Contro le elezioni

La copertina del libro.

Che le elezioni siano parte integrante e imprescindibile della democrazia è un concetto che siamo abituati a dare per scontato. Ma siamo sicuri che sia davvero così?

David van Reybrouck si pone questa domanda cruciale nel suo trattato “Contro le elezioni, perché votare non è più democratico” (edito in Italia da Feltrinelli), basandosi su un’analisi storica e sociologica. L’autore, archeologo, storico e scrittore, parte dalla constatazione che non tutte le democrazie esistite hanno utilizzato il metodo delle elezioni per nominare i rappresentanti del popolo. Nell’antica Atene i membri dei vari organi di governo della città erano nominati tramite il sorteggio tra gli aventi diritto. Erano elettive solo quelle cariche che richiedevano particolari competenze, come quelle militari. Il sorteggio oggi può sembrare assurdo e perfino ingiusto, ma garantiva alcuni vantaggi come, per esempio, una rappresentatività di tutti i cittadini e non solo di un’élite interna a essi, una maggior garanzia contro la corruzione (data anche dalla rapidità di avvicendamento alle varie cariche) e una maggior lungimiranza nelle scelte politiche. Il politico sorteggiato, infatti, non deve fare conti elettorali e di partito e può quindi pensare al bene comune con una visione anche più a lungo termine. Sul sorteggio torneremo più avanti.

Le elezioni si impongono come unico sistema di nomina dei rappresentanti del popolo a partire dal XVIII secolo. Le rivoluzioni americana e francese vedono l’instaurarsi di un sistema elettorale, creato, al contrario di quel che molti pensano, per limitare la democrazia. La stessa parola “democrazia” era invisa ai padri costituenti americani (e a molti rivoluzionari francesi):

John Adams, il grande combattente indipendentista e secondo presidente degli Stati Uniti, era [ … ] estremamente guardingo nei confronti del regime democratico, infatti avvertiva: “Ricordate che una democrazia non dura mai a lungo. Non tarda a sfiorire, si esaurisce e causa la sua stessa morte. Non si è ancora mai avuta una democrazia che non si sia suicidata”. James Madison, il padre della Costituzione americana, vedeva nella democrazia “uno spettacolo pieno di guai e di dispute” generalmente destinato a una “morte così violenta quanto la sua vita era breve”.[1]

Le elezioni erano concepite, quindi, come sistema per scegliere i “migliori”, quegli uomini cioè che per capacità, cultura e senso morale erano i più

David van Reybrouck.

adatti a governare e condurre il paese. Inutile dire che ciò si traduce in un meccanismo “meritocratico” dove i parametri del merito sono decisi dalla stessa élite al potere. Le elezioni, dunque, più che un mezzo democratico sono un mezzo per mantenere un potere “aristocratico”, ovvero il potere di una classe scelta. Non a caso nei primi anni della repubblica americana (e anche durante il governo rivoluzionario francese) il diritto di voto non era a suffragio universale. Per ottenerlo era infatti necessario pagare una certa quantità di tasse. Solo i ricchi, quindi, potevano accedere alle elezioni. Questo meccanismo era giustificato tramite l’argomento dell’ignoranza e della “passionalità” del popolo, che avrebbe messo in pericolo lo stato.

In seguito il voto sarebbe diventato, con un cambiamento culturale e concettuale stupefacente, la base stessa della democrazia. Un concetto tanto radicato da essere inserito nella dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948:

I termini “elezioni” e “democrazia” sono divenuti sinonimi quasi per tutti. Siamo intimamente convinti che il solo modo di essere rappresentati passi per la via delle urne. È fra l’altro ciò che risulta nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: “La volontà del popolo è il fondamento dell’autorità dei poteri pubblici: questa volontà dev’essere espressa con elezioni serie che devono avere luogo periodicamente”. La formulazione “dev’essere espressa” è particolarmente sintomatica del nostro punto di vista.[2]

