Filosofia della miseria

Il libro qui recensito è ormai quasi introvabile. Ne ho acquistato una copia vecchia e consunta su eBay, grazie alla segnalazione dell’amico Luca Bagatin. Vista la difficoltà a trovare il testo, ho pensato di scansionare il libro e renderlo disponibile a chiunque lo volesse. Lo potete scaricare cliccando sul link sottostante.

Filosofia della miseria

La copertina del libro.

Nel 1846 il filosofo ed economista Pierre-Joseph Proudhon (1809 – 1865) pubblicò un breve trattato dal titolo “Systéme des contradictions économiques ou Philosophie de la misère”, ovvero “Sistema delle contraddizioni economiche o Filosofia della miseria”, più comunemente conosciuto come “Filosofia della miseria”, un libro ritenuto da molti una pietra miliare del pensiero socialista.

Proudhon parte dall’analisi dell’”economia politica”, intesa come scuola economica dominante all’epoca, rifacendosi in modo particolare alla teoria di Thomas Robert Malthus sul rapporto tra la crescita della popolazione e quella delle “sussistenze”, ovvero di quei beni necessari alla sopravvivenza. Per il filosofo inglese la miseria era una cosa inevitabile. La popolazione, infatti, crescerebbe più velocemente delle sussistenze, provocando una carenza delle stesse. La società verrebbe così a essere caratterizzata dalla lotta tra gli individui, lotta che porterebbe alla vittoria del più forte. Questa visione influenzerà molti economisti (Keynes, Ricardo…), alcuni dei quali videro nel controllo delle nascite la soluzione. Ci si spinse, addirittura, a vedere nella famiglia e nell’amore la causa stessa della miseria. Posizione ritenuta dal Proudhon riprovevole, assurda e immorale:

Che cosa pretendete? Che i giovani cessino di fare l’amore, che il proletario non si sposi che a cinquant’anni, o meglio ancora, mai e che la famiglia sia un privilegio?

In questo caso prendete efficaci misure per la tutela della vostra proprietà, raddoppiate il numero dei vostri soldati, aumentate quello delle donne pubbliche, create dei premi per la prostituzione, spingete alla poligamia, alla fanerogamia e magari alla sodomia, a tutte quelle specie di amore che il pregiudizio riprova, ma che la scienza deve invece accogliere, a motivo della loro sterilità. Poiché con la famiglia è impossibile arrestare il dilagare della miseria, per la stessa ragione che è impossibile fermare quello della ricchezza; questi due termini sono legati l’uno all’altro per l’indissolubile legame del matrimonio; vi è contraddizione a volerli separare.[1]

Perché, a parere del Malthus, popolazione e sussistenze si accrescerebbero secondo due differenti progressioni matematiche:

[ … ] vale a dire che mentre la popolazione tende ad accrescersi secondo la progressione geometrica – 2. 4. 8. 16. 32, … ecc., la produzione delle sussistenze aumenta soltanto secondo la progressione aritmetica 1. 2. 3. 4. 5. 6. … ecc. ciò che porta inevitabilmente a questa conclusione, che in ogni paese una parte della popolazione perisce senza tregua per mancanza di pane.

Malthus pretendeva che bastasse enunciare questa seconda proposizione perché dovesse ritenersi immediatamente dimostrata, ed in conseguenza si era ritenuto dispensato dal darne la prova [ … ][2]

Proudhon si pone in contraddizione a queste teorie, mostrandone la fallacia. Per l’autore francese, infatti, non è vero che le sussistenze crescono meno della popolazione. Dati alla mano, egli mostra come nell’epoca a lui contemporanea l’idea malthusiana si dimostri falsa. In un’epoca di grande progresso scientifico, tecnologico e industriale come la prima metà del XIX secolo, i rapporti tra popolazione e sussistenze si dimostrano ben diversi da quanto previsto da Malthus. Cosa che, del resto, già l’economia politica sosteneva, superando i dubbi del filosofo inglese:

Se il numero dei lavoratori si raddoppia ancora e la divisione diventa, a causa di questo raddoppiamento più perfetta di prima, le macchine più potenti, la concorrenza più attiva, produrranno 16; se il loro numero è quadruplicato 64. Questa moltiplicazione del prodotto ad opera della divisione del lavoro, delle macchine, della concorrenza è stata infinite volte dimostrata dagli economisti; è questo il lato positivo della loro teoria, il punto sul quale sono tutti unanimi, ma che la pratica non è in grado di rendere tale quale la teoria lo fa sperare, almeno per tutto il tempo in cui la società, con un’ultima riforma, non avrà risolto tutte le sue contraddizioni.

