L’infedele

Guardate quanti Voltaire ha l’Occidente. Non negateci il diritto di avere anche noi il nostro Illuminismo. Guardate le nostre donne, e guardate le nostre nazioni. Guardate come fuggiamo, come cerchiamo rifugio qui, e come alcuni islamici, con la loro follia, fanno schiantare aeroplani sugli edifici. Concedeteci un Voltaire, perché noi viviamo davvero in un’epoca buia.

La copertina del libro.

Queste parole sono di Ayaan Hirsi Ali, autrice del libro “L’infedele”. Il testo è un’autobiografia ragionata dell’autrice, che parte dalle sue radici somale e dalla sua infanzia e adolescenza in Africa, per giungere poi alla sua maturità in Olanda e al suo impegno politico in quel paese.

“L’infedele” è un libro molto intenso che dà numerosi spunti di riflessione su certe realtà che in Europa sembrano lontane e vengono sottovalutate, ma che in realtà sono appena dietro l’angolo e spesso accadono anche nei nostri condomini e nelle nostre città: storie di violenza, di ignoranza e di fanatismo, di oppressione e di violazione dei diritti umani, storie che rimangono nascoste tra le mura domestiche senza che le autorità se ne curino. Ritengo quindi che questo libro debba essere recensito con cura maggiore rispetto ad altri e che sia giusto dedicargli più spazio. A voi chiedo la pazienza di leggervi tutta la recensione, anche se magari vi risulterà un po’ lunga. Ne vale la pena.

Il libro parte dalla narrazione dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autrice. La Somalia è un paese povero e, oggi, costantemente in guerra. La popolazione è divisa in etnie, a loro volta divise in clan e sotto-clan. Le persone appartenenti a un clan hanno tra loro un legame di sangue, degli antenati comuni, più o meno vicini. Ai bambini viene insegnata tutta la loro genealogia, i nomi degli antenati maschi fino al fondatore del clan. L’importanza di queste strutture sociali è grande in un paese la cui popolazione era quasi tutta nomade fino ai primi decenni del XX secolo. Quando due persone sconosciute si incontravano, potevano comprendere eventuali parentele elencando i propri antenati. E se una persona aveva bisogno d’aiuto poteva rivolgersi a quelli del suo clan, i quali avevano il dovere morale di aiutarlo.

A questi lati positivi del clan però si accompagna la totale mancanza di individualità. La persona non esiste come individuo, ma solo come membro del clan e deve sottostare alle regole dello stesso. Se una persona compie qualcosa di disdicevole, di disonorevole, l’onta ricade anche sulla famiglia e sul clan e questi hanno tutto il diritto e, anzi, il dovere di punire il trasgressore.

A far le spese di un simile sistema sono soprattutto le donne, parte debole della società. Secondo la legge islamica, infatti, le donne devono essere sottomesse al padre (prima) e al marito (poi), devono essere sempre disponibili e obbedienti. L’uomo ha sulla moglie qualsiasi diritto, compreso quello di violentarla se lei non gli si vuole concedere, o quello di picchiarla.

La donna è solo un oggetto, uno strumento, un essere inferiore che deve obbedire e che deve vergognarsi per quello che è. Alla donna viene negato

Il regista Theo van Gogh.

tutto, anche il diritto di mostrarsi in pubblico. Gli uomini infatti costringono le donne ad andare in giro completamente coperte, in un paese dove il clima non è di certo fresco, perché la pelle scoperta o anche solo il viso potrebbero indurre in tentazione gli uomini eccitando le loro voglie sessuali e creando il caos. Se le donne girassero scoperte, ci sarebbero incidenti stradali in ogni luogo, stupri continui, violenze di ogni tipo dovuti all’eccitazione degli uomini.

