Due riflessioni sulla libertà di morire

Il caso di Fabiano Antoniani (DJ Fabo) ha scatenato in questi giorni un tumulto di voci a favore e contro l’eutanasia. Posizioni già viste, trite e ritrite, sempre uguali a ogni manifestazione del problema (ricordiamo il caso di Piergiorgio Welby o quello, pur differente, di Eluana Englaro) e che sembrano non voler giungere a una soluzione.

Fabiano Antoniani (DJ Fabo) con la compagna Valeria.

Personalmente credo che entrambi gli schieramenti pecchino di superficialità e ignorino (chi in buonafede, chi meno) le criticità della loro posizione. È dunque necessario fare gli opportuni distinguo.

Decidere per la propria vita dovrebbe essere un diritto di tutti, diritto che dovrebbe essere garantito e tutelato dalla legge e dalle istituzioni. La domanda vera è: fino a che punto lo stato deve aiutare (o permettere a dei privati di aiutare) praticamente le persone che vogliono porre fine alla loro vita a farlo? Una domanda dalla risposta tutt’altro che scontata.

Quando si parla di malati terminali, o di persone in condizioni molto gravi, come fu per Welby nel 2006 e come è stato per DJ Fabo in questi giorni, è semplice sentirsi solidali con chi chiede di poter metter fine alle sofferenze di una vita ritenuta non più degna di essere vissuta. Impedire a queste persone di morire, obbligarle a restare prigioniere di un corpo ormai inerte, è crudeltà. E poiché spesso non possono farlo da soli, è necessario che lo stato crei le condizioni necessarie affinché le persone possano scegliere liberamente e in coscienza cosa fare della propria esistenza.

Caso ben diverso è il suicidio assistito per persone non malate, purtroppo legale in alcuni stati, tra i quali la vicina Svizzera. Il suicidio è un atto disperato, sicuramente derivante da una sofferenza lunga e pesante, tanto da giungere a desiderare (e attuare) l’annientamento. Verso chi sceglie di compiere un simile gesto ho un sentimento di rispetto e di compassione (nel senso più nobile del termine, di condivisione del dolore) e non giudico le intenzioni o l’atto, né, tantomeno, la persona. Come ci si può permettere, come tanti benpensanti arroganti fanno, di giudicare e sentenziare su una cosa del genere? Come si può fare del facile e sciocco moralismo su una sofferenza così grande?

Dall’essere solidale con chi giunge a suicidarsi o a tentare il suicidio, al fornire i mezzi per farlo, però, ce ne passa. Uno stato che istituzionalizza il suicidio, fornendo i mezzi o, peggio, permettendo che qualcuno lucri sul dolore degli altri fornendo la morte a pagamento, è uno stato che ha perso la battaglia per la civiltà. Un paese civile dovrebbe avere istituzioni che stiano vicine alle persone in difficoltà, che diano supporto a coloro che soffrono affinché possano superare quello stato di sofferenza e vivere in modo soddisfacente. Invece oggi molti paesi e molti politici preferiscono prendere la via facile e meno costosa (se non, addirittura “produttiva” in senso economico), spacciando per “libera e serena scelta” ciò che è, in realtà, il risultato di un dolore (morale, in questo caso) soverchiante. Senza considerare la possibilità, concreta, che si arrivi a pensare che il suicidio sia cosa opportuna per chi non fosse più “utile” alla società. Un rischio che si corre anche con l’eutanasia, se si dà il potere ai familiari di decidere per chi non può farlo autonomamente. Mi riferisco a quelle persone anziane o mentalmente disabili che non hanno la lucidità mentale per decidere per sé, ma che non sono malate terminali o fisicamente impossibilitate a vivere autonomamente. In base a cosa una persona può stabilire se la vita altrui è o meno degna di essere vissuta? Si rischierebbe di finire con l’applicare l’eutanasia a persone che non vorrebbero morire, sulla base di idee preconcette e stereotipate, magari pietiste, della disabilità o, peggio, sulla base di interessi personali, come il non volersi occupare di qualche parente anziano.

Anche nel caso in cui la persona non possa decidere autonomamente per sé, comunque, si deve distinguere tra i diversi casi. Casi come quello di Eluana Englaro o di Terri Schiavo, le cui protagoniste erano tenute in vita dalle macchine, ma non erano più in grado di sentire nulla a causa della morte cerebrale, non possono essere paragonati all’eutanasia praticata su persone ancora senzienti e in salute, seppur non del tutto in grado di intendere e volere. Nei casi citati tenere in vita persone che, di fatto, sono già morte è accanimento terapeutico. Non a caso ciò che si fece in entrambi i casi fu “staccare la spina”, ovvero sospendere l’alimentazione del corpo. Una cosa ben diversa dal somministrare una dose di veleno per causare attivamente la morte.

Va detto che simili casi potrebbero divenire molto meno problematici, sia per lo stato, sia per i cari della persona che si trovano a dover prendere la decisione, introducendo il semplice strumento del testamento biologico, che permetterebbe a tutti noi di lasciar scritto cosa fare in caso finissimo in stato vegetativo.

In conclusione, ciò che oggi è sempre più importante fare è una riflessione profonda sul tema, tenendo ben presente la libertà delle persone, ma considerando anche il valore della vita umana e della tutela delle persone più deboli. Una riflessione che sarà possibile solo se le diverse parti si confronteranno in buonafede e per il bene comune e non per mettersi in mostra e guadagnare facili consensi facendo scandalo, cercando di imporre la propria visione a qualunque costo. Ce la farà il nostro paese?

Enrico Proserpio

2 pensieri riguardo “Due riflessioni sulla libertà di morire

  • marzo 5, 2017 in 12:59 pm
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    nei paesi dove l’eutanasia e il suicidio assistito è legale ci sono leggi, norme che lo regolano ,chi accompagna una persona in uno stato estero per l’eutanasia o il suicidio assistito in Italia rischia fino a12 anni di carcere, dev’essere garantito oltre alle sofferenze inutili ,morte col rantolo, un ponte da cui buttarsi o una rotaia su cui stendersi una morte senza sofferenza

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    • marzo 5, 2017 in 7:59 pm
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      In molti paesi è permesso a tutti accedere al suicidio assistito. In Olanda, per fare un esempio, un uomo ne ha usufruito perché non riusciva a smettere di bere e si sentiva un fallito. La sua storia è stata raccontata dalla sorella giornalista. Uno stati civile non gli avrebbe dato gli strumenti per uccidersi, ma quelli per risolvere i suoi problemi e rimettersi in piedi. Negli USA poi, negli stati dove il suicidio assistito è permesso, molti di coloro che lo richiedono sono anziani che non vogliono essere di peso ai parenti. Il capolavoro del “produci consuma crepa”. Quindi, ben venga questo diritto per le persone con gravi situazioni di salute, come il caso di Fabo e di Welby. Ma si devono porre limiti chiari.

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