Dunque, se la potenza di riproduzione genitale della specie umana si esprime con la progressione 1. 2. 4. 8. 16. 32. 64. ecc. la potenza di riproduzione industriale dovrà esprimersi con la progressione 1. 4. 16. 64. 256. 1024. 4096. In altri termini, in una società organizzata «la produzione si accresce come il quadrato del numero dei lavoratori».[3]

Una teoria non aderente alla realtà, ma comunque più vicina alla stessa che non quella malthusiana. L’autore lo fa notare riferendosi ai dati dell’economia reale francese:

Dal 1789 al 1846 la popolazione non è aumentata della metà; viceversa la ricchezza è quintuplicata [ … ][4]

Il che fa sorgere una domanda cruciale: come mai continuano a esistere i poveri? Perché in quel lasso di tempo la miseria, invece che divenire un

Pierre-Joseph Proudhon

brutto ricordo, è addirittura aumentata? Perché la miseria non è causata dalla mancanza di sussistenze, ma dal sistema socio-politico-economico ingiusto e basato sulla prevaricazione del più forte sul più debole. E in tal senso Proudhon attacca l’economia politica e i suoi “sacri principi”. Vediamo alcuni delle ragioni del filosofo francese.

Tra i principi sostenuti dall’economia politica (ancor oggi, ahimè) c’è la concorrenza. Questa, a detta del pensiero economico dominante, sarebbe il motore del progresso. Grazie alla necessità di essere migliori dei concorrenti, i vari soggetti economici farebbero ricerca per dare un prodotto sempre migliore e sempre più rispondente alle necessità del consumatore. Inoltre essa garantirebbe al consumatore un buon rapporto tra qualità e prezzo: egli, infatti, tra i vari prodotti simili sceglierebbe quello che garantisca la miglior qualità al minor prezzo, favorendo il produttore che più si avvicina alle sue esigenze. Ma Proudhon non è concorde. Secondo il filosofo:

Purtroppo l’antagonismo delle istituzioni economiche non permette che esse producano i loro effetti senza attriti; da ciò la scontentezza del lavoro, da ciò le sorprese della miseria.

Così la concorrenza, col suo lato positivo e sociale ha effettivamente lo scopo di ridurre all’infinito il prezzo delle cose, ed in conseguenza di aumentare senza tregua la somma dei valori e di mettere la produzione in vantaggio sulla popolazione; ma col suo lato negativo ed egoista, la concorrenza porta dalla ricchezza alla povertà, poiché la riduzione di prezzi che essa arreca, da un lato non profitta che ai vincitori, dall’altro lascia i vinti senza lavoro e senza risorse.

La concorrenza, dice la teoria, deve arricchire tutti. Ma per l’imperfezione dell’organismo sociale, la pratica dimostra che quando la concorrenza è divenuta generale vi sono altrettanti disgraziati quanti arricchiti: cosa di cui è impossibile dubitare dopo la critica che ne abbiamo fatta.[5]

Inoltre, aggiungiamo noi, il capitale fa ricadere le perdite dovute ai ribassi di prezzo, o agli aumenti delle spese, su chi sta in una posizione più bassa, in prima istanza i lavoratori. Se poi il capitalista in questione è sufficientemente potente può far ricadere le sue perdite su fornitori, commercianti, grossisti e chiunque altro faccia parte della catena produttiva e distributiva del prodotto.

Anche il valore della crescita economica, ovvero del necessario aumento della produzione, è messo in dubbio. Abbiamo già visto come il Proudhon dimostri che l’aumentata produzione non faccia necessariamente diminuire la miseria. Non basta che la produzione cresca in proporzione alla crescita della popolazione. È anche necessario che tale ricchezza sia opportunamente ridistribuita in un regime di giustizia sociale. Un concetto che vediamo anche nella critica agli economisti suoi contemporanei:

[ … ] l’economista, occupato soltanto di quello che accadrebbe ad un milione di uomini che non avessero per sussistere che la razione di cinquecentomila, non si domanda perché quei cinquecentomila non possano vivere con quello che basterebbe per un milione.[6]

Un problema attualissimo, visto che basterebbe ridistribuire l’attuale produzione per eliminare la fame dal mondo. Eppure, nonostante secoli di fatti che smentiscono la tesi della crescita necessaria, gli economisti ancora insistono su questa come fosse un dogma indubitabile.

