Il maschio selvatico 2

Ho scritto questo articolo per “Il Simposio” pubblicazione sulle tematiche lgbt, nel numero intitolato “Muscoli”. Lo ripropongo qui ora. Chi voglia acquistare l’intera pubblicazione può trovarla cliccando qui.

La copertina del libro.

Qualche tempo fa ho letto alcuni dei libri di chi porta avanti le battaglie anti-gender, nella convinzione che sia necessario conoscere le loro tesi per poterle meglio smentire e per avere un quadro reale della situazione.

Cominciamo dunque con il libro “Il maschio selvatico 2” di Claudio Risé, psicologo e professore universitario, specializzato negli studi sul “maschile”. Il libro in questione fu scritto e pubblicato già nel 1993. La versione attuale è quella rivista, aggiornata e ampliata, motivo per cui nel titolo compare il numero “2”.

Il maschio selvatico è l’archetipo dell’uomo, la sua natura intima, naturale, l’incontro con la quale è necessario per una crescita equilibrata e sana dell’individuo di genere maschile. Questo confronto però è problematico, soprattutto perché la nostra società tende a reprimere l’aspetto selvatico, sia per pregiudizio, che per interesse da parte del potere nel nascondere ciò che renderebbe libero l’uomo. Secondo Risé la società, strutturata e basata sul potere di pochi, ha necessità di reprimere la natura selvatica del maschio per assoggettarlo alla volontà di chi governa. Il maschio selvatico è infatti bastante a sé stesso, non richiede conferme e non accetta un’autorità che lo limiti. Per questo la cultura tende a trattare negativamente gli istinti e le emozioni, per imporre uno schema artefatto e funzionale al sistema stesso. Nel nostro mondo consumista siamo portati dalla propaganda sociale e dalla pubblicità a credere che tutto ciò che ci serve per essere felici sia avere beni da consumare. E per questo il sistema economico cerca di cambiare l’uomo, di imporre un mutamento antropologico utile agli scopi delle grandi aziende e della politica. E questo si contrappone, nella psiche degli uomini, alle necessità radicali e naturali dell’uomo, che il sistema cerca di sostituire con i beni materiali e i consumi. Tale sostituzione è però insufficiente e non funziona. Così il maschio rimane insoddisfatto, precipitando in un meccanismo di sempre maggior desiderio di beni materiali o in uno stato di depressione. Così scrive Risé:

Vedremo nel libro che questo aspetto della vita, l’esistenza di necessità [ … ] con cui dobbiamo imparare a convivere, è uno dei meno amati dall’attuale modello di cultura, perché smentisce definitivamente che l’uomo sia misura e signore di ogni cosa, come i volgarizzatori della scienza contemporanea vorrebbero far credere. La necessità è l’ambito in cui la libertà umana si risveglia, proprio nello sperimentare il rapporto con il proprio limite. [ … ] La scienza che fantastica di sostituire l’uomo a Dio non è però interessata dalla libertà umana, e ancora meno dalla necessità. [ … ] L’educazione e la stessa politica, influenzate dalla cultura tecnoscientifica, cercano come vedremo di rimuovere la questione della libertà e la sua relazione con la necessità, sostituendovi una patologica fantasia di onnipotenza che riduce l’uomo a schiavo delle proprie pulsioni e fantasie.[1]

E ancora:

Il fatto è che famiglie e orientamento scolastico sono stati finora i primi a svalutare opportunità di lavoro che non riguardassero direttamente l’industria, le banche o la pubblica amministrazione. Il modello educativo adottato sia dalle famiglie sia dalla scuola in Italia ha evitato finora ogni riferimento al mondo della natura, così come alla regola educativa della necessità che vi regna. [ … ]

Invece di fornire competenze lavorative spiegandone l’indispensabilità per la vita, si sono annegati i giovani sotto un diluvio di mode e modelli di consumo e comportamento, rapidamente obsoleti e di nessuna consistenza esistenziale, fisica e morale.[2]

Da ciò, dallo sbandamento di gran parte dei maschi odierni, l’uomo dovrebbe imparare a difendersi attraverso la riscoperta del “selvatico”. L’autore pone l’accento su due aspetti differenti e complementari: la “wilderness” e la “wildnis”. Entrambi i termini si riferiscono alla natura selvaggia. Il primo, derivato dalla lingua inglese, viene usato da Risé per designare l’ambiente naturale ancora incontaminato. Nella natura l’uomo può riscoprire il suo aspetto intimo. Il secondo, derivato dal tedesco, è usato invece per indicare l’aspetto selvatico della psiche-uomo. Ed è proprio della wildnis che la società dominata da pochi, siano essi governanti o capitani d’azienda, vuole liberarsi:

La Wildnis, la natura selvaggia di cui l’uomo selvatico ha ed è consapevolezza diretta, si contrappone alle categorie parzializzanti in cui si articola la conoscenza dell’uomo di corte, oggi di Stato o d’azienda.[3]

I due aspetti sono interdipendenti, come macro e micro-cosmo. È necessario proteggere l’ambiente naturale, evitare la distruzione delle foreste, dei boschi, delle paludi, per permettere all’uomo di usufruire di uno spazio in cui riscoprirsi.  Non a caso molti miti sono ambientati in foreste o altri ambienti naturali. La società moderna, che ha ridotto il mito a favola, non può vivere senza la natura, da cui trae le risorse, ma per la natura stessa non ha rispetto:

L’umanesimo, in cui affondano le proprie radici il positivismo e lo scientismo contemporaneo, non è interessato a conoscere profondamente le forze della natura, non parliamo poi di amarla. Questo atteggiamento caratterizza la posizione filosofica e scientifica che ispirerà le correnti prevalenti nella modernità. [ … ] La conoscenza diventa così solo funzione del nostro potere sul mondo, e non ha nulla a che fare con l’armonia del creato che, anzi, è visto come un divorarsi reciprocamente.[4]

Per l’autore il mito non è una semplice favola, ma un’allegoria di ciò che si muove nel profondo dell’essere umano (maschio, nel nostro caso).

Risé utilizza diversi miti, soprattutto europei, per analizzare l’aspetto profondo dell’anima maschile. Non posso certo qui analizzare tutti i miti che l’autore usa nell’analisi. Mi soffermerò quindi su uno in particolare, quello che, a mio parere, è forse il più rappresentativo del pensiero espresso nel libro: il mito di Parsifal, che si intreccia a quello di Anfortas, il re del Graal.

Anfortas, un potente re e custode del Graal, incontra un moro sulla sua strada. Tra i due nasce un duello cruento, che vede il moro sconfitto e morto e Anfortas vittorioso. Il prezzo della vittoria è però enorme. Il re, infatti, è ferito al basso ventre e la ferita non guarisce. Risé vede in questo mito l’abbandono del lato selvatico da parte dell’uomo di corte, o, per dirlo con un termine più adatto alla nostra società, di mondo. Nel divenire raffinato e “civile”, Anfortas perde la sua virilità, morta insieme a quel moro che, nel mito, rappresenta, appunto, il selvatico. Abbandonando la sua intima natura, il re ha perso la sua fertilità e non può che giacere in uno stato di malattia, simbolo del disagio dell’uomo civilizzato. Il mondo delle corti moderne, ovvero dei moderni luoghi di potere, è un mondo sterile, artificioso, innaturale e “malato”. A questo mondo l’autore contrappone le “corti d’amore” del medioevo che non erano basate sul “bon ton” della civiltà, ma su un approccio all’amore e quindi alla propria natura intima, vicina alla wildnis:

Al centro delle altre corti c’era la costruzione dello Stato nazionale attraverso la guerra e il potere. Al centro delle corti d’amore invece, nella Francia meridionale, con una ricca agricoltura organizzata in medie-piccole corti locali, c’erano il corpo e la passione, assieme alla ricerca di relazioni passionali sincere. [ … ] Questa centralità del corpo e dell’amore per la donna si accompagnava a una vita nella quale la Terra era amata e onorata, anziché oggetto di conquista…[5]

Una visione che non condivido e che mi sembra decisamente romanzata. Il medioevo di cui parla Risé è quello di un mondo di fantasia, al massimo può essere quello cantato dai trovatori, ma di sicuro non quello storicamente esistito. Un mondo dove anche la stregoneria, e l’inquisizione, sono espressione della lotta della civiltà verso il selvatico. La strega è tale solo perché l’uomo represso nelle sue pulsioni proietta il suo disagio su di lei, disagio profondo che fa vedere e genera complotti atti a distruggere quella civiltà tanto faticosamente ottenuta. Pur cambiando, nel corso del tempo, l’oggetto dell’odio complottista (ebrei, streghe, omosessuali…), il principio non cambia.