A noi può sembrare assurdo, ma questo modo di pensare è diffuso, a volte, seppur con forme diverse, anche in occidente. Ciò che però veramente è pericoloso è il ritenere che sia la donna a generare il peccato e la colpa. L’uomo non è colpevole dello stupro. È la donna ad aver generato la tentazione e quindi a essere colpevole e reietta. Molte donne stuprate sono bandite dalla società, dalla famiglia e trattate come delle prostitute per aver fatto sesso fuori dal matrimonio. E una donna abbandonata dalla famiglia e dal clan è una preda. Senza difesa e con lo stigma del peccato addosso è solo un oggetto nelle mani di chiunque la voglia prendere e usarla per il proprio divertimento. Anche per questo le donne si sottomettono e sopportano mariti violenti e la mancanza totale di libertà.

Un altro terribile aspetto della violenza sulle donne è la pratica, diffusa in diverse zone del corno d’Africa e del Medio Oriente, dell’infibulazione. Si tratta di un’operazione in cui vengono amputati il clitoride e le piccole labbra della vagina e la ferita viene ricucita, in modo da chiudere in gran parte la vagina stessa. Alla donna si nega quindi il piacere sessuale per tutta la vita (pur non eliminando le pulsioni sessuali) e, anzi, si trasforma il sesso in un atto doloroso e atroce. A praticarla sono le donne stesse, convinte ormai che sia necessario “purificare” le bambine dalla loro femminilità “sporca” e renderle così adatte al matrimonio. Perché la donna non infibulata non è desiderabile, è impura e può al massimo essere una prostituta. Proprio per questo la nonna dell’autrice fece infibulare lei e la sorella minore in un periodo di assenza dei genitori (entrambi contrari).

Ecco un passo del libro a tal riguardo:

In Somalia, come in molti Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, le bambine sono rese “pure” asportando una parte dei loro organi genitali. Non c’è altro modo per descrivere questa procedura, che in genere si esegue intorno ai cinque anni. Dopo che clitoride e piccole labbra sono stati completamente asportati, raschiati via o, in casi più compassionevoli, semplicemente tagliati o incisi, gli organi genitali vengono ricuciti in modo che una spessa fascia di tessuto formi una cintura di castità, costituita dalla carne cicatrizzata. Viene lasciata una piccola apertura, opportunamente posizionata, per la fuoriuscita di un sottile flusso di urina. Solo con grande forza e sofferenza si potrà in seguito allargarla, lacerando il tessuto cicatriziale e permettendo così di avere rapporti sessuali.

La mutilazione genitale femminile è precedente all’Islam. Non tutti i musulmani la adottano e tra coloro che invece la praticano alcuni non sono devoti. Ma in Somalia, dove quasi tutte le bambine sono soggette all’infibulazione, la pratica è sempre giustificata nel nome dell’Islam. Le ragazze non circoncise saranno possedute dai demoni, cadranno nel vizio, nella perdizione, e diverranno prostitute. Gli imam incoraggiano tale pratica come garanzia di purezza.

Poco più avanti descrive la sua infibulazione:

Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata. -Quando avremo tolto questo lungo kintir, tu e tua sorella sarete pure.- Dalle parole della nonna e da strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere tanto da penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo nella stessa posizione in cui aveva tenuto Mahad [il fratello, circonciso lo stesso giorno, nda]. Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo, che era probabilmente un circoncisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano, afferrò quel punto misterioso e cominciò a stringere e a tirare, come faceva la nonna quando mungeva una capra. -Eccolo lì, ecco il kintir- disse una delle donne.

Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come di un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile, e urlai in modo quasi disumano. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida, piene di orrore, le parole di conforto e d’incoraggiamento della nonna. -Resisti Ayaan, si fa una sola volta nella vita. Coraggio, ha quasi finito.- Terminata la sutura, l’uomo spezzò il filo coi denti.

Diversi tipi di infibulazione.

Le violenze subite dall’autrice non si fermano all’infibulazione. In famiglia veniva picchiata da una madre a sua volta vittima, in una situazione resa ancor più complessa dalla dittatura di Siad Barre, del quale il padre di Ayaan era fiero oppositore. Anche per questi problemi la sua famiglia fu costretta a emigrare, prima verso l’Arabia Saudita, poi l’Etiopia e infine il Kenya.

