Bullismo: un problema culturale

Quattro quindicenni di Vigevano sono stati arrestati in queste ore per reati gravissimi nei confronti di un loro coetaneo. Si parla di violenza privata aggravata, riduzione in schiavitù e pornografia minorile. I quattro hanno per diverso tempo vessato la loro vittima con violenze e umiliazioni fisiche e psicologiche. E le loro gesta sono finite sui social, diffuse da loro stessi.

Un’immagine contro il bullismo.

Fatti di questo genere sono, purtroppo, solo la punta dell’iceberg di un problema molto diffuso: quello del bullismo. Anche se, infatti, solitamente le prevaricazioni dei bulli non arrivano a questo grado di violenza e di gravità, non dobbiamo comunque sottovalutarne l’impatto sulle vittime e sulla società in generale.

All’aumento dei casi di bullismo degli ultimi anni le istituzioni stanno rispondendo in modo debole, con poche e per lo più inutili campagne pubblicitarie e con programmi educativi inefficaci. È inutile, infatti, dire ai ragazzi che il bullismo è sbagliato quando la società intera, nelle sue dinamiche, mostra loro il contrario. Perché, diciamocelo, i bulli, alla fine, in questo nostro sistema sono vincenti. Sono i bulli a far carriera.

Proviamo a dare qualche spunto di riflessione che vada oltre la solita retorica demagogica e pilatesca delle nostre istituzioni.

Il bullismo è connaturato alla società capitalista. Uno dei meccanismi basilari del sistema socio-politico-economico capitalista è la concorrenza, sia tra aziende e imprese, sia tra persone. La competizione è tanto necessaria al capitalismo da essere assurta al rango di valore etico, come se fosse una cosa positiva. La si giustifica con la retorica, falsa, del “vinca il migliore”, sostenendo che la concorrenza, spingendo i vari soggetti in campo a dare il meglio di sé, avvantaggerebbe tutti. In economia garantirebbe a tutti la possibilità di avere il miglior rapporto qualità-prezzo. Peccato che ciò non sia vero. La concorrenza, infatti, porta nella realtà alla vittoria del più forte e del più spregiudicato, a volte del più furbo, spesso del più disonesto, ma non del “migliore”. Inoltre ergere la competizione a valore etico porta alla divisione delle persone, in “vincenti” e “perdenti”. E chi si percepisce come vincente crede, spesso, di essere autorizzato a vessare e prevaricare chi è percepito come perdente. Anche perché nel sistema etico concorrenziale essere perdente è una “colpa”. Quante volte ci vengono raccontate storie di persone che hanno fatto carriera e sono divenute ricche “vincendo” gli altri, battendosi senza esclusione di colpi? Simili cose sono perfino oggetto di trasmissioni televisive che fanno di questi arrivisti spregiudicati un esempio da seguire.

La realtà delle aziende contemporanee, dove la competizione per la carriera e, a volte, per il semplice mantenimento del posto di lavoro non può che indurre le persone a comportamenti violenti (non fisicamente, nella più parte dei casi). E se la cultura dominante, ormai divenuta pensiero unico, è violenta, non possiamo pensare che i ragazzi non lo siano. Nel mondo degli adolescenti basta essere un po’ più povero e non avere i vestiti o il cellulare di moda o essere un po’ più timido o “diverso” per essere il “perdente” da vessare. Un’idea talmente radicata che spesso il bullo non si rende conto della gravità di ciò che fa e giunge, come nel caso di Vigevano, a pubblicare le proprie gesta sui social, come se fossero cose “normali”. Un atteggiamento che è spesso diffuso anche tra chi si ritiene eticamente ineccepibile e magari diffonde anche messaggi contro il bullismo. Basti citare la pagina facebook “poveri ma brutti” che prende in giro le persone per il loro aspetto fisico. Queste foto sono molto diffuse, anche, come si diceva, da persone “illuminate” che dimenticano che quella ritratta nella foto e presa in giro è una persona. Come si sentirebbero tutti coloro che diffondo e commentano queste foto con sfottò e insulti se la foto fosse loro? Una domanda che, evidentemente, non si pongono. E il fatto che a condividerle e mettere “mi piace” siano persone che si dichiarano contrarie alla violenza e magari favorevoli ai diritti e “di sinistra” la dice lunga su quanto il cancro della cultura bulla e violenta sia diffuso e difficile da estirpare.

