Il libro verde di Mu’ammar Gheddafi

La copertina del libro.

Tutti conosciamo Mu’ammar Gheddafi, il dittatore che governò, per decenni, la Libia. Pochi però conoscono il suo pensiero, le basi teoriche da cui partì per compiere la sua rivoluzione. A tal proposito ho ritenuto utile leggere il suo “Libro verde” (pubblicato dal Circolo Proudhon), per comprendere la cosiddetta “terza via”, ovvero una via che sia altra tanto rispetto al capitalismo, quanto rispetto al socialismo.

Gheddafi parte dalla constatazione della non-democraticità dei sistemi di governo attuali (gli stessi, bene o male, che c’erano all’epoca), sistemi che, pur definendosi democratici, non lo sarebbero:

Tutti i sistemi politici del mondo odierno sono il risultato della lotta tra i vari apparati per giungere al potere. [ … ]

Il suo risultato è sempre la vittoria di uno strumento di governo, sia esso un individuo, un gruppo, un partito, o una classe, e la sconfitta del popolo, in altri termini la sconfitta della vera democrazia.[1]

E questo vale anche per il nostro sistema parlamentare:

Il parlamento è una rappresentazione ingannatrice del popolo ed i sistemi parlamentari costituiscono una falsa soluzione del problema della democrazia. Il parlamento è costituito fondamentalmente come rappresentante del popolo, ma questo principio è in se stesso non democratico, perché democrazia significa potere del popolo e non un potere in rappresentanza di esso. [ … ]

I parlamenti, escludendo le masse dall’esercizio del potere, e riservandosi a proprio vantaggio la sovranità popolare, sono divenuti una barriera legale tra il popolo e il potere.[2]

Ma non è solo lo strumento di governo a essere sbagliato. Gheddafi critica la società moderna in generale attaccando lo sfruttamento dei lavori e la proprietà, due cose tra loro legate. Come per i comunisti, anche per Gheddafi il lavoratore deve essere proprietario dei mezzi di produzione. Il lavoro salariato toglie libertà alla persona:

Colui che possiede la casa in cui un individuo abita, o il mezzo di trasporto che lo stesso individuo usa, e gli elargisce il sostentamento con cui costui vive, in definitiva possiede la sua libertà o una parte di essa. [ … ]

Colui che possiede i beni necessari al soddisfacimento dei bisogni di un individuo è in condizione di dominarlo, di sfruttarlo, e di ridurlo alla schiavitù, nonostante ogni legge che lo vieti.[3]

Ma a differenza dei comunisti, Gheddafi non vuole annullare la proprietà, ma limitarla alle cose necessarie alla vita della persona, mentre i mezzi di

Mu’ammar Gheddafi.

produzione devono essere condivisi, di tutti. In questo modo tutti potranno avere una vita dignitosa, partecipando alla vita economica del paese senza essere oppressi.

La vera originalità del pensiero di Gheddafi, però, sta nel suo progetto di società. Poiché ogni moderno sistema di governo è, in qualche modo, imposto dall’alto, da un’élite dominante, è necessario ripartire da quella che l’autore definisce “legge naturale” ovvero quella legge che spontaneamente si forma nelle società come diritto consuetudinario e come “tradizione”. E cosa meglio della religione può rappresentare la tradizione e la legge naturale?

La legge naturale di una società è costituita dalla tradizione o dalla religione. Ogni tentativo di elaborarla al di fuori di queste due fonti è inutile ed illogico.[4]

Ed è all’interno della legge naturale che l’uomo trova la sua libertà, essendo questa legge nata in modo spontaneo nel gruppo etnico a cui la persona appartiene e non imposta dall’alto, a differenza delle moderne costituzioni, che Gheddafi non ritiene adatte a garantire la libertà:

Il problema della libertà nei tempi moderni consiste nel fatto che le costituzioni sono divenute la legge della società e che esse si fondano unicamente sulle diverse concezioni dei sistemi di governo dittatoriali attuati nel mondo, dall’individuo al partito.[5]

Non si creda però che Gheddafi aderisse a un Islam integralista e violento come quello a cui i fatti di cronaca ci hanno tristemente abituato. Il suo approccio alla religione è, infatti, tutt’altro che conservatore. Lo dimostra chiaramente il discorso sulle donne che per l’autore sono pari all’uomo e devono avere pari diritti. Una cosa che non ci deve stupire perché l’autore non vede nella religione la “Verità” assoluta, ma un sistema di regole tradizionali tipico dell’etnia che lo ha generato. E in tal senso tutte le religioni hanno pari valore e dignità, ognuna inserita nel suo proprio contesto etnico.

Religione-tradizione ed etnia formano per Gheddafi l’unico vero ente “naturale” capace di durare e gestire in modo giusto ed equo la società: la nazione. In tal senso l’idea dell’autore sembra assai simile alle suggestioni del nazionalismo romantico ottocentesco, per il quale la nazione si caratterizzerebbe per unità di lingua, d’altare e di cultura. E ogni nazione deve avere un suo governo e una sua indipendenza. Quello stato che avesse al suo interno diverse nazioni, ovvero diversi gruppi etnici e religiosi, non ha altro destino che la dissoluzione. Due nazioni non potrebbero esistere sotto uno stesso potere senza conflitti tra le visioni dell’una e dell’altra. Solo l’indipendenza di ogni nazione può dunque portare alla giustizia e alla libertà. Nel momento in cui si adotti la “legge naturale”, infatti, l’uomo diventerebbe libero, poiché tale legge è quella connaturata al suo stesso modo di essere e non sarebbe dunque altro che l’esplicarsi spontaneo del sentire della persona stessa. Gheddafi giunge a dire che adottando la legge naturale non ci sarebbe più bisogno di un sistema di punizioni perché gli individui aderirebbero alla legge senza sforzo e senza imposizione. Per questo le varie forme di “legge naturale” dei popoli non comprendono quasi punizioni materiali ma, al massimo, morali.