In questi anni Ayaan si dedica allo studio e approfondisce anche l’Islam e la fede, aderendo convintamente ai dettami del Profeta e seguendo dei gruppi giovanili dei Fratelli Musulmani, movimento nato negli anni ’20 che cercava di restaurare un Islam più puro e originario. Ma Ayaan ha un approccio più critico. Non si accontenta di imparare a memoria i precetti e di accettarli passivamente. Vuole sapere il perché delle regole e delle leggi. Soprattutto però non riesce ad accettare l’ingiustizia della sottomissione femminile e la giustificazione della violenza che le donne subiscono.

La svolta nella sua vita, però, avvenne quando il padre decise di darla in moglie a un uomo conosciuto solo un paio d’ore prima alla moschea. Si trattava di un giovane somalo residente in Canada, appena tornato in Somalia alla ricerca di una moglie. Ayaan si oppose. Non voleva un marito che non conosceva nemmeno. Ciò nonostante, il padre non arretrò nella sua decisione e, come massima concessione, spostò di qualche giorno il matrimonio affinché i due potessero conoscersi meglio. Alla fine il matrimonio fu celebrato. Il padre e il marito firmarono i documenti necessari senza che la ragazza fosse presente. Non è infatti necessaria la presenza della sposa.

Il marito partì subito per il Canada in attesa di poter avere con sé la giovane moglie. Ayaan dovette recarsi dapprima in Germania dove fu ospitata da Somali del suo clan che vivevano lì. In Germania richiese il visto per il Canada che avrebbe dovuto permetterle di partire per il Canada. Ma in Germania Ayaan scoprì che poteva essere accolta come rifugiata politica e chiedere asilo. Scoprì che però sarebbe stato più facile ottenere tale status in Olanda e decise di partire alla volta di questo paese con la scusa di andare a trovare un’amica rifugiata lì.

Una volta giunta in Olanda, Ayaan chiese asilo e lo ottenne. Nel frattempo i membri del suo clan la cercavano ovunque. Il suo gesto, il rifiuto del marito, era un disonore per la famiglia. Infine il marito la trovò. Visto il rifiuto di tornare indietro, il matrimonio fu sciolto e lei fu finalmente libera. Ma insieme alla libertà venne il distacco dalla famiglia e dal padre che la maledisse per quel che aveva fatto.

Questo atto di ribellione e la nuova società dove viveva aprirono nuove porte, nuovi percorsi. Il confronto con il modo di vivere degli olandesi la rese consapevole dell’assurdità delle tesi maschiliste in cui aveva creduto e la portò ad abbandonare pregiudizi e dogmi. In Olanda studiò scienze politiche e lesse gli autori della filosofia e del diritto occidentale. E leggendoli si rese conto di quanto i principi democratici e libertari siano incompatibili con l’Islam che le sembrava sempre più una religione violenta, basata sull’abuso e sulla crudeltà. Abbandonò l’Islam e si diede alla politica, con lo scopo di aiutare le donne oppresse in nome dell’Islam. Grazie a lei l’Olanda si rese conto della brutalità e della violenza che si nasconde dietro un’apparente tolleranza. Anche nella civile Olanda, infatti, le bambine nate in famiglie provenienti da paesi fondamentalisti vengono infibulate, spesso stese sul tavolo della cucina, e le donne sono vittima delle violenze del marito.

L’attivismo politico dell’autrice inizia nel partito laburista, per il quale lavora come ricercatrice. Proprio grazie a questo lavoro Ayaan Hirsi Ali poté prendere dimestichezza con le istituzioni e poté evidenziare quei problemi legati all’Islam e ai suoi fedeli che la politica Olandese non voleva affrontare. Uno dei punti più importanti presi in esame è il problema delle scuole islamiche, finanziate, come quelle di altre fedi, dallo stato. L’autrice sostenne fortemente che non si dovevano finanziare e che, al contrario, andavano chiuse, perché in esse si insegnava la discriminazione, la sottomissione delle donne e si trasmettevano ideologie maschiliste e omofobe. Inoltre, nelle scuole islamiche si insegnava il disprezzo per l’occidente e per gli occidentali. Il partito laburista però non accolse molto bene queste idee. Furono invece accolte dal partito liberale, che candidò l’autrice, nel frattempo divenuta cittadina olandese, al parlamento. Fu eletta.

