia invece puntata a reprimere gli appartenenti a minoranze come i neri, i latino-americani, i nativi americani. Lo si comprende dal fatto che i controlli su questi soggetti sono molto più frequenti e, a parità di reato, le pene per gli appartenenti a queste minoranze sono più gravi. Il carcere diventa insomma il mezzo per mantenere la società razzista e “razializzata”.

Un’immagine delle torture nella prigione di Abu Ghraib.

Altro aspetto che l’autrice sottolinea è la violenza interna alle carceri, dove spesso la legge viene violata impunemente e il prigioniero viene trattato come un oggetto e umiliato, oltre che percosso spesso senza motivo. Le donne in particolare subiscono questo aspetto. Le detenute subiscono spesso ispezioni inutili con perquisizione integrale (anale e vaginale). Tali pratiche nel mondo libero sarebbero definite violenza sessuale, ma nel carcere sembrano diventare lecite. I cittadini di USA ed Europa sono inorriditi nel vedere le foto delle torture fatte dai soldati americani ai prigionieri iracheni ad Abu Ghraib senza rendersi conto che tutti i giorni queste cose avvengono nelle carceri. La Davis fa notare come i cittadini fossero sconvolti non tanto dalla tortura in sé, ma dal fatto che tra gli aguzzini ci fosse una ragazza. Sembrava più inquietante vedere una donna fare ciò che solitamente è ritenuto maschile, piuttosto che vedere persone umiliate e percosse. La Davis fa anche notare come i prigionieri fossero percepiti come “il nemico”, come se non fossero persone con un passato, una storia, dei sentimenti. Oltre ad Abu Ghraib l’autrice parla dello scandalo dei pestaggi nel carcere di Brazoria, scandalo che probabilmente anche voi ricorderete. Qualche anno fa fu diffuso un video dove le guardie percuotevano pesantemente (anche con calci ai genitali) i detenuti e li costringevano a strisciare per sfuggire ai cani poliziotto che le guardie aizzavano loro contro. Quel caso non è isolato. Di quello si è parlato solo perché un ex detenuto ha denunciato la cosa chiedendo un risarcimento per i morsi di cane ricevuti.

Nel libro si accennano anche le alternative al carcere. Invece che creare istituti di pena bisognerebbe intervenire in quelle situazioni di povertà, di emarginazione e di degrado che producono la delinquenza. Questo sarebbe l’unico modo di risolvere il “problema sicurezza”.

La Davis descrive la situazione degli Stati Uniti, ma l’Italia sta pericolosamente prendendo la stessa china. Lo dimostra la tendenza (europea, non solo italiana) a considerare i problemi sociali (razzismo, degrado, omofobia…) solo in termini di punizione dei reati. Che utilità ha punire i reati se non li si previene? Inoltre anche da noi sta nascendo un sistema sempre più razzializzato come quello americano. Ricordiamo il reato di clandestinità introdotto dal “pacchetto sicurezza” del governo Berlusconi. Il reato in sé rende criminale la povertà e la disperazione e crea conseguenze anche culturali diffondendo il razzismo e l’odio per il “diverso”. Inoltre un qualunque reato diviene così più grave per l’immigrato irregolare che non per l’italiano o l’immigrato regolare. Insomma, come accadeva nell’America del periodo successivo all’abolizione della schiavitù, la gravità del reato non dipende dal reato stesso, ma dall’etnia di chi lo compie.

Per fortuna tale legge è stata tolta per incostituzionalità, ma resta indicativa del clima, anche considerando che la maggior parte della gente non fu per nulla scandalizzata dal reato di clandestinità e dalle sue conseguenze.

Anche l’aspetto di business delle strutture detentive sta approdando anche da noi. Nello stesso periodo del pacchetto sicurezza si è portato da tre mesi a sei il periodo di massima detenzione per i clandestini da rimpatriare. Perché? Ufficialmente per questioni di sicurezza dei cittadini (possibile che in tre mesi non si riesca a rimpatriare una persona?). In realtà basta grattare un po’ e guardare sotto la crosta e si scopre che la cooperativa che gestiva i centri, e che era pagata un tot al giorno per detenuto, è collusa col mondo politico (vedete l’indagine su Gianni Letta). Ultimamente poi anche il governo Monti ha lanciato l’idea di privatizzare le carceri introducendo quel sistema all’Americana che costituisce invece un modello da evitare come la peste. Il clandestino viene stigmatizzato, disumanizzato nelle sue caratteristiche e trasformato in una merce. La stessa cosa vale per il criminale. Il potere cerca di creare un’icona tanto incisiva quanto irreale che porta il sistema carcerario-industriale ad autolegittimarsi per opprimere quelle minoranze che non si possono sfruttare altrimenti. Vi riporto un pezzo del libro: 

Pensiamo ad esempio alla psicosi dello stupratore nero subito dopo l’abolizione della schiavitù. Il mito dello stupratore nero era una componente chiave di una strategia ideologica volta a riformulare i problemi derivanti dalla necessità di gestire i neri appena affrancati. Analogamente, la psicosi della criminalità non è legata a un aumento materiale della delinquenza, ma piuttosto al problema di gestire vasti settori della popolazione… resi superflui dal sistema del capitalismo globale. 

Non vi ricorda la psicosi dello stupratore rumeno che torna periodicamente di moda da noi? Senza considerare l’”emergenza sicurezza” tanto urlata dai nostri politici e tanto negata dai numeri…

La violenza nelle carceri è poi una realtà che viene sempre più a galla nel Bel Paese. Basti ricordare i casi di Federico Aldovrandi, che in carcere non arrivò mai perché fu ucciso dai poliziotti direttamente in strada e per futili ragioni, o quello di Aldo Bianzino, arrestato perché aveva due piante di Cannabis in giardino e ucciso in carcere a suon di percosse. Ho già parlato in passato di questi casi e della campagna di solidarietà per aiutare Rudra Bianzino, il figlio di Aldo che si ritrova solo, e vergognosamente abbandonato da quello stato che l’ha reso orfano. Non credo si possa pensare di creare, attraverso riforme, un carcere esente da violenza, perché il carcere è per sua natura violento.

Concludo con due parole su Angela Davis. L’autrice è una professoressa universitaria americana, nera, che ha subito sulla sua pelle le conseguenze del carcere. Fu infatti arrestata con l’accusa di omicidio, rivelatasi poi falsa, e poté quindi capire per diretta esperienza cosa sia la prigione. Il vero motivo dell’arresto fu in realtà la sua attiva militanza nel movimento delle pantere nere, organizzazione che si batteva per i diritti della minoranza nera americana. Fu assolta anche grazie a una mobilitazione mondiale da parte dei sostenitori dei diritti civili. Fu candidata come vicepresidente degli USA per il Partito Comunista Americano (esiste, anche se non se ne parla).

Enrico Proserpio

 

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