La sentenza di Trento: storica, ma non positiva

Gran parte del mondo lgbt sta festeggiando la storica sentenza di Trento che ha riconosciuto il diritto alla genitorialità di una coppia gay. Che sia una sentenza storica è fuor di dubbio, almeno per il nostro paese. Sul fatto invece che sia una sentenza positiva, i dubbi ci sono eccome.

La battaglia per la genitorialità delle coppie omosessuali è giusta e sacrosanta. Nessuno mette qui in dubbio il diritto delle persone omosessuali a costruire una famiglia e ad avere figli. Per questo ci si deve battere per ottenere il pieno diritto all’adozione, sia quella dell’eventuale figlio del compagno, sia quella vera e propria. Perché dunque la sentenza del tribunale di Trento è negativa? Semplicemente perché equipara ciò che uguale non è: essere genitore naturale e farsi fare un bambino con l’utero in affitto.

La sentenza, infatti, non ha permesso l’adozione del figlio del compagno (conosciuta come “stepchild adoption”), come avrebbe dovuto, ma ha

Il tribunale di Trento.

riconosciuto la completa genitorialità ai due padri, stabilendo che comprare degli ovuli e pagare una donna perché faccia da incubatrice per nove mesi è la stessa cosa che essere genitori naturali. La realtà dei fatti sembra essere, in questo caso, irrilevante. Cosa volete che sia la realtà davanti alla sentenza di un tribunale? Che ci piaccia o no, il compagno del padre naturale dei due bambini non è genitore degli stessi, non in senso fisico. Lo può essere (e questo gli deve essere garantito) in senso legale e nella pratica. Per questo esiste una cosa chiamata “adozione”. Voler negare la realtà come se bastasse una sentenza per stravolgere la natura è un’assurdità. Se poi questa assurdità legittima una cosa come l’utero in affitto, la cosa diventa anche pericolosa.

Ecco dunque il vero problema: la legittimazione di una pratica immorale come l’utero in affitto. Immorale perché mercifica l’essere umano e apre la strada a una nuova forma di sfruttamento delle donne, ridotte in tale pratica a delle macchine incubatrici. Perché dietro la retorica della “libera scelta” delle donne che si prestano a tale pratica e delle “motivazioni altruistiche” che le spingerebbero a farlo, c’è un mondo ben diverso, fatto di povertà e di sfruttamento delle miserie umane. Nei paesi dove tale pratica è regolamentata e controllata (gli USA, per esempio) le donne che si prestano alla “genitorialità per altri” (GPA, il nome politicamente corretto dell’utero in affitto) lo fanno per povertà, perché non hanno (o non vedono) altra possibilità per campare. E non si dica che è “un lavoro come altri” e che quindi il discorso non regge. Portare in grembo un bambino non è come fare la commessa o l’operaia. La gestazione implica una serie di conseguenze fisiche, psicologiche, emotive ben diverse da quelle derivanti dal comune lavoro. Pensare che una donna possa portare in grembo un bambino per nove mesi per poi separarsene completamente di punto in bianco, per contratto, è a dir poco abominevole. Significa pensare che le persone possano essere trattate come oggetti, mercificate e ridotte a macchine produttrici. E se questo è schifoso nell’ambito dei comuni lavori, lo è ancor più quando si parla di qualcosa di delicato e fondamentale come la genitorialità. Un ambito, questo, da cui gli affari e la speculazione dovrebbero essere esclusi.

Se poi guardiamo ai paesi del terzo mondo, possiamo trovare un sacco di esempi di vero e proprio sfruttamento di donne costrette a prestarsi a fare da madri surrogate dalla miseria e dalla fame o, peggio, da padri, mariti, fratelli che poi si intascano i soldi. Il tutto per soddisfare i capricci di ricchi egocentrici che ritengono assolutamente necessario trasmettere i propri geni, anche se questo significa calpestare i diritti e la dignità di qualcun altro. Ricordo le foto di alcuni ricchi gay israeliani sorridenti, con i loro bambini appena ritirati, di ritorno dal Nepal dove avevano lasciato le madri dei loro figli tra le macerie del terremoto appena avvenuto. Un’immagine emblematica di una cultura che sostituisce la coscienza e l’etica col denaro.

Anche il bambino, anzi, soprattutto lui, viene ridotto a merce. La riproduzione umana diventa un lavoro eseguito su contratto e il bambino è il prodotto di tale lavoro. Una merce come le altre. Un caso recente è molto indicativo in tal senso. Una coppia italiana (etero questa volta) si è vista togliere il bambino di nove mesi perché geneticamente non loro. I due erano andati in Russia dove avevano comprato ovuli e sperma da dei donatori e usufruito dell’utero in affitto per mettere al mondo il figlio, poi registrato all’anagrafe italiana come fosse loro. Personalmente non vedo la differenza tra questo e il traffico di bambini. Perché mai farselo fare su ordinazione dovrebbe essere più morale che comprarlo già fatto? A questa coppia il bambino è stato portato via, dimostrando che ancora c’è un limite alla possibilità di soddisfare ogni capriccio. Ma quanto reggerà questo limite davanti all’incalzare del mercato e di nuove possibilità di fare soldi?

Un’ultima motivazione, infine, mi fa dire no all’utero in affitto. Al mondo ci sono milioni di bambini orfani che non chiedono altro che avere una famiglia (e non fanno tanti distinguo tra etero o gay) e ricorrere all’utero in affitto per avere un figlio geneticamente proprio (come se l’umanità non potesse fare a meno dei propri geni) è un atto egoistico giustificabile forse di un mammifero qualunque, ma non in un essere umano degno di tale nome.

Battiamoci quindi per le adozioni, perché vengano permesse anche a coppie omosessuali e a persone singole e perché divengano più facili, invece che batterci per una scorciatoia facile per soddisfare i nostri capricci egoistici (e far guadagnare le agenzie che si occupano di GPA). Forse così avremo un mondo migliore e più civile e non un nuovo mercato dello sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi.

Enrico Proserpio

2 pensieri riguardo “La sentenza di Trento: storica, ma non positiva

  • marzo 5, 2017 in 12:25 pm
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    credo che la sentenza del tribunale di Trento non ci azzecchi nulla con ” l’utero in affitto” , non corrisponde al vero che siano solo le donne povere disposte alla gestazione per altri vorrei ricordarti che l’adozione ai single gay o etero in Italia è vietata , ci mancava la ciliegina sulla torta: i ricchi gay israeliani

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    • marzo 5, 2017 in 7:53 pm
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      Quel che ho scritto nell’articolo è la realtà dei fatti. Certo, ci sono esempi di donne benestanti che si sono prestate alla gestazione per altri per amiche o parenti. Ma sono pochissimi casi. Nella gran parte dei casi avviene come ho scritto. Si potrebbe trovare un giusto compromesso: permettere la gpa ma solo a titolo gratuito e impedendo che terzi ci lucrino. Ma forse poi non si troverebbero più tutte queste donne “altruiste”.

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