La dichiarazione “universale” contiene quindi un dato ideologico e culturale del moderno Occidente. Un dato ritenuto, a torto, da molti come non-ideologico, come base “tecnica” irrinunciabile della democrazia. Il che ha portato l’Occidente, tramite gli organismi internazionali come l’ONU, la Banca Mondiale e il FMI a imporre il sistema elettorale e partitico a molti paesi del Terzo Mondo, usando l’arma del ricatto finanziario (o fate le elezioni o non vi diamo gli aiuti), cosa che ha prodotto spesso danni molto gravi. In alcuni di questi paesi, infatti, il processo decisionale avveniva tramite una concertazione tra i rappresentanti di tutte le parti del popolo (etnie diverse, gruppi religiosi ecc.) che così trovavano un equilibrio e una rappresentanza. Agli occhi ideologizzati dell’occidente, però, ciò è apparso come un regime a “partito unico”, mentre, in realtà, si trattava di un modello completamente diverso, che non prevedeva l’idea stessa di “partito”. L’imposizione del sistema partitico ha sconvolto gli equilibri di questi paesi. I gruppi minoritari si sono visti espulsi dal processo decisionale e resi impotenti. Il che ha portato a violenze e guerre civili. Il modello elettivo è il frutto della nostra cultura e della nostra storia e non può essere imposto a popoli che hanno una cultura e un percorso storico completamente diversi.

Ma, almeno da noi, il sistema funziona? Fino a pochi decenni fa si poteva affermare di sì. Dagli anni ’80 però molte cose sono cambiate. L’autore nota come il sorgere di media nazionali (televisioni, radio…) privati ha portato a una maggior competizione politica. Questi media, a differenza di quelli statali, si basano esclusivamente sulle leggi di mercato e cercano quindi la notizia ghiotta, la rissa in parlamento, il “botta e risposta” basato su slogan, meglio se forti. Ciò ha portato i politici a curare sempre più la loro immagine e a cercare sempre più spazi comunicativi, trascurando i contenuti. La politica si è trasformata in una perenne campagna elettorale e la classe politica si è trovata spesso bloccata e impotente davanti ai problemi per la paura che scelte necessarie, ma impopolari, potessero far perdere loro punti nei sondaggi.

Al contempo le parti sociali (sindacati, associazioni varie…) hanno perso molto del loro potere e della fiducia della gente, perdendo, di fatto, quel ruolo importantissimo di anello di congiunzione tra il popolo e il potere politico che prima avevano. Complice di questo è anche la diffusione di internet che ha reso possibile la diretta espressione dei cittadini. Tutto ciò ha portato alla crescita di un clima di sfiducia (con solide motivazioni, a parer nostro) tra il popolo e la politica. Il cittadino non si fida più del politico e tutto ciò che sa di politica è visto come disonesto, corrotto, squallido. Un clima che ha fatto sorgere e crescere partiti qualunquisti di varia natura (dalla Lega Nord al Movimento 5 Stelle, per restare in Italia) e il ricorso sempre più frequente ai “governi tecnici”, ovvero a governi formati da persone non elette e non facenti parte dei partiti parlamentari a cui è affidato il compito di fare ciò che i partiti non possono, o, meglio, non vogliono, fare (le scelte impopolari). Gli stessi risultati elettorali denunciano la mancanza di fiducia. La scelta degli elettori è sempre più variabile, come se per moltissimi cittadini un partito o l’altro non facesse differenza. E nel frattempo l’astensione dal voto diventa sempre più importante. Che sia giunto il momento di ripensare la forma della nostra democrazia?

