Qualche riflessione sull’immigrazione

L’immigrazione che negli ultimi anni ha interessato l’Italia ci presenta, senza dubbio, l’occasione e la necessità di ripensare la nostra società e la nostra visione politica. Purtroppo la politica italiana, su questo tema, sembra essere incapace di un’analisi approfondita e sensata e di un’azione concreta che non sia un “tappare i buchi”. Non vedo, ad oggi, un partito che abbia proposte ben fatte su come risolvere i problemi che, inevitabilmente, un cambiamento come quello vissuto dalla società italiana degli ultimi anni genera.

Partiamo da destra, e soprattutto da quelle destre estreme composte da movimenti più o meno fascisti e più o meno nazionalisti. Da parte di costoro c’è un’opposizione ferma, una netta volontà di bloccare l’immigrazione (qualunque immigrazione) e di rimandare a casa loro gli immigrati già presenti sul suolo italiano. Urlando slogan dal sapore razzista, come il famigerato “prima gli italiani”, questi partiti e movimenti portano avanti una politica del tutto distaccata dalla realtà e del tutto inapplicabile. Per rimpatriare bisogna avere rapporti amichevoli e trattati di collaborazione con i paesi di origine degli immigrati. Non possiamo certo atterrare in terra straniera e scaricare persone senza il permesso dei governi locali! E dubito che i leghisti sarebbero in grado di mantenere questi rapporti amichevoli e di stabilirne di nuovi. Senza considerare che se si applicassero certe loro idee succederebbe un bel caos. Se davvero sospendessimo i fondi investiti nella gestione dell’accoglienza ai profughi, cosa otterremmo? Otterremmo di avere migliaia di profughi allo sbando sul territorio italiano, persone che, in un modo o nell’altro, dovrebbero sopravvivere e mangiare. E i danni di una situazione del genere costerebbero ben più di quel che investiamo per accoglierli. Certo, è facile, per i vari Salvini, inveire contro il governo in carica e dire che prima bisogna aiutare gli italiani, i terremotati o chi per essi. Meno facile è proporre qualcosa di sensato per risolvere i problemi. Non a caso quando al governo ci furono proprio i leghisti, con Maroni ministro dell’interno, non solo non tagliarono i fondi, ma aumentarono gli sprechi, portando la permanenza massima degli immigrati nei centri da tre a sei e, infine, a diciotto mesi. Non ci fu invece nessun impegno a snellire e migliorare il sistema per evitare sprechi e spese inutili. Non ci fu nessuna politica organica, ma solo provvedimenti di “emergenza” per mettere toppe. Il che dimostra quanto retoriche e demagogiche siano le dichiarazioni di Salvini e dei suoi sodali, dichiarazioni che mirano solo a propagandare odio e razzismo per guadagnare qualche facile voto. Una retorica che, però, si fa pericolosa e danneggia migliaia di persone. Lo dimostrano le aggressioni e il bullismo a sfondo razzista, in aumento.

Alle sparate leghiste in questi ultimi tempi si aggiungono quelle del Movimento 5 Stelle che porta avanti idee molto simili a quelle salviniane e altrettanto qualunquiste. Suonano ridicole le dichiarazioni denigratorie dei grillini nei confronti di Laura Boldrini, accusata di favorire i clandestini. Peccato che sia proprio grazie all’azione diplomatica della presidentessa della Camera se possiamo rimpatriare i clandestini in diversi paesi. A cosa daranno retta all’ONU (ente fondamentale per la gestione dell’immigrazione e dei profughi)? Alle richieste di una politica che ha lavorato anni nella diplomazia internazionale e nell’ambito della gestione dei profughi e che ha ottenuto la stima e la considerazione di molti stati stranieri, o ai rutti di Salvini? O forse daranno retta alle cavolate di qualunquisti che non sanno nemmeno di dove fosse Pinochet?

La politica dell’opposizione in stile fascio-leghista (e grillino, sempre che ci sia una differenza) può portare solo allo scontro sociale violento. Cosa vorrebbe fare, in pratica, la Lega Nord se fosse al governo? Come intenderebbe impedire ai profughi di venire in Italia? Seguirebbero il “consiglio” del loro ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, che ebbe a dire “si manda un elicottero a perlustrare le coste, se le barche sono turistiche, di privati o mercantili si lasciano entrare, se contengono immigrati si fa fuoco a volontà”? Una posizione, questa, condivisa da molti e sulla cui gravità non si può scherzare. È sottovalutando cose simili che si arriva ai lager.

Il pericolo è reso ancor più attuale e reale dalla mancanza di politiche serie e di risposte da parte dei partiti di sinistra e da parte del PD. Da parte loro c’è, infatti, una sottovalutazione dei rischi e delle criticità legate all’immigrazione, come l’arrivo di persone portatrici di culture non democratiche, maschiliste, omofobe, integraliste. In nome di un generico “rispetto” per la cultura altrui, si rischia di accettare cose inaccettabili, come le violenze domestiche sulle donne. Si tratta spesso di una forma di razzismo “moderato” e strisciante, di cui nemmeno ci si rende conto e che consiste nel vedere negli immigrati (o anche nelle singole nazionalità) dei gruppi omogenei dove l’individuo e i suoi diritti spariscono. Per questo molti radical-chic di questa pseudo-sinistra pseudo-liberal, tacciono davanti ai soprusi che molti uomini islamici fanno alle loro donne, ma gridano allo scandalo se un cattolico fa lo stesso, o anche meno. Le donne immigrate di fede islamica hanno gli stessi diritti di quelle italiane. Nel nostro paese le donne hanno ottenuto la parità (almeno legale) grazie a lotte spesso faticose e non indolori. Siamo sicuri di voler gettare al vento queste conquiste in nome di una mal interpretata libertà religiosa? Siamo sicuri che picchiare la moglie o imporle il niqab debba essere un diritto? Questioni a cui la sinistra italiana e il PD non stanno dando risposte, intenti come sono a coccolare gli islamisti che vorrebbero imporre la sharia. Proprio qui a Milano, il PD ha portato in comune Sumaya Abdel Qader, esponente, appunto, degli islamisti.