E veniamo alla politica. Volgarità, insulti, costituiscono ormai buona parte del dibattito politico. I nostri indegni rappresentati non si limitano a

Il bullismo di Gasparri.

bullizzarsi tra loro. Ricordiamo il caso di Maurizio Gasparri, il quale, nel 2014, prese in giro una giovane fan di Fedez per il suo peso. Se il vicepresidente del senato non esita a comportarsi da bullo, perché mai i ragazzi non dovrebbero sentirsi autorizzati a farlo? E Gasparri non è certo l’unico politico a comportarsi così. C’è, anzi, tutto un filone della politica, soprattutto di destra, che del bullismo e della prepotenza ha fatto il suo modus operandi. La Lega, e il suo segretario Salvini, dell’insulto a intere categorie di persone ha fatto la sua bandiera. E, come tutti i bulli, se la prende con i deboli. Sono sempre le minoranze discriminate (profughi, persone lgbt…) e le persone in difficoltà a essere nel mirino di Salvini e non certo i potenti. Come lui si comportano, poi, i vari fascisti (Meloni e compagni, anzi, camerati, Casa Pound, Forza Nuova…). E nemmeno la sinistra (o presunta tale) ne è indenne. Anche se con toni solitamente più pacati, anche a sinistra si tende più a screditare gli altri che non a proporre qualcosa di sensato.

Infine, consideriamo le responsabilità, enormi, dei media. Oggi le persone, e i giovani in particolar modo, sono bombardati dai media e dai messaggi da loro veicolati. Possiamo dire senza tema di smentita che l’azione educativa della famiglia e delle istituzioni è messa sempre più in difficoltà proprio da questo bombardamento mediatico. I media non fanno che amplificare il bullismo della politica e della società perché fa audience. Pensiamo a quei talent show dove i giudici non esitano a trattare in malo modo i concorrenti, umiliandoli davanti a milioni di persone. Tutti conoscono gli insulti che Gordon Ramsay rivolgeva agli apprendisti cuochi del suo programma.

In Italia poi abbiamo un esempio di inciviltà e bullismo mediatico che non ha pari: Vittorio Sgarbi. Un personaggio insulso, di poco valore, che viene però continuamente chiamato in TV per le sue urla e le sue piazzate. Un esempio chiaro del livello della TV italiana e della nostra società. Cosa, questa, che influenza anche la politica. Se i media insistono con la volgarità, le urla e gli insulti perché portano audience, il politico che urla di più avrà più spazio e le sue dichiarazioni saranno più diffuse.

Gli “scherzi da college” di Abu Ghraib.

Con simili esempi come pensiamo di risolvere il problema? Sempre che si voglia davvero risolverlo. Perché il bullismo alla fine è funzionale al nostro sistema di potere e alla nostra economia. Il malessere genera soldi. Le persone sofferenti e insoddisfatte comprano più di quelle serene e soddisfatte della loro esistenza. Non possiamo quindi pensare di risolvere il problema del bullismo mantenendo il nostro sistema economico e politico. Il bullismo aumenterà ancora. E se non ci credete potete guardare agli USA, paese che viene preso a modello culturale. Negli USA il bullismo è la norma, tanto che lo si dà ormai per scontato, come una cosa quasi giusta, un’esperienza da fare per diventare adulti. Casi come quello dei ragazzi di Vigevano sono, in America, diffusissimi. Ci sono ormai talmente abituati che perfino le torture di Abu Ghraib non destarono molto scandalo e vennero definite “scherzi da college”. Siamo sicuri di voler seguire questo modello?

Concludendo, se vogliamo combattere efficacemente il bullismo dobbiamo costruire una società diversa, basata sulla collaborazione e non sulla concorrenza, fatta di persone e non di “vincenti” e “perdenti”. Dobbiamo costruire una società equa e giusta, dove i valori siano il rispetto reciproco, la solidarietà, la condivisione, la collaborazione, la valorizzazione delle diversità. Ma non possiamo pretendere che sia la politica a farlo o che siano i media a comportarsi diversamente. Dobbiamo essere noi tutti a pretenderlo e a comportarci in modo diverso. Cominciamo a non diffondere i contenuti di pagine e siti che fanno bullismo, cominciamo a cambiare canale quando vediamo gente che urla e insulta, pretendiamo che la politica si occupi dei problemi delle persone e non solo del mantenimento dei privilegi dei soliti potenti. Perché, altrimenti, davanti a fatti come quello di questi giorni non possiamo che fare mea culpa.

Enrico Proserpio

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