E qui giunge il dilemma: quale modello adottare? Van Reybrouck sostiene, con il sostegno di prove documentate, che il ritorno al sorteggio potrebbe essere una soluzione. Alcuni stati hanno già sperimentato, seppur in modo parziale, la democrazia “aleatoria” (dal latino “alea”, dado) ovvero la democrazia per sorteggio. In Canada, Islanda, Olanda e Irlanda si sono portate avanti esperienze di questo tipo, con la creazione di gruppi di cittadini estratti a sorte a cui è stato chiesto di deliberare su alcuni temi. A loro disposizione sono stati messi documenti esplicativi sui temi da trattare e degli esperti che potessero chiarire i dubbi tecnici. I risultati sono stati sorprendenti sotto diversi aspetti. I cittadini si sono dimostrati perfettamente in grado di comprendere e gestire i vari temi e hanno portato avanti il dialogo tra loro in modo civile e costruttivo, senza conflitti, giungendo a conclusioni anche molto brillanti e originali. La tesi di coloro che ritengono il popolo ignorante e “bue” sono state smentite. Del resto anche l’elezione non garantisce che il politico sia colto (e in Italia abbiamo, ahimè, esempi eclatanti). Inoltre, anche coloro che, tra i politici eletti, sono più colti, non possono fare a meno di consulenti e tecnici. Un esperto giurista, per esempio, non potrà fare a meno di agronomi e chimici qualora fosse chiamato a scrivere o votare una legge sui pesticidi.

Il sorteggio ha già dimostrato, in passato, il suo funzionamento in diversi casi: dalla repubblica ateniese alla Serenissima (il cui meccanismo di nomina del Doge era un misto di elezioni e sorteggio), ma tutti questi casi hanno una caratteristica comune: si tratta di stati piccoli (Atene) o comunque comandati da un gruppo ristretto tra cui avveniva il sorteggio (le famiglie patrizie di Venezia). Può il sorteggio funzionare anche in stati grandi e complessi come quelli attuali? Secondo l’autore la risposta è sì. Van Reybrouck riprende il modello creato da Bouricius, un politologo statunitense. Secondo questo modello, uno stato dovrebbe avere ben sei diversi organismi tra cui i poteri sarebbero suddivisi. Questa suddivisione e una certa velocità nel cambio delle persone che compongono gli organismi garantirebbero l’impossibilità del sorgere di personalità troppo forti e potenti all’interno delle istituzioni e l’accentramento di potere. Inoltre i componenti di un certo organo non sarebbero cambiati tutti insieme, ma a scaglioni di un terzo, in modo da impedire la formazione di fazioni stabili (novelli partiti) e in modo da permettere ai nuovi di imparare da coloro che hanno già una certa esperienza. Entriamo un po’ nel dettaglio. I sei corpi dello stato dovrebbero essere:

 

  • Un “Agenda council”, formato da centocinquanta a quattrocento persone estratte tra dei volontari (persone cioè che si rendono disponibili a tale ruolo). Ogni membro resta in carica tre anni e ogni anno un terzo del consiglio viene cambiato. I membri lavorano a tempo pieno nel consiglio e sono quindi stipendiati. Loro compito è stabilire le priorità e le necessità dello stato, stabilendo quindi i temi su cui sia necessario legiferare.
  • Degli “Interest panels”, gruppi di dodici membri ciascuno, formati da volontari, che propongono leggi su un tema specifico. Questi gruppi funzionano da “gruppi di pressione” e portano temi cari ai loro componenti all’attenzione dell’”Agenda council”. Questi gruppi durano il tempo necessario a raggiungere lo scopo.
  • Dei “Review panels” composti da centocinquanta membri sorteggiati tra i volontari, con il compito di stilare proposte di legge sulla base delle istanze degli “Interest panels”. Ogni “Review panel” si occupa di un solo tema. Come i membri dell’”Agenda council” i membri di questo organo durano in carica tre anni con un ricambio annuale di un terzo dei membri. Lavorano a tempo pieno e ricevono quindi uno stipendio e un sostegno.
  • Un “Policy jury”, formato da quattrocento membri sorteggiati tra tutti i cittadini. La partecipazione è obbligatoria, salvo gravi motivazioni. I membri vengono sorteggiati ogni volta che si abbia l’esigenza di votare una legge. I membri votano a scrutinio segreto, dopo una presentazione pubblica della legge e delle sue finalità. La retribuzione è a giornata più un rimborso spese. Questo organo dura in carica uno o pochi giorni, il tempo necessario alla votazione della legge.
  • Un “Rules council” formato da cinquanta membri sorteggiati tra i volontari, con il compito di stabilire le regole e le procedure dei lavori legislativi. Lavora a tempo pieno e i membri durano in carica tre anni, con il ricambio di un terzo del consiglio ogni anno. I membri sono stipendiati.
  • Infine, un “Oversight council” che controlla il processo legislativo e gestisce gli eventuali reclami. È formato da venti membri, sorteggiati tra i volontari. Ogni membro dura in carica tre anni con il ricambio di un terzo dei membri ogni anno. I membri sono stipendiati.

