La scommessa della decrescita

La copertina del libro.

Il nostro mondo sta andando verso la catastrofe. Si consuma impunemente più di quanto il pianeta produca, dando fondo alle scorte naturali di risorse non rinnovabili, come il petrolio o l’uranio. Nel frattempo si produce una quantità di inquinamento di parecchie volte superiore a quella che la Terra può sopportare. Le conseguenze di ciò sono davanti agli occhi di tutti: malattie, uragani, desertificazione, riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacci…

Ma non è tutto. Anche nei paesi del Nord del mondo sta avanzando il deserto. Non si tratta di un deserto fisico, ma di un deserto sociale, morale. Le persone sono sempre più circondate da un vuoto umano che gli oggetti non riescono a riempire. È sempre più evidente che “ben-avere” non è sinonimo di “ben-essere”. Cosa sta alla base del problema? Semplice: la crescita economica.

Un sistema economico basato sulla continua crescita ha bisogno di un continuo aumento dei consumi che presto si trasforma in spreco di risorse. Un simile sistema, però, non può funzionare per ragioni tanto semplici quanto ignorate: le risorse non sono infinite e, quindi, la produzione non può crescere in modo indefinito. Inoltre la crescita crea distruzione, funziona solo finché i veri costi della produzione, dei trasporti, della commercializzazione e ogni altra spesa sono scaricati sulla natura e su popolazioni povere e schiavizzate. Se le spese reali del petrolio (malattie causate dai gas di scarico, guerre sostenute per averlo ecc.) fossero pagate dalle multinazionali, la benzina negli USA costerebbe 14 dollari al gallone americano (3,785411784 litri), invece che un dollaro.

Nonostante questo, si continua a sostenere che la soluzione al problema è la crescita. In pratica, la soluzione sarebbe uguale alla causa del problema stesso.

Serge Latouche, autore del libro.

Perché? In parte perché chi sta al potere ha convenienza a che il sistema rimanga tale. Pensare che sia tutto qui sarebbe, però, riduttivo e fuorviante. C’è una causa più profonda: un immaginario collettivo malato. Continuiamo a pensare che “avere di più” e “stare meglio” siano sinonimi e continuiamo a perseguire una bulimia consumistica che aggrava i nostri problemi, invece che risolverli, rendendoci, di fatto, dei tossicodipendenti economici. Il tossico, in effetti, sta male a causa della droga, ma continua a cercarla perché non può farne a meno. Anche noi ci comportiamo così nei confronti dei beni. Pensiamo all’ingordigia nel voler avere abiti firmati, auto belle o cellulari di ultima generazione pieni di inutili funzioni. Pensiamo al senso di frustrazione che attanaglia chi non può avere ciò che desidera, o chi è costretto a usare cose di seconda mano. Questa è la vera miseria: il sentirsi inferiore, triste, perché non si possiedono quegli oggetti che la società eleva a simbolo di ricchezza e benessere. Già, perché l’immaginario è condiviso da tutti, dai ricchi che hanno e sfoggiano e dai poveri che non hanno e invidiano. Il consumismo è il vero dato culturale dell’immaginario odierno, la vera causa della disfatta prossima della nostra “civiltà”, il vero “pensiero unico”. Un pensiero tanto radicato che addirittura molti attivisti delle associazioni a favore del Terzo Mondo, molti di coloro che si battono contro la miseria e la fame, continuano a credere che solo l’applicazione del nostro modello economico produttivista, basato sulla crescita, possa risolvere la fame. Anche qui si propone la causa del male come medicina per curarlo. Questo pensiero unico è talmente radicato da generare l’illusione che sia un dato oggettivo e non culturale. I suoi sostenitori non si accorgono dell’evidente etnocentrismo di questa idea.

Questi e molti altri punti sono analizzati da Serge Latouche nel suo libro “La scommessa della decrescita”. L’autore non si limita ad analizzare la situazione, ma propone anche una soluzione: la decrescita, ovvero l’uscita da una mentalità di mercato, da un mondo governato solo dall’economia per creare un mondo nuovo, basato sulle reali necessità dell’essere umano e su una reale ricerca della felicità.

