Il mostro innocente

La copertina del libro.

Bianca, Rosina, Elsa, Armanda. Quattro nomi di bambine che in comune hanno una triste storia, un triste destino. Questi sono i nomi, infatti, delle piccole vittime del mostro di Roma che tra il 1924 e il 1927 rapì diverse bambine allo scopo di violentarle e ne uccise quattro. Altre si salvarono per caso, perché l’arrivo di qualcuno disturbò il mostro, il quale, fuggendo, ha lasciato la piccola vittima piangente, violata ma viva.

C’è un altro nome legato indissolubilmente a quei terribili fatti: quello di Gino Girolimoni. Questi era un uomo di quasi quaranta anni, abbastanza abbiente ed elegante che col mostro aveva in comune la statura e l’abbigliamento. Va detto che il mostro era stato descritto da tutti come di statura abbastanza alta, ma comunque nella media, di fisico atletico, di età indefinibile (secondo alcuni trenta, secondo altri cinquanta) e di aspetto elegante. Un aspetto comune, quindi. Tutti avevano notato, inoltre, la presenza, sul volto del mostro, di baffi. I testimoni però ne avevano conservato un’idea vaga, un ricordo lasciato da un fugace momento in cui l’avevano visto di sfuggita. Gli unici che sembravano averlo visto meglio erano un oste, suo figlio e una cliente dell’osteria. Un uomo infatti era entrato nel locale con una bimba, aveva ordinato e consumato, era uscito un momento lasciando lì la bambina ed era poi tornato a prenderla. L’oste disse di aver chiesto alla bimba chi era l’uomo e che lei aveva risposto che era suo padre. Poco dopo era stato trovato il corpicino dell’ultima vittima del mostro: Armanda. L’oste aveva riconosciuto nella bimba la piccola avventrice.

Ma come arrivarono gli inquirenti a Gino Girolimoni? Una servetta tredicenne, Olga, disse ai suoi datori di lavoro che un uomo la importunava e

Gino Girolimoni.

cercava di darle dei bigliettini e disse anche dove quell’uomo abitava. Si trattava di Girolimoni che, probabilmente, non era interessato alla servetta quanto alla sua padrona. Verificato che Olga non mentisse, i suoi datori di lavoro si rivolsero a un carabiniere loro amico che, sperando di fare l’arresto della sua vita, organizzò una trappola per Girolimoni. Olga fu usata come esca, ma l’uomo mai andò oltre l’affettuosa carezza sulla testa che si riserva a una bimba. Alla fine fu comunque arrestato. Olga fu indotta a dire che lui le aveva mostrato i genitali e l’aveva molestata. Per il carabiniere Girolimoni era il mostro, non aveva dubbi. Lo interrogarono, lo misero a confronto con “prove” e testimoni, ma lui non confessò. La polizia continuò comunque ad accusarlo, contrariamente alla mancanza di prove oggettive e certe e perfino contrariamente a testimonianze che lo scagionavano completamente. Uno dei testimoni che avevano visto il mostro, un muratore che l’aveva incrociato per strada con la piccola Rosina, conosceva personalmente Girolimoni e disse chiaramente che il mostro non era lui. La testimonianza dell’oste, che aveva, pur titubante e imboccato dalla polizia, riconosciuto in Girolimoni l’uomo che era entrato nel suo locale, cadde miseramente quando un operaio di origine friulana andò in commissariato e disse di essere lui l’uomo dell’osteria e che la bimba non era Armanda ma Gilda, sua figlia. La sua testimonianza fu nascosta, il muratore fu messo in carcere per qualche giorno e la bimba in istituto. Nessuno doveva sapere che Girolimoni era stato arrestato per errore.

Ma perché? La risposta è semplice quanto squallida. Erano gli anni in cui il regime fascista si stava insediando, imponendo il suo potere in ogni campo della vita pubblica. Il cavallo di battaglia del duce era la sicurezza sociale e il caso del mostro di Roma metteva in dubbio l’efficienza del regime che perdeva così consensi. L’arresto di Girolimoni fu quindi pubblicizzato a tamburo battente dalla stampa ormai fascista o fascistizzata e lui fu descritto come un degenerato, un pervertito, un mostro da eliminare. Si inventarono casi precedenti, gli si attribuirono misfatti in ogni parte d’Italia. Soprattutto, però, si celebrò la forza della polizia, del regime e del duce al quale si attribuiva direttamente la cattura sostenendo che sempre si era tenuto al corrente e aveva dato disposizioni sul caso. A fronte di tutto ciò non era possibile fare marcia indietro, dire “ci siamo sbagliati”.

Ma, nella disgrazia, Girolimoni ebbe anche qualche lampo di fortuna. Trovò magistrati onesti che fecero il loro dovere come si deve e lo assolsero per non aver commesso il fatto. La cosa però non fu detta dai giornali. Il regime controllava direttamente la stampa e la cronaca nera era stata bandita per dare alla gente quella sensazione di sicurezza che la propaganda di regime aveva bisogno. E così il nome di Girolimoni fu per sempre legato a quei fatti e divenne sinonimo di pervertito, di mostro. Passò il resto della vita in povertà, facendo molti lavori differenti, cambiando diverse case a causa della nomea che i giornali gli avevano affibbiato. Cercò anche di cambiare nome, ma gli fu negato anche questo. Morì, povero, nel 1961.

Ancora oggi non si sa chi fosse il vero colpevole, anche se diverse ipotesi furono fatte. Tra gli altri saltò fuori il nome di Ralph Lionel Brydges, un pastore anglicano abitante a Roma che forti indizi collegavano al mostro. Era stato colto sul fatto, a Capri, poco dopo l’ultimo omicidio, mentre cercava di molestare una ragazzina Americana. Forse il mostro era davvero lui o forse si trattava solo di un vecchio sporcaccione. Sta di fatto che le indagini vennero sabotate e fermate per ragioni politiche (l’ambasciata inglese intervenne in difesa del pastore) e lui venne assolto perché i fatti di oltraggio al pudore, così disse la sentenza, erano da attribuirsi alla demenza senile e, sempre come è scritto nella sentenza, la piccola americana, Patricia, era da ritenersi precocemente viziosa (a nove anni…).

Tutto ciò e molto altro è raccontato nel bellissimo libro “Il mostro innocente” di Federica Sciarelli e Emmanuele Agostini, edizioni Rizzoli. Il libro, scritto quasi come un romanzo, descrive i fatti inserendoli nel contesto e spiegando anche la situazione della stampa e dell’informazione di regime che tanto influirono sul destino di Gino Girolimoni. Nella prima parte inoltre gli autori accennano a un altro caso di quello stesso periodo: l’omicidio Matteotti. I due casi non sono minimamente connessi, ma questo inserimento chiarisce un momento storico cruciale e ci dà l’occasione rara di contestualizzare il caso di cronaca per comprenderne ogni minimo risvolto. Un libro interessante e bello, che ridà dignità a un uomo, facendo giustizia. Già in passato alcuni ne avevano parlato. Uscì una lunga intervista a puntate su L’Unità nel 1952, fu fatto un film con Manfredi nella parte di Girolimoni e gli fu dedicata perfino una via. Questo libro è però il lavoro più completo e va oltre i fatti per comprendere il ruolo preciso della storia, del regime e dell’opinione pubblica. Ci sarebbe molto da riflettere sui temi trattati. Vi lascio consigliandovene caldamente la lettura.

A presto!

Enrico Proserpio

 

 

 

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