Nel mare ci sono i coccodrilli

La copertina del libro.

Siamo abituati a vedere stranieri intorno a noi. Siamo abituati a chiamarli “extracomunitari”, in modo molto freddo, oppure clandestini, se entrano nel nostro paese senza un permesso di soggiorno. A volte li vediamo anche come delinquenti, pensiamo che se sono venuti qui clandestinamente è perché vogliono fare chissà quali atti criminali. Non siamo abituati, invece, a pensare a loro come persone uguali a noi, a pensare che se uno lascia la propria casa, la propria terra, per avventurarsi verso l’ignoto in un viaggio pieno di insidie e incertezze deve essere disperato, deve avere trascorsi e situazioni di vita che non lasciano altra possibilità. Non siamo abituati a pensare che ogni persona ha una storia propria, che la rende unica e che questa storia andrebbe ascoltata e compresa.

A risvegliare le nostre coscienze giunge un libro molto bello: “Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari” di Fabio Geda. L’autore raccoglie la testimonianza di un giovane ragazzo afgano. Enaiatollah racconta le sue vicissitudini, dall’infanzia fino al suo arrivo in Italia. Il padre morì a seguito di un agguato. La madre, per evitare che Enaiatollah fosse preso come risarcimento della merce perduta e fatto schiavo dai creditori, non poté fare altro che portarlo in Pakistan e abbandonarlo là. E così, all’età di dieci o forse undici anni, il nostro eroe dovette cavarsela da solo con diversi lavoretti. Dal Pakistan andò in Iran dove fece il muratore. Fu rimpatriato diverse volte, ma non si arrese. Continuò a tornare in Iran finché, stufo, decise di andarsene. Comincia così un’odissea che lo porterà, trasportato dai mercanti di uomini, prima in Turchia, poi in Grecia e infine a Roma. Una volta in Italia, Enaiatollah riuscì a rintracciare un conoscente che stava a Torino. Lì conobbe un’assistente sociale che decise di ospitarlo in casa propria, facendo una pratica di affidamento.

Enaiatollah è ora rifugiato politico in Italia e può avere una vita serena. La sua storia, per quanto forte e piena di sofferenza, non è una delle più

Enaiatollah Akbari e Fabio Geda.

terribili. Molti sono coloro che non possono raccontare le loro storie di disperazione perché non ce la fanno ad arrivare, perché muoiono nel viaggio o vengono ricacciati senza essere ascoltati, vedendo i loro diritti calpestati e ignorati.

Questo libro apre gli occhi su un mondo diverso, su una realtà che ci sta affianco, ma che ignoriamo completamente. Credo che tutti dovrebbero leggerlo e che lo si dovrebbe far leggere agli studenti delle scuole medie e superiori, perché si rendano conto della sofferenza di coloro che stanno loro vicino e possano, un giorno, rendere migliore la nostra società con comportamenti più illuminati di quelli attuali nei confronti di stranieri e diversi in generale.

Il libro è di facile lettura. Geda lascia che siano le parole di Enaiatollah a condurre il lettore con un linguaggio semplice, ma elegante e bello, che denota sicuramente intelligenza. Le domande del giornalista sono spesso ignorate o modificate dall’intervistato perché non adatte a descrivere la storia, in quanto frutto di una visione occidentale ben lontana dalla realtà che il protagonista ha vissuto. La banalissima domanda “quanti anni hai?” è insensata per un ragazzo che viene da un luogo dove lo scorrere del tempo è vissuto diversamente, dove non c’è anagrafe e gli anni non si contano.

Un’altra cosa che colpisce è l’ironia con cui il protagonista racconta le proprie sventure. Agli occhi di un italiano come me che ha avuto la fortuna di non avere grandi disgrazie, le cose raccontate sembrano immani, terribili, insopportabili. Enaiatollah le racconta, invece, con ironia e col sorriso stampato sul volto.

Leggete il libro, ne vale davvero la pena. Io l’ho letto in una sera: non sono riuscito a smettere di leggere finché non l’ho finito!

Enrico Proserpio

 

 

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