Un altro tema oggetto di critica è il progresso tecnologico. L’uso delle macchine, visto da alcuni come il mezzo di emancipazione del lavoratore dalla fatica, non crea altro che nuovo sfruttamento, se inserito in un sistema di tipo capitalista:

Coll’aiuto delle macchine, unite alla divisione del lavoro, centomila lavoratori che abitino un cantone di cinquanta leghe quadrate, producono più di un miliardo di selvaggi, i quali, avendo soltanto le unghie per grattare la terra, le mani per prendere la preda ed i piedi per raggiungerla, avrebbero bisogno per sussistere di una superficie di terreno dieci volte più grande dell’intero globo.

E siccome non si può assegnare alcun limite alle invenzioni industriali, è certo anche che da questo punto di vista il lavoro gode di una fecondità illimitata, suscettibile per conseguenza di accrescersi in grado sconosciuto.

Sembra dunque che le macchine, debbano riparare il deficit causato dalla divisione e trionfare della miseria. Ma non è affatto così. Con le macchine comincia la distinzione tra padroni e salariati, tra capitalisti e lavoratori.

L’operaio, che la meccanica doveva sollevare dall’abbrutimento in cui l’aveva ridotto il lavoro particellare, vi si affonda invece sempre più: perde, insieme con il suo carattere di uomo, la libertà e cade nella condizione di un utensile. Il benessere aumenta per i capi, il danno per i gregari; comincia la distinzione delle caste, e si sviluppa una tendenza mostruosa che consiste nel moltiplicare gli uomini, ma nel voler fare a meno degli uomini.[7]

Il problema dunque non è la produzione in sé, ma la distribuzione di quanto viene prodotto. Perché:

Le sussistenze non mancano affatto, poiché da ogni parte ci si lamenta della pletora di prodotti, che diminuiscono di prezzo per mancanza di sbocchi, per mancanza di gente che li paghi, per mancanza di salari.[8]

La tecnologia diventa quindi un nuovo strumento di schiavitù e di oppressione. Non è la macchina a servire l’uomo, ma l’uomo, divenuto lavoratore, operaio, o, come si usa dire oggi, “risorsa umana”, a servire la macchina. E la macchina viene valutata e curata più dell’uomo stesso, poiché la “risorsa umana” è molto più intercambiabile che non la macchina. È di questi giorni l’allarme per la perdita di lavoro dovuta alle tecnologie informatiche. Ormai non solo le “tute blu”, ovvero gli operai, sono messi a rischio dalla tecnologia. Anche i “colletti bianchi”, ovvero gli impiegati, sono sempre più sostituiti dai computer. Nessuno può più sentirsi al sicuro.

Ma cosa fare per risolvere questi problemi? Su questo punto Proudhon non è altrettanto valido che nell’analisi della situazione. Il filosofo, infatti, si fa trascinare da un’idea di uomo moralista e ideale proponendo una soluzione che risulta piuttosto irreale. Secondo l’autore, infatti, il problema della crescita della popolazione si risolverebbe da sé. Se gli uomini fossero tutti più agiati, grazie a un sistema adeguato di ridistribuzione, si creerebbe una società di persone benestanti e quindi anche più civili e morali. In un tal sistema le famiglie non avrebbero molti figli, il sesso essendo solo una fase passeggera, legata alla gioventù e alla passione tipica di quell’età. Una passione che, col tempo, si trasformerebbe in affetto e amicizia, anche grazie al lavoro che, non più schiavizzante e degradante, diventa fonte di virtù ed educazione:

Per mezzo delle virtù [ … ] l’uomo si disimpegna dalla fatalità, ed arriva gradualmente al pieno possesso di se stesso; e come nel lavoro l’attrattiva succede naturalmente alla ripugnanza, così nell’amore la castità sostituisce spontaneamente la lascivia.

Da questo momento l’uomo, santificato in tutte le sue potenze, domato dal lavoro, nobilitato dall’arte, spiritualizzato dall’amore, domina tutto ciò che nel suo essere è il prodotto della natura, come tutto ciò che viene dalla ragione e dal libero arbitrio. L’uomo ha sempre più la prevalenza su Dio; la ragione regna nel mezzo delle passioni, ed in seguito alla ragione si manifesta l’equilibrio, vale a dire la serenità e la gioia.[9]

E questo processo riguarderebbe tanto la vita pubblica quanto quella privata:

L’uomo non è più allora quello schiavo disonorato che guarda la donna e piange di rabbia; è un angelo nel quale la castità, lo sdegno per la materia, si sviluppa contemporaneamente alla virilità.

