Beni comuni. Un manifesto

L’immaginario moderno assume come naturale, quanto il sorgere e il tramontare del sole, lo sfruttamento dei beni comuni tramite un processo di consumo che ne costituisce un’inevitabile privatizzazione a favore di chi […] meglio, ovvero in modo più efficiente, sa goderne e trarne profitto. Come già sappiamo, tuttavia, i beni comuni non possono ridursi a meri oggetti (risorse naturali): essi, infatti, assumono valore in quanto intimamente collegati alla vita.

La copertina del libro.

Così scrive Ugo Mattei nell’introduzione del suo libro “Beni comuni. Un manifesto” dove tratta la tematica, oggi sempre più dimenticata, di quei beni che devono essere considerati come comuni e quindi al di fuori del discorso economico strettamente inteso. L’acqua, la terra, le risorse primarie per la sopravvivenza, non possono essere considerate come merce, ma devono essere beni in mano alla comunità che deve poterne disporre affinché tutti abbiano diritto alla sopravvivenza. Il processo di continua privatizzazione di questi anni sta via via erodendo i beni comuni senza che, spesso, ci si renda conto di ciò che sta accadendo. Certo, a volte la gente si ribella a questo meccanismo e pone in atto delle proteste che possono fermare le privatizzazioni. È il caso dei referendum sull’acqua del giugno 2011 che hanno detto no alla privatizzazione di uno dei più importanti beni comuni del mondo. Ma è una vittoria scarsa, momentanea, che non ha portato ad altro che a un rallentamento delle privatizzazioni. Laddove, infatti, l’acqua era già stata privatizzata, nulla si è fatto per riportarla in mani pubbliche. Per il nostro stato il tema è solo rimandato come dimostrano le dichiarazioni di ministri e politici di diversi schieramenti che ancora insistono sulla “necessità” di privatizzare l’acqua. Il fatto è che la politica è stretta in una tenaglia fatta dalla proprietà privata da una parte e da quella pubblica dall’altra che non ammette, a livello ideologico, il concetto stesso di “bene comune”. Esso infatti è cosa diversa dalla proprietà pubblica. Un bene comune è infatti accessibile a tutti ed è amministrato dal basso, dalla comunità e non da un’autorità che centralizza in sé il potere di usufruirne. Pensiamo solo ai tanti terreni pubblici incolti che potrebbero essere dati a dei contadini mentre restano fermi a coprirsi di rovi.

Bisogna, prima di tutto, quindi, sfuggire all’immaginario attuale che riduce tutto a una questione di profitto e non tollera ciò che è comune, che

Ugo Mattei, autore del libro.

sfugge a una valutazione puramente quantitativa e monetaria, ma che trova invece il suo valore nella qualità della vita che rende possibile, nella dignità dell’uomo. La logica del profitto, che spinge alla privatizzazione di tutto, porta alla rovina, alla distruzione irresponsabile di tutto, diritti e dignità compresi, nel nome del denaro e dell’accumulo. I beni comuni vengono cancellati dalla politica, eliminati dalla mente dell’uomo e resi proprietà di pochi. In Italia non ne abbiamo una percezione reale perché le cose sono più sfumate, ma nel terzo mondo il concetto è chiaro. Nei paesi poveri le multinazionali cacciano, spesso con la forza, i contadini da terreni che hanno coltivato per generazioni adducendo come scusa che non sono di loro proprietà. Un bene comune che garantiva la vita diventa così privato e garantisce solo e unicamente l’accumulo di capitale all’azienda, gettando nella miseria interi popoli.

Caso emblematico è quello della Bolivia. L’allora presidente Sanchez de Lozada, spinto dagli interessi delle corporation americane decise di privatizzare l’acqua. Il sistema idrico fu dunque acquistato dalla Bechtel. I prezzi dell’acqua aumentarono e la gente cominciò a non potersela più permettere. Non potendo più acquistare l’acqua, molti costruirono delle cisterne di fortuna, per raccogliere la pioggia, in modo da poter sopravvivere. Ma per i “signori” della Bechtel l’acqua era una merce e in Bolivia quella merce era loro. Fecero causa per far distruggere le cisterne. Se non puoi pagare l’acqua devi crepare di sete, insomma. La gente non lo permise. Si ribellarono e anche il presidente, corrotto, fu cacciato. Oggi la Bolivia, insieme all’Ecuador, è l’unico paese che include il discorso dei beni comuni nella costituzione.

La scelta oggi non è più ideologica, ma sostanziale. È una scelta tra la distruzione e la vita, tra la miseria e la dignità. Non si può più rimandare, bisogna decidere chiaramente cosa sia prioritario: il profitto e l’accumulo di capitale delle grandi compagnie o la sopravvivenza del pianeta e la giustizia.  Per me la scelta non è difficile, ma sembra che la politica e gran parte della società sia ancora chiusa nella fantasia liberista secondo la quale l’accumulo di capitale porta benessere a tutti ed è l’unica via possibile. Non è così, non è l’unica via, ma solo la peggiore e questo trattato contribuisce largamente a dimostrarlo.