Sia chiaro, non ho nulla contro l’Islam in sé. Come per il Cristianesimo e l’Ebraismo, non è la religione il problema, ma il modo di viverla e, soprattutto, la volontà di imporla agli altri e usarla come strumento di prevaricazione. E questo è ciò che vogliono gli islamisti: imporre a tutti le loro regole e i loro dettami religiosi. In Norvegia nel 2013, la giornalista televisiva Siv Kristin Saellmann fu licenziata per aver indossato un piccolo pendente a forma di croce. Si trattava solo di un monile di famiglia, indossato senza nessuna intenzione di propaganda religiosa. Nonostante ciò, le associazioni islamiste norvegesi gridarono allo scandalo e pretesero il licenziamento della giornalista. E l’emittente eseguì, licenziando la mal capitata in nome della “laicità” e del “rispetto”. Peccato che di “laico” le pretese delle associazioni islamiste non avessero nulla. Per loro il problema, infatti, non era l’esibizione di un simbolo religioso tout court, ma di un simbolo cristiano. Quelle stesse associazioni islamiste che protestano per i simboli cristiani in tutta Europa pretendono di poter sfoggiare i loro di simboli, come il velo per le donne.

L’appoggio, dato un po’ per superficialità, un po’ per codardia, agli islamisti, danneggia tutti. Danneggia la società, sdoganando comportamenti e idee che pensavamo di aver superato da decenni. Rinforza l’islamismo, dando a queste associazioni un ruolo politico ufficiale. Le persone straniere si rivolgono spesso a degli intermediari appartenenti alla loro comunità, quando hanno bisogno di interfacciarsi col potere. I membri più colti, più integrati, aiutano gli altri a districarsi nella burocrazia italiana, per loro spesso molto complessa, traducendo e spiegando. Portare in consiglio comunale una rappresentante delle associazioni islamiste significa far convogliare sempre più le comunità islamiche verso queste associazioni, isolando gli islamici laici e moderati. Meglio sarebbe dare invece rappresentanza proprio all’Islam moderato e laico, di cui non mancano i rappresentati in Italia e a Milano in particolare.

Se si continua con questo atteggiamento di tolleranza verso gli intolleranti non si otterrà che l’acuirsi di situazioni di attrito sociale, come già si vede in Francia, in Olanda e altrove, dove gli islamisti hanno preso il controllo di interi quartieri cittadini.

Per evitare questo rischio serve però un impegno serio nel conoscere la cultura e la politica dei paesi di origine degli immigrati islamici. Si scoprirebbe così che anche nei paesi islamici esistono movimenti per la laicità e che gli islamisti non sono così amati e così rappresentativi di quei paesi e di quei popoli come si vorrebbe credere. Si eviterebbero così errori madornali come il definire “femminista” il velo che, al contrario, è proprio il simbolo della sottomissione della donna all’uomo. Forse quelle femministe che difendono la “libertà” di portare il velo (che in realtà garantisce solo all’uomo la possibilità di imporlo alla moglie e alle figlie) cambierebbero idea se si informassero sul femminismo dei paesi islamici che, da decenni, si batte proprio per eliminarlo!

Speriamo solo che si rendano conto in tempo di chi sono quegli islamisti a cui le sinistre stanno dando corda e potere, magari smettendola di comportarsi in modo schizofrenico, condannando l’estremismo e il fanatismo cristiano (sentinelle in piedi, ProVita, Militia Christi…), tacendo sull’estremismo ebraico (in Italia praticamente assente) e appoggiando quello islamico (più pericoloso, perché più numeroso). Quando si renderanno conto che gli islamisti non sono meno pericolosi dei fanatici di altre religioni? Mi spaventa una “sinistra” che condanna la Chiesa Cattolica per la sua posizione sulle unioni civili e sui diritti glbt, ma che accoglie e candida persone vicine ai Fratelli Musulmani. Si può davvero condannare chi vuole negare il matrimonio egalitario per poi allearsi con chi gli omosessuali li lapida? Una domanda a cui vorrei una risposta da chi ha candidato Sumaya Abdel Qader. Così come vorrei porre a lei delle domande sui diritti civili. Cosa che sembra difficile visto che non ha partecipato, per ora, a nessun evento sui diritti civili e glbt a cui è stata invitata. Forse teme, partecipando, di offendere i suoi elettori islamisti. Una mancanza non da poco, comunque, per una consigliera portata in comune da un partito che si definisce “democratico”.

Concludendo, mi auspico che si affrontino queste tematiche, magari in modo costruttivo e civile e non in stile pollaio come la nostra politica ci ha, tristemente, abituato. Riusciremo a farlo? Spero di sbagliarmi, ma ne dubito.

Enrico Proserpio

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