L’Appeso

Ho scritto questo racconto qualche anno fa, per una raccolta da me ideata di racconti ispirati alle lame dei Tarocchi. Dodici autori (me compreso) scrissero delle opere basandosi sui ventidue arcani maggiori. Le carte vennero assegnate agli scrittori estraendo a sorte. A me toccarono “Il Carro” e “L’Appeso”. 

L’Appeso” è la tragica storia di un amore finito male, ambientata nel vecchio West. Non quello reale, ma quello dei film che tutti noi conosciamo, con i suoi stereotipi e i suoi canoni narrativi, con i quali mi sono divertito a giocare.

Buona lettura.

Jacob era arrivato nella cittadina qualche tempo prima, in una rara giornata di pioggia. Nella piccola piazza sterrata risaltava chiassosamente un’insegna. C’era scritto La Pistola Parlante. Sotto l’insegna si apriva una porta sgangherata da cui uscivano voci, urla e risate miste a bestemmie di ogni tipo. «Un saloon», aveva pensato Jacob. Era entrato e da lì non si era più mosso.

Un giorno d’estate, mentre il sole spaccava le pietre e impolverava le strade, un rumore d’allegria aveva colpito le sue orecchie. Nella piazza stava facendo il suo ingresso un colorato carro di puttane. «Carne fresca, Jacob!» Gli aveva detto Hermes, il proprietario del saloon. Le ragazze erano entrate cianciando spensieratamente, riempiendo l’aria di dolci profumi, tanto inusuali in un postaccio lercio come quello. Tutti gli avventori si erano zittiti. Un cowboy, intento a mangiare un’abbondante pentola di fagioli, era restato immobile, col cucchiaio di legno sospeso a mezz’aria e la bocca aperta, piena di “chili” in poltiglia. Una delle ragazze, bella, bionda e boccolosa, con due tette sode e ballonzolanti e un culo da favola, gli si era avvicinata, gli aveva accarezzato il mento dolcemente, guardandolo con occhi da gatta, e gli aveva chiuso la bocca dicendo: «chiudi bello, sennò si fredda.» Il cowboy non aveva risposto. Tutti ridevano.

Tra le ragazze una era più taciturna. Era una giovane nera, dagli occhi profondi come la notte e le labbra carnose e sensuali. Era stata liberata da poco, appena finita la schiavitù. Non aveva nessuno e nessuno in questo sporco e vigliacco West le aveva dato una mano. Era stata assunta da un ricco commerciante come cameriera. Quel porco aveva tentato di violentarla. Non c’era riuscito: aveva un bel caratterino, la piccola! L’aveva preso a calci e se ne era andata. «Meglio far la puttana, meglio farsi pagare che darla gratis a questi bianchi bastardi!» aveva pensato lei. Eccola lì quindi, tra le sue compagne, vestita di fronzoli rossi e merletti, ad adescare poveri cowboy che non vedevano una femmina, non a due zampe almeno, da mesi!

Jacob l’aveva vista entrare, fiera e calda, con quello sguardo da animale selvaggio. Nessuno sapeva il suo nome. La chiamavano “la nera” e basta. Era rimasto folgorato. Da allora non aveva altro desiderio che accarezzare quei capelli, non sognava altro che quelle labbra, quelle braccia tornite nell’ebano, quei seni caldi come pece bruciante.

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