Il libro parte dall’analisi e dalla trattazione di diversi argomenti economici e sociali, come critica e descrizione della nostra società. Suffragato dalle teorie di pensatori passati e presenti come Cornelius Castoriadis, Jacques Ellul, Alex Zanotelli, Maurizio Pallante, egli ci accompagna in una disanima delle questioni più importanti, senza tralasciare di parlare dei fondamenti teorici del sistema attuale. Particolarmente importante la critica al PIL (prodotto interno lordo) come indice del benessere delle nazioni. L’autore fa notare come il PIL comprenda qualsiasi produzione economica (espressa, quindi, in quantità di denaro) ignorando scambi gratuiti, come il volontariato, che sono invece ricchezze immense per la società. Inoltre il PIL ingloba acriticamente qualsiasi cosa produca soldi e, quindi, anche ciò che provoca malessere, come le catastrofi, il consumo indiscriminato, lo spreco. Terzo: il PIL somma cose che invece dovrebbero sottrarsi. Un esempio: sia i soldi derivanti dalla vendita di sigarette, sia quelli derivanti dalla cura di malattie causate dal fumo finiscono nel PIL, ma nella realtà una cosa elimina l’altra. Se si analizzasse la reale produzione di benefici la situazione apparirebbe ben diversa.

Che fare dunque? Latouche ci presenta una prospettiva diversa, basata sul rispetto dell’uomo e dell’ambiente e sulla rivalutazione delle realtà locali. Si tratta di cambiare l’immaginario collettivo, di tornare a una visione umana di ciò che è importante e di ciò che non lo è, di riscoprire il valore dei rapporti sociali, per poi instaurare un sistema in cui si produca ciò che serve e non di più. Può sembrare utopico, ma non lo è. Latouche è molto pragmatico e mette in dubbio visioni troppo idealiste.

Il programma decrescentista si basa su otto principi fondamentali inizianti tutti con la lettera “R”: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Non analizzerò i punti per non allungare troppo questo articolo. Per un approfondimento vi rimando al libro e al sito decrescita.it.

Molto interessante è l’analisi finale di un eventuale futuro panorama. I casi sono due: una democrazia basata sulle piccole comunità locali, o una dittatura che imporrà l’ecologia. Non si tratta di ideologia, ma di necessità. La posta in gioco è la sopravvivenza della specie umana. Non stiamo parlando di un lontano futuro, ma di un tempo che vedremo anche noi. Secondo alcuni scienziati, se l’inquinamento andrà avanti a crescere come ora, la sterilità farà estinguere l’uomo intorno al 2060. Una stima forse eccessivamente catastrofica, ma comunque giustificata dalla realtà dei fatti.

Al di là di tutto, una cosa è certa: la decrescita verrà, perché sarà imposta dal crollo del sistema. Sta a noi decidere se sceglierla in modo dolce o vedercela imporre da catastrofi e dittature. L’umanità saprà scegliere?

Il libro è molto valido, completo e scritto in modo semplice. Non bisogna essere dei dottori in economia per comprenderlo. Latouche non ignora le critiche che i sostenitori della crescita pongono alla decrescita, ma le smonta con ragioni forti, mai campate in aria. La critica principale è data dall’equivalenza fatta dai detrattori tra decrescita e recessione. Niente di più sbagliato. La decrescita significa diminuzione della produzione solo nei contesti dove è necessario per riportare la produzione all’interno della quantità di risorse disponibili. Paradossalmente in paesi come quelli africani potrebbe tradursi in un iniziale aumento della produzione. La critica è invalidata soprattutto dalla stessa base su cui poggia: chi paragona decrescita e recessione giudica la teoria della decrescita coi parametri del capitalismo produttivista. È ovviamente sbagliato giudicare un sistema di pensiero coi parametri di un altro.

La seconda grande critica deriva dalla prima. Certi economisti, spesso “di sinistra” e impegnati sulla questione del Terzo Mondo, dicono che un sistema decrescentista non sfamerebbe l’Africa e gli altri paesi poveri. Nulla di più errato. Prima che il capitalismo mettesse le mani sull’Africa la fame era sconosciuta. È stata l’imposizione di produzioni industrializzate, di grandi dimensioni, che ha eliminato il sistema dei beni comuni per dare le risorse in mano a pochi, che ha creato la fame e la miseria. L’inquinamento col riscaldamento globale sta facendo il resto. Decrescita significa anche riappropriazione da parte del popolo delle risorse comuni (dette “commons” in economia) quali la terra, l’acqua, i boschi, i pascoli… Significa una gestione comunitaria e differente da contesto a contesto, da cultura a cultura, significa presa di coscienza della gente. Per questo Latouche insiste sulla decolonizzazione dell’immaginario e sulla fine dell’etnocentrismo.

Interessante è anche l’analisi delle altre teorie ecologiste e “alternative”. In particolare Latouche dimostra l’assurdità dello “sviluppo sostenibile”. Lo sviluppo, in quanto aumento di produzione, non può essere sostenibile, per sua stessa natura. Aggiungere ammortizzatori sociali e ecologici alle leggi economiche serve solo a rallentare l’avanzata del mondo verso la catastrofe.

Un libro, quindi, sicuramente consigliato.

Enrico Proserpio

 

 

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