Come il lavoro servile non produce nell’uomo che un’impotenza desolata e maledetta, così il lavoro libero, reso attraente dalla scienza, l’arte e la giustizia, genera la castità attraente, l’amore; e presto con l’aiuto di questo ideale, lo spirito guadagna sempre sulla carne e la perfezione dell’amore produce la repugnanza del sesso…

L’amore, per quanto riguarda l’opera generatrice, ha dunque un suo proprio limite; la voluttà coniugale ha un suo periodo nella vita umana come la fecondità e l’allattamento. Ed in questa nuova evoluzione, come pure in tutte le altre, l’uomo ministro della natura e cantore dei suoi destini, non fa la legge, ma la scopre e l’eseguisce.

Divido dunque, con l’assenso di tutti la vita umana in cinque periodi: infanzia, adolescenza, giovinezza, virilità o periodo di generazione, e maturità o vecchiezza.

L’uomo durante il primo periodo ama la donna come madre; nel secondo come sorella, nel terzo come amante; nel quarto come sposa; nel quinto ed ultimo come figlia.[10]

Un atteggiamento moralistico, quello del Proudhon, che lo fa entrare in polemica sia con gli economisti della scuola dominante, sia con i socialisti, rei, a suo dire, di voler eliminare la morale dal mondo sdoganando comportamenti immorali e disdicevoli, soprattutto nella sfera sessuale e amorosa. Il filosofo si scaglia contro chi vorrebbe controllare la popolazione con mezzi come l’aborto o il semplice preservativo, mezzi contrari alla morale e indegni di un popolo civile, ponendosi a favore della tradizione religiosa:

Un tempo i nostri padri cristiani deponevano nelle loro abitazioni dei rami benedetti ed invocavano dinanzi alle immagini sacre la misericordia dell’Altissimo contro l’incendio, la grandine, la carestia e la mortalità. Ho recitato anch’io, nella mia infanzia, queste preghiere di famiglia; ho visto dovunque, nelle case dei contadini, l’immagine di Cristo sospesa sopra il letto degli sposi; era il ricorso di un popolo ignorante e fanatico contro i flagelli del cielo e le calamità della terra. I tempi hanno camminato, la ragione si è affrancata; abbiamo imparato che la causa della miseria era la sopraproduzione di figli: ed invece di questi aggeggi della superstizione che circondavano alla luce del sole la giovane sposa, e che dovevano colpire i suoi occhi e riempire il suo cuore per tutto il resto della sua vita, il funzionario del municipio le offrirà, quale simbolo del dovere domestico, il preservativo che ha un nome solo nell’economia politica e nel gergo delle case di tolleranza! Quale infamia![11]

E in conclusione del trattato egli pone proprio un monito morale:

Delle due cose l’una; o l’umanità deve divenire col lavoro una società di santi, oppure, col monopolio e la miseria, la civiltà non è più che un immenso priapeo. Col passo con cui vanno le cose, ed a meno di una riforma che cambi integralmente le condizioni del lavoro e del salario, ogni aumento di fatica, e pertanto ogni accrescimento di ricchezza, sarà presto diventato impossibile. Molto tempo prima che la terra ci manchi la nostra produzione si arresterà; il pauperismo ed il crimine cresceranno sempre.[12]

Un monito che, moralismo a parte, ha senza dubbio un valore quasi profetico. Il benessere di cui il cittadino medio occidentale gode oggi è il frutto delle battaglie che i lavoratori e i sindacati fecero nel XIX e XX secolo, lotte volte a ottenere un salario minimo che garantisse una vita dignitosa e non la semplice sopravvivenza, un orario massimo di otto ore e non di quattordici o sedici, l’età minima per il lavoro e l’eliminazione dello sfruttamento minorile, il diritto allo studio…

Diritti che oggi l’avidità capitalista mette sempre più in dubbio e che i governi asserviti al capitale erodono giorno dopo giorno, riportandoci indietro di secoli nello sfruttamento e nell’oppressione.

Concludo invitando il lettore ad affrontare questo testo, il quale, se pur difetta in alcuni aspetti risentendo dei difetti tipici dell’epoca, resta validissimo nell’analisi del sistema capitalista e nella destrutturazione della filosofia economica malthusiana e capitalista.

Enrico Proserpio

[1] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 17.

[2] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 18.

[3] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 39.

[4] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 50.

[5] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 40 – 41.

[6] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 43.

[7] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 36 – 37.

[8] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 37.

[9] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 108 – 109.

[10] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 109.

[11] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 68 – 69.

[12] Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della Miseria, Vetrina minima, Bottega dell’antiquariato O.E.T, Roma, pagina 120.

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