Dai diamanti non nasce niente

La copertina del libro.

Per il mio compleanno, qualche anno fa, mi è stato regalato il libro “Dai diamanti non nasce niente” di Serena Dandini. Un regalo decisamente azzeccato. Ero curioso di vedere come la Dandini avesse trattato un tema non consueto per chi la conosce (come me) solo attraverso le sue trasmissioni televisive: il giardinaggio.

La lettura del libro mi ha richiamato alla memoria una vecchia storia zen. Una guardia andò un giorno da un maestro di spada e gli chiese di poter divenire suo allievo. Il maestro gli chiese in cosa fosse esperto, in cosa lui fosse già maestro. La guardia disse che non lo era in nulla. Il maestro allora disse che non era possibile. La guardia ci pensò su e poi disse che in effetti una cosa in cui era bravo c’era. Fin da bambino, infatti, desiderava divenire una guardia e allora si era abituato a pensare alla morte come fosse sempre dietro l’angolo e aveva così superato la paura della morte stessa. Il maestro allora gli disse che lui era già un maestro di spada perché esserlo significava non avere paura della morte e combattere quindi concentrati solo sul momento. La tecnica sarebbe arrivata col tempo.

Vi chiederete cosa c’entri questa storia con il giardinaggio o con Serena Dandini che, di sicuro, non assomiglia a uno spietato e feroce samurai. E invece c’entra e non poco.

Il libro della Dandini, infatti, non è un manuale di giardinaggio, non spiega come coltivare le piante, le caratteristiche del terreno, le malattie e i parassiti. Non dà nemmeno ricette per concimi dai risultati eccezionali. È piuttosto un trattato filosofico che parte dal giardino come passione e come metafora del mondo per analizzare vizi e virtù della nostra società e degli appassionati del verde. Secondo l’autrice (e secondo me) il giardinaggio può essere una via di riscossa della nostra società verso un mondo migliore e più giusto, verso un sistema dove l’uomo possa vivere in armonia. Per questo l’analisi parte dai giardinieri (famosi e non) e dalle storie di giardino di personaggi storici per giungere a discorsi più generali, sull’economia e sull’etica, accennando anche alla decrescita felice, unica via di salvezza restata per questo mondo. Insomma, come il maestro della storia, la Dandini ci spiega cosa significa davvero essere giardinieri. La tecnica arriverà…

L’autrice scrive con uno stile leggero ed elegante, non privo di umorismo. Gli argomenti “seri” si alternano al racconto di storie che ci mostrano i personaggi sotto una luce diversa da come li abbiamo sempre considerati. Scopriamo così che Alessandro Magno amava coltivare fiori e piante e che, nonostante tutto il suo potere, non gli riuscì di imporre all’edera di crescere nei giardini di Babilonia. E così un umile rampicante diventa il simbolo della vacuità del potere umano.

Anche i vizi dei giardinieri sono spesso lo specchio dello spirito umano. L’autrice ci parla dei piccoli peccati (in cui mi sono riconosciuto

Serena Dandini.

completamente) che ogni appassionato fa. Dal voler coltivare a ogni costo piante non adatte al terreno, o al clima di casa nostra, ai piccoli furti di semi o rametti, per fare talee, da giardini privati e parchi pubblici. Quale appassionato non ha staccato un rametto da una pianta, dopo essersi accuratamente guardato attorno? Ammettetelo, lo abbiamo fatto tutti. A Londra, al Chelsea Physic Garden, sono stato qualche minuto davanti a una rara peonia che metteva ben in mostra i frutti aperti con tanti semi neri e luccicanti. Mi guardavo attorno per cogliere un momento in cui nessuno mi avrebbe visto, ma la gente era tanta. Per fortuna l’amico con cui ero se ne accorse, mi prese per un braccio e dicendo “hai già abbastanza piante sul terrazzo” mi trascinò via, evitandomi una figuraccia internazionale!

Concludo questa recensione con una poesia di Aldo Palazzeschi, dedicata ai giardini, che la Dandini cita nel libro. Perché il giardino, immagine del mondo e dell’uomo, non può essere esente da erotismo.

I fiori

(estratto dalla poesia di Aldo Palazzeschi)

No! No! Non più! Basta.

Mio caro, e ci posso far qualcosa io,

se il giglio è pederasta

se puttana è la rosa?

Lesbica è la vaniglia.

E il narciso, quello specchio di candore

si masturba quando è in petto alle signore.

Dio, abbi pietà dell’ultimo tu figlio

aprimi un nascondiglio

fuori dalla natura!

Nel video l’intera poesia recitata dal grande Paolo Poli:

Enrico Proserpio

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