Le varie cariche non sono rinnovabili, in modo da favorire la maggior partecipazione possibile del popolo alla gestione dello stato. Si annulla così la dicotomia tra governanti e governati, poiché sono i cittadini stessi a divenire alternativamente l’una o l’altra cosa in modo molto fluido.

Altra caratteristica interessante è che il modello non è rigido e statico, ma si presenta come auto-istruttivo ed evolutivo. I vari organi si adattano alle situazioni grazie alla possibilità di stabilire le regole e le procedure del loro funzionamento e grazie al costante dialogo tra le parti al fine del processo legislativo.

Un simile sistema non può, però, essere introdotto di punto in bianco. È necessario prevedere delle tappe di passaggio dall’attuale sistema elettivo al sistema aleatorio, tappe che prevedano delle forme intermedie, necessarie a creare nei cittadini (e negli stessi politici) la fiducia per il nuovo sistema. Bouricius, e con lui van Reybrouck, prevede cinque possibili tappe o modalità di introduzione del sistema aleatorio in modo graduale:

  • la creazione di gruppi sorteggiati per discutere ed elaborare una singola legge (cosa già successa in Canada);
  • l’uso del sistema per elaborare tutte le leggi inerenti un certo ambito, soprattutto in quei campi controversi e “scottanti” che i politici lascerebbero volentieri ad altri (questioni etiche come il fine vita, per esempio) o su temi in cui i politici eletti hanno conflitti di interesse (stipendio dei parlamentari, durata del mandato…);
  • la creazione di comitati per migliorare la qualità delle deliberazioni nel quadro di un’iniziativa cittadina o di un referendum;
  • la sostituzione di una camera elettiva di un sistema bicamerale (come il nostro) con una camera “a sorteggio”;
  • infine, la nomina di tutto un sistema aleatorio che sostituisca quello elettivo nel completo iter legislativo.

Cinque modalità, alcune già sperimentate, che possono anche essere viste, come si diceva, come tappe di un percorso storico di cambiamento della democrazia occidentale. In particolare la sostituzione di una delle camere dei sistemi bicamerali con una camera a nomina aleatoria sarebbe un ottimo inizio e potrebbe riavvicinare i cittadini alla politica, oltre che riportare quella lungimiranza e mancanza di interessi di parte che il sorteggio garantisce.

E dove cominciare? Per l’autore, il luogo ideale è l’Europa:

Quando deve cominciare questa transizione? Subito. Dove? In Europa. Perché? L’Unione europea presenta un vantaggio. Quale? Offre un riparo ai paesi membri che hanno il coraggio di innovare modificando i loro fondamenti democratici.[3]

Una sfida che, speriamo, darà buoni frutti.

 Enrico Proserpio

[1] David van Reybrouck, “Contro le elezioni”, edizioni Feltrinelli, 2015, pagine 69 – 70.

[2] David van Reybrouck, “Contro le elezioni”, edizioni Feltrinelli, 2015, pagine 37 – 38.

[3] David van Reybrouck, “Contro le elezioni”, edizioni Feltrinelli, 2015, pagina 128.

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