Le sue posizioni riguardo l’Islam furono causa di parecchie polemiche, ma raccolsero anche molti consensi. Una sua intervista, rilasciata prima della candidatura, ma pubblicata dopo, alzò un polverone notevole. In essa Ayaan sosteneva che il Profeta Maometto fosse un uomo crudele e sottolineava come usasse la religione per soddisfare i suoi desideri, come quando sposò una bambina di sei anni dicendo che così voleva Dio. Con questa giovanissima moglie consumò il matrimonio quando la piccola aveva solo nove anni. L’autrice diceva che secondo la legge olandese Maometto sarebbe stato giudicato un pedofilo.

Poco tempo dopo Ayaan conobbe Theo van Gogh, noto regista olandese e grande provocatore. Con lui decise di girare un cortometraggio dal titolo “Submission” che denunciava la violenza dell’Islam sulle donne. Una donna seminuda recitava delle preghiere e alla fine alzava lo sguardo dicendo che non sarebbe più stata sottomessa. Altre donne, ai lati, avevano i segni della violenza e sul loro corpo erano scritti i versetti del Corano che giustificavano tale violenza. Appena il filmato fu trasmesso Ayaan e il regista ricevettero minacce di morte. Lei fu messa, come parlamentare, sotto scorta. Il regista invece non fu protetto nonostante le insistenze della Hirsi Ali. Lo stesso Theo van Gogh riteneva inoltre che le minacce fossero a vuoto e per questo non si curò della sicurezza. Fu ucciso per strada da un musulmano che gli sparò per poi tagliarli la gola. Sul suo corpo, conficcato con un coltello, fu trovato un messaggio di minacce ad Ayaan. Da quel momento l’autrice fu scortata ovunque andasse e cambiò spesso casa.

Ora Ayaan Hirsi Ali è negli USA. Ha dato le dimissioni da parlamentare e ha accettato un lavoro negli Stati Uniti. Il suo libro e il suo pensiero sono molto validi e fanno riflettere. L’Islam, col suo rifiuto della laicità delle istituzioni e della democrazia, pone un reale problema alla società occidentale odierna. Il relativismo etico che vorrebbe paritarie tutte le culture e le visioni morali si rivela sempre più fallimentare. Possiamo davvero ritenere pari e ugualmente valide una visione democratica e una visione integralista che giustifica la violenza sulle donne? Inoltre la tolleranza spesso superficiale e buonista di certe sinistre provoca il perpetuarsi di quelle violenze e dell’indottrinamento dei bambini e delle nuove generazioni. Non si dovrebbe permettere in uno stato democratico l’esistenza di una scuola che insegna alle bambine a essere sottomesse. Dall’altra parte però non si può nemmeno cadere nell’errore di fare di tutta l’erba un fascio, di dividere il mondo in “noi” bravi buoni e belli e “loro” malvagi brutti e sporchi. Anche questo sarebbe ingiusto e sciocco. E allora che fare? Dal libro sembra trasparire una soluzione: considerare tutti come persone. Spesso infatti, nel bene e nel male, si parla degli stranieri in termini di gruppo, comunità, etnia, dimenticando che anche gli stranieri sono persone e hanno doveri e diritti individuali. Per questo bisogna far sì che tutti siano trattati come individui, uguali davanti alla legge. Chiunque risieda in uno stato ne deve rispettare le leggi e deve rispettare i diritti di tutti. La religione, quale che sia, non è una scusa per opprimere delle persone.