L’accenno alla tradizione pone, però, il problema delle minoranze. Un falso problema, per Gheddafi, che vede nelle minoranze delle “nazioni infrante”:

I movimenti storici sono movimenti di masse (gamàhìriyyah), ossia di un gruppo a favore proprio e per la sua indipendenza da un altro gruppo diverso: infatti ciascuno dei due gruppi ha una formazione (takwìn) sociale sua propria che lo tiene legato insieme. [ … ]

Le minoranze che sono uno dei problemi politici mondiali, hanno all’origine una causa sociale; sono nazioni la cui coscienza nazionale si è infranta ed i cui vincoli sono spezzati.[6]

Una visione, quella del colonnello, che pecca di eccessiva semplificazione della realtà (un “peccato” comunque a tanti, troppi, filosofi politici). La legge tradizionale non è così aderente alla volontà di tutti come Gheddafi vorrebbe credere e far credere e il problema delle minoranze non può essere ridotto a quello di nazioni che non sono riuscite a ingranare la marcia. Questa idea può essere presa in considerazione per le minoranze etniche e religiose, anche se spesso può risultare stiracchiata, ma un breve sguardo ad altri tipi di minoranza come, per esempio, quella lgbt, mostra chiaramente come non sia possibile applicare sempre il principio delle “nazioni infrante”. L’orientamento sessuale o l’identità di genere non sono certo dati culturali o elementi di una tradizione e come tali non sono definibili come elementi fondanti di una nazione.

Un altro elemento che non condivido del pensiero di Gheddafi è l’idea che un individuo di una nazione si adatti facilmente e spontaneamente alla legge della tradizione e della religione. L’errore fondamentale è il ritenere che tale legge sia “naturale” e cioè espressione spontanea dell’animo umano. In realtà il diritto consuetudinario non è più naturale di quanto non lo sia il diritto costituzionale del mondo moderno, ma, come questo, è il prodotto di un processo storico e culturale. E come in tutti i sistemi culturali, anche in quelli tradizionali e religiosi ci sono individui a cui il sistema va stretto. Un dato che non può essere sottovalutato.

L’elemento forse più interessante del “Libro verde” è il modello organizzativo del potere, modello che vede il potere stesso organizzarsi dal basso verso l’alto. E il suo strumento è costituito dai “congressi popolari”. Solo questa espressione diretta del popolo può gestire il potere in modo legittimo, attuando la vera democrazia:

Il potere popolare non ha che un volto solo e non può essere realizzato se non in unico modo; vale a dire tramite i congressi popolari ed i comitati popolari. “Non esiste democrazia senza congressi popolari” e “comitati popolari in ogni luogo”. In primo luogo il popolo si divide in congressi popolari di base. Ognuno di questi congressi sceglie la sua Segreteria. Dall’insieme delle Segreterie si formano, in ogni settore, congressi popolari non di base. Poi, l’insieme dei congressi popolari di base sceglie i comitati popolari e amministrativi che sostituiscono l’amministrazione governativa. Da questo si ha che tutti i settori della società vengono diretti tramite comitati popolari. I comitati popolari che dirigono i settori divengono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base; questi ultimi dettano ai comitati popolari la politica da seguire e controllano l’esecuzione di tale politica.[7]

Una visione che ha influenzato diversi politici africani, tra i quali spicca senza dubbio Thomas Sankara, che la applicò, per quanto riguarda l’organizzazione statale, in Burkina Faso, riuscendo, nei quattro anni del suo governo, a compiere riforme impensabili. Una storia raccontata nel libro “L’Africa di Thomas Sankara” che ho già recensito per questo sito.

Il “Libro verde” è un testo interessante, che apre prospettive diverse da quelle solitamente presentate sulla storia della Libia di Gheddafi e sulla politica africana. Un testo che può dare anche a noi europei molti spunti di riflessione e l’occasione di uscire dai soliti parametri filosofici e politici del vecchio mondo. Da leggere.

Enrico Proserpio

[1] Mu’ammar Gheddafi, Libro Verde, edizioni Circolo Proudhon, 2015, pagine 27 – 28.

[2] Mu’ammar Gheddafi, Libro Verde, edizioni Circolo Proudhon, 2015, pagina 29.

[3] Mu’ammar Gheddafi, Libro Verde, edizioni Circolo Proudhon, 2015, pagine 79 – 80.

[4] Mu’ammar Gheddafi, Libro Verde, edizioni Circolo Proudhon, 2015, pagina 47.

[5] Mu’ammar Gheddafi, Libro Verde, edizioni Circolo Proudhon, 2015, pagina 47.

[6] Mu’ammar Gheddafi, Libro Verde, edizioni Circolo Proudhon, 2015, pagine 84 – 85.

[7] Mu’ammar Gheddafi, Libro Verde, edizioni Circolo Proudhon, 2015, pagina 45.

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