Mattei analizza in termini storici la nascita dell’economia attuale e della rapina dei molti a vantaggio di pochi e parla diffusamente dei rapporti tra politica ed economia e di come questo binomio sia causa di non pochi danni. Molto interessanti sono i discorsi sulla scuola, e l’università in particolare, e su internet.

L’università è sempre più in via di privatizzazione in nome dell’”efficienza”. Questo però porta all’esclusione di coloro che hanno una visione diversa da quella dominante. Anche in questo noi siamo agli inizi, mentre gli USA hanno realizzato la cosa da tempo. Negli Stati Uniti le università ragionano in modo aziendale e sono costrette a una concorrenza tra istituti per conquistarsi studenti e, soprattutto, fondi. Per questo assumono professori famosi, che pubblicano molto e che magari parlano nei talk show. E questi sono, invariabilmente, esponenti di quella visione maggioritaria che alle corporation (che controllano i media) piace tanto. La fama è divenuta più importante della competenza e non a caso i ragazzi bravi nello sport sono contesi dagli istituti più di quelli bravi nelle scienze o nelle varie altre materie di studio. Ne segue un appiattimento dell’accademia e della cultura su un pensiero unico assurdo e distruttivo. La gente però crede sempre meno a questo modello che oggi, con la crisi, mette in evidenza la sua fallacia e la sua ingiustizia.

Internet è ritenuto sempre più un bene comune, uno spazio libero ed egualitario dove tutti possono esprimersi. Mattei però mette in dubbio questa tesi. Se infatti internet è nata su questo concetto, oggi è in atto sempre più un accaparramento della rete da parte di multinazionali e governi (USA in particolare) per il suo controllo. Questo attacco alla libertà di internet passa attraverso diversi meccanismi, ma soprattutto attraverso il controllo dei server che indicizzano i siti e i contenuti, quelli cioè che danno un indirizzo a ciò che pubblichiamo. Basta evitare che ciò accada, basta non indicizzare un sito perché questo sia semplicemente introvabile. Quasi tutti questi server sono di proprietà del governo degli USA il quale, è cosa nota, è al servizio delle corporation. Va inoltre ricordato che internet non è solo virtuale. I dati sono registrati su dei server che sono di proprietà di stati e multinazionali. E proprio l’industria dell’elettronica è una di quelle che generano più ingiustizie, inquinamento e speculazioni sulla pelle della gente. Insomma, la “democratica” internet si basa sull’ingiusta e antidemocratica industria dell’elettronica. Se vogliamo che internet sia davvero uno spazio di libertà e democrazia, un bene comune, dobbiamo lottare perché l’industria cambi e smetta di avvelenare l’ambiente e migliaia di persone coi suoi rifiuti tossici.

Vi lascio con un brano tratto dall’Utopia di Tommaso Moro, che dimostra come il problema sia vecchio di secoli, consigliandovi caldamente il libro di Ugo Mattei.

Le vostre pecore […] che di solito son così dolci e si nutrono di così poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, campi, case e città. In quelle parti infatti del reame dove nasce una lana più fine e perciò più preziosa, i nobili e signori e perfino alcuni abati, che pure son uomini santi, non paghi delle rendite e dei prodotti annuali che ai loro antenati e predecessori solevano provenire dai loro poderi, e non soddisfatti di vivere fra ozio e splendori senz’essere di alcun vantaggio al pubblico, quando non siano di danno, cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, e così diroccano case e abbattono borghi, risparmiando le chiese solo perché vi abbiano stalla i maiali; infine, come se non bastasse il terreno da essi rovinato a uso di foreste e parchi, codesti galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto c’è di coltivato sulla terra. Quando dunque si dà il caso che un solo insaziabile divoratore, peste spietata del proprio paese, aggiungendo campi a campi, chiuda con un solo recinto varie migliaia di iugeri, i coltivatori vengono cacciati via e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del proprio, ovvero, sotto l’aculeo di ingiuste vessazioni, son costretti a venderlo […]

E una volta che in breve, con l’andar di qua e di là, hanno speso tutto, che altro resta loro se non rubare, per essere di santa ragione, si capisce, impiccati, o andar in giro pitoccando? Sebbene […] anche in questo secondo caso vengono, come vagabondi, gittati in carcere, perché vanno attorno senza lavorare. Vero è che, per quanto essi si offrano di gran cuore, non c’è nessuno che li prenda a servizio. Dove nulla si semina, nulla c’è da fare pei lavori dei campi, a cui erano stati abituati. Un solo pecoraio o bovaro, se pure, è sufficiente per quella terra serbata a pascolo, mentre per coltivarla, per potervi seminare, occorrevano molte mani.

Enrico Proserpio

 

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