Armi, acciaio e malattie

Di solito si parla della storia dell’uomo come un avvicendarsi di guerre, invasioni, conquiste e cose fatte da grandi uomini. Ma dietro tutto ciò c’è

La copertina del libro.

una domanda che imbarazza gli storici e che viene spesso ignorata: perché in Europa è nata la civiltà industriale e tecnologica che tutti conosciamo, mentre altrove l’uomo è rimasto all’età della pietra?

A questa domanda fondamentale cerca di rispondere Jared Diamond nel suo trattato “Armi, acciaio e malattie”.

L’autore, biologo, parte dal rifiuto della tesi razzista secondo cui ciò è dovuto alla differenza di capacità delle diverse razze. Questa teoria è smontata abilmente con il racconto di fatti storici inoppugnabili, dove si dimostra come popoli simili, se non identici, a livello genetico, abbiano avuto spesso sorti ben diverse. È il caso dei Maori e dei Moriori. Questi ultimi, derivanti da una migrazione di Maori sulle isole Chatham intorno alla fine del nostro medioevo, tornarono a essere cacciatori e raccoglitori e lo restarono fino al primo contatto con i loro cugini Maori che, superiori tecnologicamente e per organizzazione sociale, li sterminarono.

Ma se le capacità umane sono le stesse, cosa ha provocato questa grande differenza nella storia dei popoli? Perché l’Europa ha invaso l’America e sconfitto le civiltà precolombiane e non il contrario? Perché le invenzioni e la tecnologia si sono evolute in alcuni luoghi e in altri no? Possibile che gli Europei siano più creativi e intelligenti degli altri, come sosteneva l’inqualificabile Gobineau?

Naturalmente non è così. Ecco cosa dice Diamond nelle sue conclusioni:

Senza la creatività e l’inventiva, a quest’ora staremmo probabilmente mangiando ancora carne cruda e usando attrezzi di pietra. In tutti i popoli esistono persone geniali; è solo che certi ambienti forniscono più materiale con cui partire e condizioni più favorevoli per continuare.

L’autore sostiene che le differenze sono dovute soprattutto a condizioni ambientali diverse. In particolare alcuni elementi sarebbero determinanti per la nascita di civiltà progredite: la grandezza del territorio, le barriere geografiche, l’orientamento del continente e la presenza o meno di specie domesticabili.

La grandezza del territorio è un fattore facilmente spiegabile. Se un territorio è grande e non ha barriere insormontabili al suo interno potranno sorgere diverse società in competizione fra loro e saranno stimolate le capacità inventive. Inoltre, popolazioni grandi avranno più potenziali inventori e i contatti tra le società diffonderanno le idee catalizzando il progresso.

Più difficoltosa è la questione dell’orientamento del continente. Se l’estensione del territorio di un continente è prevalentemente est-ovest, le novità si diffonderanno più velocemente che non in un territorio a orientamento nord-sud. Dobbiamo ricordare che la base necessaria per lo sviluppo di società complesse è la produzione alimentare, basata su agricoltura e allevamento. Le piante sono difficilmente adattabili a latitudini diverse. Dobbiamo considerare infatti che andando da sud a nord (e viceversa) il clima cambia molto più che andando a est o ovest. Ancor più importante è la variazione delle ore di luce, fattore importantissimo per la biologia delle piante. Se adattare una specie a un clima più caldo o più freddo può essere relativamente semplice (soprattutto con le specie annue come il grano o il riso), adattarle a giorni di durata diversa è impresa non da poco, anche per la moderna scienza.