Torniamo al nostro Parsifal. L’eroe nasce in una famiglia povera e cresce allo stato brado, senza padre. Ed è proprio questa sua purezza, questo suo essere incontaminato dalla civiltà di corte, a rendere Parsifal adatto a guarire il ferito re Amfortas. Perché ciò avvenga però il giovane dovrà fare un percorso “iniziatico” che lo porti a sviluppare appieno il proprio maschio interiore. Per prima cosa si reca alla corte di re Artù dove si scontrerà con il mondo della civiltà che lascerà subito. Solo in seguito, divenuto pienamente adulto e maturo, tornerà per sedere tra i cavalieri.

Molto importante è l’incontro che Parsifal deve fare con il proprio fratellastro, figlio che il padre, a sua volta cavaliere, ha avuto da una donna mora. Questi rappresenta il punto d’incontro, la fusione tra il “civile” e il “selvatico”. È la mediazione tra Amfortas e il moro che lo ha ferito, rappresentanti rispettivamente la civiltà di corte, cristiana e distaccata dalla natura, e il selvatico pagano e vitale:

…Parzival è l’eroe che non cade nella violenta chiusura e unilateralità che aveva causato la ferita di Amfortas. Mentre questi uccide il cavaliere Moro, che in cambio lede la sua virilità, Parzival ha ad esempio un fratello con la pelle bianca e nera, nato dagli amori orientali del padre Gahmuret. È solo dopo aver ritrovato il fratello d’Oriente che egli riesce a porre ad Amfortas la domanda: «Dimmi: cosa ti strugge?» e a guarirlo. Inoltre, parallelamente ai diversi livelli di iniziazione maschile, Parzival riceve anche una vera e propria educazione sentimentale e sessuale, e quando risana Amfortas è marito-amante della regina Condwiramours (che significa: colei che conduce all’amore) e padre di Lohengrin e Kardeiz.[6]

L’autore fa inoltre notare che la leggenda primitiva si è via via modificata, adattandosi ai cambiamenti sociali e allontanandosi dalla natura. Nella versione wagneriana del mito lo spazio dato all’amore è molto minore e la figura di Parzival diventa sempre più casta ed “elevata”:

E mentre Parzival da amante appassionato diventa casto e sacerdotale, il mondo femminile attorno a lui, che è ricchissimo in von Eschenbach come nelle più antiche leggende celtiche, si riduce in Wagner alla sola Kundrie: infelice schiava del mago nero Klingsor, votata alla morte finale e riparatrice.[7]

Per quanto possano essere interessanti le tesi di Risé, credo che abbiano dei limiti e dei vizi palesi. Tanto per cominciare l’autore tratta i miti come se fossero archetipi comuni all’umanità intera, mentre non rappresentano nulla se non la cultura dei popoli che li hanno generati. In questo lo psicologo cade in quell’etnocentrismo che fu anche di Freud e di altri suoi contemporanei. Ma se questo difetto può essere compreso in autori del XIX e della prima parte del XX secolo, non può esserlo in un contemporaneo. Dopo decenni di progressi nell’antropologia ci si aspetterebbe che almeno gli “addetti ai lavori” non caschino più in simili trappole! Inoltre sembra proprio che i miti trattati siano stati scelti in modo utile a dimostrare le sue tesi, ignorando abilmente quelli che non facevano al caso suo. Il binarismo maschio-femmina che Risé attribuisce all’archetipo umano, è in realtà solo espressione della cultura europea, e nemmeno di tutta. Non dobbiamo andare molto lontano per trovare miti che narrano di donne guerriere (caratteristica tipicamente “maschile”). Basti pensare alle Amazzoni del mito greco o alle scandinave Valchirie.

Il discorso sulla riscoperta della nostra natura “selvatica” non può appartenere solo al “maschio”, ma è argomento che riguarda l’intera umanità. Non si comprende perché una donna non potrebbe percepire come suo il percorso che Risé descrive come maschile. Inoltre non tutti gli uomini sono allo stesso modo attratti dalla loro wildnis e dalla wilderness. Non tutti amano i luoghi incontaminati e molti preferiscono la città e la sua vita, senza per questo essere “malati” o prede del sistema.