Credo che questo ragionamento sia particolarmente importante in Italia dove spesso la libertà di religione viene invocata a sproposito. Da noi si sente dire che il matrimonio omosessuale va proibito per garantire la libertà di religione dei cattolici, come se tale libertà consistesse nel “diritto” di imporre la propria religione agli altri! Con la stessa scusa poi si cerca di censurare chiunque non la pensi allo stesso modo. Anche l’Islam è portatore di una cultura che nega i diritti individuali, soprattutto quelli delle minoranze. L’Islam è una religione omofoba e maschilista e nel reprimere le persone lgbt si allea anche con il cristianesimo integralista. In Uganda il primo ministro che vuole la pena di morte per gli omosessuali è stato pubblicamente benedetto dai massimi esponenti di entrambe le religioni. In Italia le sentinelle in piedi, che protestano contro la proposta di legge sull’omo-transfobia, si sono alleate con alcuni islamici omofobi. E nessuno prende posizioni serie sul problema. Le sinistre (ammesso che in Italia esistano ancora delle sinistre) ignorano del tutto la questione temendo forse di essere giudicati. Dice Ayaan Hirsi Ali:

Quando sento affermare che i valori dell’Islam sono la compassione, la tolleranza, e la libertà, io guardo la realtà, le culture e i governi, e vedo che non è così. Gli occidentali hanno paura di farlo perché temono di essere accusati di razzismo. Ma questa paura deve essere superata.

A destra si sentono solo discorsi populisti, qualunquisti e a volte davvero razzisti, fatti solo per pura propaganda e per guadagnare consensi basandosi sull’emotività della gente. Qualche anno fa, per esempio, Daniela Santanchè aveva fatto irruzione durante una celebrazione religiosa islamica diffondendo alle donne volantini femministi e anti-islamici. Ovviamente si scatenò una polemica dai toni forti. Peccato che poi la Santanchè non abbia fatto nulla di reale e concreto per queste donne. Anzi, credo che un approccio di questo tipo sia stato addirittura dannoso. I mariti avranno limitato ancor di più la libertà delle mogli, onde evitare che avessero contatti con chi poteva parlar loro dei diritti. La politica si fa con la riflessione, la discussione, il dibattito e con il lavoro parlamentare e istituzionale, non con le piazzate.

Allo stesso modo non saranno certo i vari Borghezio, con i loro discorsi da crociati in difesa della cristianità e le loro boutade volgari e violente, a risolvere il problema.

Dobbiamo quindi cominciare a riflettere seriamente sulla questione e cercare soluzioni civili e democratiche. È necessario porre dei paletti chiari per chi vuole risiedere nel nostro paese. Una volta fatto ciò, saremo felici di accogliere chi condivide i valori dello stato democratico e chi rispetta i diritti umani. Ma chi invece vuole continuare ad abusare della propria moglie, a picchiarla, a imporle il burqa, chi vuole poter imporre alla figlia il matrimonio con un uomo che lei non vuole o impedirle di frequentare e amare un ragazzo solo perché occidentale e non islamico, deve essere persona non gradita. Un paese civile dovrebbe dare accoglienza alla moglie maltrattata e cacciare il marito violento. Dovrebbe dare la possibilità alle donne di ritrovare la propria dignità in un luogo dove sono ritenute persone e non oggetti.

E prima ancora che politica, la riflessione deve essere culturale, etica. Anche in Italia, infatti, è ancora presente un modo di pensare violento, spesso maschilista, che giustifica la violenza. Quante volte sentiamo dire che se una ragazza va in giro vestita in modo provocante non può lamentarsi se la violentano? A me non sembra molto diverso dal discorso islamico a cui allude l’autrice del libro.

Bisogna cambiare noi stessi per cambiare il mondo e migliorarlo. Bisogna lottare per i valori, perché su questi si basa l’agire di tutti i giorni e anche la politica. I valori sono i fondamenti della società ed è dai valori che si deve partire. Vi lascio con le parole dell’autrice:

Forse dovrei gridare che i valori sono importanti: i valori dei miei antenati generano e preservano la povertà e la tirannia, per esempio, nella loro oppressione delle donne. Se ne prendessimo coscienza potremmo davvero cambiare il destino di molte persone.

Enrico Proserpio

 

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