E allora perché non risolvere il problema domesticando semplicemente specie locali? Semplice: non tutte le specie sono domesticabili. Sia per le piante che per gli animali esistono caratteristiche ben precise che rendono un essere vivente domesticabile e le specie che le possiedono sono poche. La mezzaluna fertile ebbe la fortuna di averne diverse a disposizione e questo decretò la sua partenza anticipata rispetto agli altri nel campo dell’agricoltura e la sua fortuna. L’Africa sub-sahariana e l’America ebbero molta meno fortuna. In America semplicemente non c’erano grandi mammiferi da domesticare. Tutti i possibili candidati si estinsero in età paleolitica. Stessa cosa accadde in Australia in modo perfino peggiore. In Africa la cosa è meno evidente. Lì di grossi mammiferi ce ne sono, ma per diversi motivi non è possibile domesticarli. Le zebre, per esempio, hanno un carattere ben diverso dai cavalli e ciò le rende non utilizzabili. Sono semplicemente troppo aggressive. Perfino i moderni tentativi sono falliti. Certo, negli zoo ce ne sono, ma questo non significa domesticare ma, al massimo, domare. Domesticare è ben altra cosa. Ecco come definisce Diamond la domesticazione:

La domesticazione […] è una modificazione selettiva delle caratteristiche di un animale in modo che si riproduca in cattività e che sia utile all’uomo.

Jared Diamond, autore del libro.

Questo con le zebre non è possibile. E lo stesso vale per la maggioranza dei grossi mammiferi. E senza di loro il progresso è ben difficile. I grandi mammiferi hanno dato all’uomo molti vantaggi: cibo (carne, latte…), fibre (lana), concime (letame, stallatico) ed energia per i trasporti e il lavoro. Fino al tardo XVIII secolo tutti i trasporti si basavano sulla trazione animale. Senza considerare l’uso per arare i campi o far girare le macine. Anche in guerra i grandi mammiferi (il cavallo in particolare) diedero un vantaggio immenso. Grazie ai cavalli gli spagnoli riuscirono a massacrare gli Inca senza grandi problemi.

Ma il vantaggio maggiore che gli animali diedero agli europei fu un altro: la resistenza alle malattie. A causa del contatto continuo con gli animali molte malattie di questi mutarono divenendo malattie umane. La popolazione europea ebbe il tempo di sviluppare resistenza a queste malattie che restarono, seppur gravi, sotto controllo. Ma appena giunsero in America e Australia fecero strage tra quelle popolazioni che non erano resistenti. Il 95% della popolazione nativa dell’America fu distrutta in due secoli da malattie come il vaiolo e il colera, tutti “regali” fattici dagli animali.

“Armi, acciaio e malattie” è un libro fondamentale per avere una visione d’insieme sulla storia dell’uomo e perfino sull’attualità. Si colgono, tra le righe, molti accenni alle cause del declino europeo che stiamo vivendo. E forse sarebbe il caso di fermarci un secondo e allontanarci idealmente dall’attualità per comprendere le cause remote della crisi e cercare di risolverle. In queste poche righe ho cercato di dare un’idea delle teorie di Diamond, ma lo spazio ridotto non mi permette di dire tutto ciò che si dovrebbe.

Lo stile di Diamond è leggero, scorrevole pur non scadendo nel banale e nel superficiale. Il testo ha un indubbio valore scientifico e l’analisi è approfondita, eppure resta di facile comprensione anche per perone non particolarmente ferrate nelle scienze biologiche o nella storia.

Interessante anche l’ultimo capitolo, dove l’autore affronta in breve il problema del metodo di indagine storiografica spiegando la sua convinzione che la storia possa assurgere a “scienza” ed essere indagata in modo più oggettivo. Diamond inoltre fa notare le questioni che restano irrisolte, come il peso dei grandi uomini e di fatti fortuiti che possono cambiare la storia. Un esempio per tutti: nel 1930 Hitler ebbe un’incidente d’auto. La sua macchina sbatté contro un camion, ma lui si salvò. Se l’autista non avesse frenato in tempo e Hitler fosse morto, la storia sarebbe cambiata completamente o il nazismo sarebbe comunque nato con qualcun altro al potere? Non lo sapremo mai, ma forse si riuscirà prima o poi a capire (o almeno a ipotizzare con una certa certezza) quale sia il reale peso dei singoli sullo svolgimento degli eventi.

Un libro da leggere sicuramente per aumentare la propria consapevolezza del mondo che ci circonda.

Enrico Proserpio

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