Completamente deludente è il capitolo sull’omosessualità. La trattazione dell’argomento è superficiale e gli argomenti sono per lo più obsoleti e superati. L’autore vede ancora nell’omosessualità una qualche forma di mancanza, di non completo sviluppo. Da una parte egli parla della paura del confronto con l’altro che porterebbe ad avere sentimenti omosessuali. Questa idea, non certo nuova, è da tempo abbandonata. Pensare che un rapporto omosessuale sia “immaturo” perché non affronta l’altro significa ridurre l’essere umano al suo sesso, come se non ci fosse altro. L’alterità del partner dipende dalla sua cultura, dalle sue idee, interessi, passioni, carattere e non certo dal suo sesso! Inoltre non vedo perché il rapporto con una persona che ci assomiglia debba essere ritenuto “immaturo”. Dall’altra parte, il rapporto sessuale (non la relazione) viene visto come una fase adolescenziale di scoperta di sé e della propria sessualità. A tal proposito Risé cita il romanzo “La confessione” di Mario Soldati, il protagonista del quale, un giovane che studia dai gesuiti, risolve la sua angoscia esistenziale grazie a un’esperienza omosessuale avuta con un ragazzo del popolo, che vive libero, conosciuto in vacanza. Con lui Clemente (questo il nome del protagonista) dà sfogo a quell’erotismo che covava dentro. Il rapporto sessuale è per Clemente un rito di passaggio che lo proietta in una vita nuova e più piena.

L’autore ignora completamente il rapporto omosessuale tra adulti e le relazioni d’amore tra persone dello stesso sesso, come se l’omosessualità consistesse solo in rapporti sessuali senza altre implicazioni e fosse destinata ai soli adolescenti. Una “dimenticanza” che suona un po’ sospetta.

Infine, la nota più dolente. Risé aderisce al filone, ormai sempre più ampio, degli anti-gender, riportando anche dei dati non proprio corretti. Anche per lui, come per molti altri autori, sarebbe in atto una sorta di tentativo, da parte del “sistema” di appiattire ogni diversità allo scopo di creare una massa uniforme di cittadini senza identità e proni unicamente alle leggi del mercato. L’autore sostiene che tale tentativo vorrebbe cancellare anche la “natura”, negando quelle caratteristiche del maschile che, a detta sua, sarebbero dettate dalla natura e non dalla cultura:

Nell’attuale cancellazione di ogni diversità, con particolare attenzione a quelle fondate sulla natura stessa, la diversità maschile non è più non solo apprezzata, ma neppure riconosciuta nelle sue funzioni biologiche, psicologiche e affettive.[8]

E ancora:

Anziché insistere e valorizzare le rispettive diversità dei due sessi si propone così il “genere neutro” [ … ]. Nella coppia neutra la diversità sessuale diventa un optional: non è necessaria e comunque non rimanda a nessun riferimento simbolico, culturale e spirituale delle rispettive identità. L’identità personale non è più sessuata. Al sesso (come ad ogni altro aspetto della natura) non vengono più attribuiti contenuti specifici rilevanti dal punto di vista psicologico, fisico, esistenziale.[9]

Come in altri libri anti-gender, si confonde la richiesta di diritti e visibilità delle minoranze sessuali con la volontà di imporre lo stesso modello a tutti, cosa contraria alla realtà. Il movimento lgbt chiede infatti che le diversità di identità o di orientamento sessuale siano riconosciute, non certo negate!

Ovviamente non potevano mancare le accuse al movimento “omosessualista”, accusato di voler diffondere il “gender” e di fare propaganda a battaglie che non interessano “quasi a nessuno”. Secondo l’autore, infatti, sarebbero pochissimi attivisti quelli a favore dei diritti civili. La maggior parte delle persone lgbt sarebbe invece a favore della famiglia tradizionale e contraria al matrimonio egalitario:

Con molteplici dichiarazioni e impressionanti manifestazioni infatti, persone e gruppi omosessuali si sono nettamente differenziati dalle burocrazie politiche organizzate nella galassia LGBT [ … ]. «La maggior parte degli omosessuali sono amareggiati dal fatto che questa lobby parli a loro nome, perché non abbiamo votato per loro e non ci rappresenta» ha più volte dichiarato ad esempio Nathalie de Williencourt, portavoce del collettivo Homovox, attivo nelle grandi Manif pour tous che hanno visto nel 2013 enormi e pacifiche folle protestare contro la legge [la legge sul matrimonio egalitario, nda].[10]

E ancora:

…le persone omosessuali hanno ribadito di non essere direttamente interessate all’istituzione matrimoniale, ritenuta generalmente estranea alla loro condizione e stile di vita. Nathalie de Williencourt, leader di Homovox e della Manif pour tous 2013, ha dichiarato: «Noi omosessuali non vogliamo il matrimonio, la coppia omosessuale è diversa da quella eterosessuale. Anche per un semplice dettaglio: non può dare origine alla vita».[11]

E il matrimonio egalitario, con tutti gli annessi e i connessi, diviene ancora una volta parte del “complotto” del sistema economico-politico moderno:

Il dibattito francese ha così dimostrato come il “matrimonio per tutti” non sia un interesse specifico degli omosessuali (salvo gli attivisti politici, certamente desiderosi di consolidare la loro base elettorale e i loro emolumenti). Si tratta invece di un orientamento politico specifico della tarda modernità occidentale, determinato a estendere il controllo economico-burocratico su ogni ambito dell’affettività umana [ … ]. Compresi quelli più libertari ed eterodossi, tradizionalmente espressi anche nelle diversità di orientamento sessuale e nelle loro manifestazioni culturali e affettive. Non cancellazione dunque di vecchie discriminazioni, ma creazione di nuove omologazioni forzate, e di un mimetismo affettivo e “civile” imposto per legge alle persone omosessuali.[12]

Insomma, a quanto pare la Manif pour tous (le sentinelle in piedi d’oltralpe) agiscono per il nostro bene, per proteggerci dai quei cattivoni omosessualisti che voglio imporci i diritti. E noi che li contrastiamo anche!

Credo non sia necessario sottolineare l’assurdità dei passi citati. Che ci siano persone lgbt con un’omofobia interiorizzata tanto profonda da battersi contro i propri stessi diritti è cosa nota, ma sostenere che rappresentino la maggioranza degli omosessuali è davvero sciocco. La maggior parte delle persone lgbt è favorevole ai diritti civili, anche se magari non si dedica attivamente all’attivismo. Inoltre il matrimonio egalitario non “omologa” proprio nessuno, ma dà soltanto degli strumenti con cui una coppia può far valere i propri diritti. E se qualcuno si sentisse “omologato”, sarebbe libero di non sposarsi. Il matrimonio è un diritto, non un dovere!

Nel meccanismo di ribaltamento della realtà viene coinvolto perfino Michel Foucault, citato per sostenere tesi ben lontane se non opposte alle sue. Risé cita il “biopotere” e la “biopolitica”, concetti che il filosofo usava per definire l’ingerenza del potere costituito nella vita delle persone, fin nei suoi aspetti più intimi, al fine del controllo e del mantenimento del potere stesso. L’autore usa questi concetti contro l’uso di “genitore A” e “genitore B” al posto di “mamma” e “papà” nei documenti. Dice Risé a tal proposito:

Nella legge queste parole [padre e madre, nda] fondative della famiglia naturale e della cultura umana, vengono sostituite con le espressioni genitore A e genitore B, da adottarsi in tutte le registrazioni e provvedimenti dello Stato riguardanti la famiglia e i suoi membri. Ciò rivela lo scopo reale del provvedimento legislativo, che non è affatto [ … ] una misura anti-discriminatoria, ma aspira a fondare [ … ] «una nuova civiltà». In essa le figure del padre e della madre, con tutti i rispettivi contenuti fisici, affettivi, simbolici, vengono appunto “neutralizzate”, rese neutre, e sostituite con due lettere dell’alfabeto come due caselle qualsiasi, ai fini della gestione burocratica dello Stato.[13]

Concludo questa recensione con una considerazione: è un peccato che la parte sulla riscoperta della natura intima e selvatica della personalità, parte che ha diversi spunti interessanti, sia inserita in un contesto così binario e tristemente anti-gender. “Il maschio selvatico 2” è un libro che andrebbe depurato da tutte le fanfaluche e i bigottismi perché possa diventare un testo degno di qualche considerazione. Anche se, temo, ne rimarrebbe ben poco.

Enrico Proserpio

[1] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagine 8 – 9.

[2] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagine 15 – 16.

[3] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 190.

[4] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 98.

[5] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 123.

[6] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 116.

[7] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 117.

[8] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 22.

[9] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 23.

[10] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 27.

[11] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 28.

[12] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 31.

[13] Claudio Risé, Il Maschio selvatico 2, edizioni San Paolo, pagina 25.

 

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