Razzismo, un’origine illuminista

Troppe volte la cultura europea e nordamericana ha di fatto rimosso la questione del razzismo, esorcizzando la metastasi nazista come un accidente della storia, a volte addossando al solo popolo tedesco il peso di un’infamia che ha visto, purtroppo, molti altri protagonisti. Si è spesso notato come la cultura occidentale, non volendo più essere razzista, abbia cercato di convincersi di non esserla mai stata.1

La copertina del libro.

Così scrive Marco Marsilio nelle conclusioni del suo saggio “Razzismo un’origine illuminista”, dedicato allo studio delle origini del razzismo moderno. Un argomento particolarmente interessante in un’Europa come quella odierna che, a causa dell’immigrazione e della crisi economica, vede riaffiorare lo spettro di ideologie razziste e di argomentazioni desuete (ma per molti ancora “affascinanti”).

I lager nazisti, con la loro crudeltà assoluta, hanno evidenziato i danni di un percorso ideologico iniziato secoli prima, col sorgere di quell’illuminismo che ha cambiato completamente la visione del mondo. Prima, la società europea era incentrata su una visione cristiana e tutti, “scienziati” compresi, ritenevano l’umanità discendente da un unico ceppo originariamente creato da Dio. Il mito di Adamo ed Eva non permette una visione propriamente “razzista”. Certo, esistevano differenze di “civiltà”, di religione, di cultura. Gli europei si sentivano superiori agli altri in quanto maggiormente civilizzati, colti e, soprattutto, in quanto detentori della “vera fede”. Ma non si presupponeva nessuna inferiorità “congenita” o, come diremmo oggi, “genetica” nell’altro. L’ebreo, il musulmano, era ritenuto inferiore nel momento in cui si distanziava dal modello culturale e religioso dell’europeo cristiano. Una volta convertito, però, poteva entrare a far parte, a buon diritto, della società.

Questo tipo di visione comincia a incrinarsi con la scoperta del “selvaggio”, ovvero di quelle popolazioni tribali con cui l’europeo viene in contatto in Africa, in America e, infine, in Australia. Sono gli “Indios” americani i primi a subire una forma di razzismo. Spinti dal pregiudizio e dall’interesse economico, i conquistadores giustificano i loro massacri con la presunta inferiorità delle vittime, alle quali spesso si negava perfino lo status di essere umano.

L’incontro con i popoli “selvaggi” crea anche problemi teologici. L’esistenza di popoli non citati dalla Bibbia (come gli Indios dell’Amazonia) mette in dubbio la storia dell’umanità così come era conosciuta e data per scontata all’epoca. La difficoltà di inserire i nuovi popoli nelle stirpi discendenti dai figli di Noè (semiti, camiti, jafetiti) portò molti a teorizzare una diversa origine, una creazione a sé. Un’idea, quella “poligenista” che sarà popolare tra gli illuministi. Per giustificare invece il colonialismo in Africa, si trovò un’altra scusa, essendo gli africani tra i “popoli biblici” (tra i camiti, per la precisione):

Molti teologi si affannano a elaborare una teoria del “peccato originale supplementare” che avrebbe colpito le popolazioni negre in virtù della loro origine da Cam, figlio maledetto di Noè2, e grazie alla quale si giustificano le violenze e le sopraffazioni che ai loro danni compiono i bianchi.3

E il ruolo degli interessi economici non va sottovalutato. È proprio di natura economica la prima legge di stampo dichiaratamente razzista:

Con l’Asiento del 1528 che consente a due tedeschi di poter commerciare nella tratta dei negri per conto della corona spagnola, viene per la prima volta codificato con un atto ufficiale di uno Stato sovrano il diritto di disporre della vita di un altro uomo in virtù della sua sola appartenenza razziale.4

Con l’avvento dell’illuminismo le ragioni teologiche decadono. I filosofi illuministi basano le loro concezioni sulla ragione, sull’osservazione dei fatti.

Una tavola craniologica.

Ma spesso i fatti stessi vengono interpretati attraverso il filtro del pregiudizio. È così che, spesso, le tesi “razionali” dell’illuminismo divengono, più che altro, giustificazioni della supremazia dei bianchi. Sono tanti gli illuministi sprezzanti verso chi non è bianco. E i neri in particolare vengono bersagliati dalle dichiarazioni più feroci. Perfino Voltaire, oggi ritenuto simbolo della libertà di pensiero e dei valori di uguaglianza e fratellanza della rivoluzione francese, fu un forte sostenitore dell’esistenza di “razze inferiori”, convinzione che va a mischiarsi con un certo classismo borghese:

Dopo aver messo a confronto con paragoni paradossali vari aspetti della vita dei selvaggi e degli «zotici» contadini civilizzati, Voltaire esclama che «di simili selvaggi è piena l’Europa» e addirittura che «i popoli canadesi e i Cafri, che abbiamo voluto chiamare selvaggi, sono incomparabilmente superiori ai nostri», estendendo implicitamente la categoria del selvaggio ai contadini europei refrattari allo spirito dei lumi.

Non diverso è il relativismo che egli usa rispetto al problema dello schiavismo. Messosi al riparo da condanne morali sostenendo che «solo per codardia o per stupidità» gli uomini possono «aver perduto la propria libertà», egli sostiene che se «non possediamo il diritto naturale di andare a mettere in ceppi un cittadino dell’Angola», tuttavia «ne possediamo il diritto di convenzione».5

E Voltaire non è l’unico. Sono molti i filosofi illuministi a portare avanti tesi razziste: da Montesquieu a Kant.

Ma l’apporto illuminista al razzismo non si ferma lì. Con l’esplosione delle scienze, ed in particolare della biologia e della medicina, prendono corpo una serie di discipline che pretendono di dimostrare oggettivamente e senza ombra di dubbio la superiorità dei bianchi.

Dall’analisi delle ipotesi dei vari autori si possono notare una serie di errori metodologici. Prima di tutto sono molti i riferimenti alla “bellezza” delle forme dei bianchi, in confronto alla “bruttezza” di quelle delle altre razze. Come ben si può comprendere, un simile ragionamento non può essere ritenuto “scientifico”. La bellezza non è, infatti, un dato oggettivo, ma assolutamente variabile, nei suoi parametri, in base alla cultura, al popolo, all’epoca e, perfino, al gusto personale. Per quanto, quindi, alcuni si siano sforzati di creare dei parametri in qualche modo misurabili, basandosi sui canoni della bellezza classica o su altri modelli, la bellezza non può essere utilizzata come dato scientifico.

Inoltre ogni autore si concentrava su alcune caratteristiche, che sarebbero state indicative del carattere della razza stessa. Troviamo così infinite raccolte di dati sulle misure del cranio, dell’angolo facciale e di altro. Così come troviamo infine liste di razze in cui suddividere l’umanità. La stessa mancanza di unità tra le ipotesi dei vari autori (per nulla concordi su quali e quante razze ci siano, sulla gerarchia delle stesse, sui parametri con cui stabilire la superiorità o l’inferiorità di una razza rispetto all’altra…) può facilmente far capire come tali ipotesi fossero poco attendibili. Eppure il loro successo fu enorme, tanto da mettere quasi a tacere le poche voci contrarie. Un successo determinato dal fatto che queste idee confermavano i preconcetti dell’uomo europeo dell’epoca (ed erano quindi facilmente accettabili) ed erano funzionali al potere coloniale e imperialista (giustificando la “civilizzazione” delle razze inferiori e perfino la schiavitù).

Con l’avvento dell’evoluzionismo, con Lamarck prima e Darwin poi, la gerarchizzazione delle razze, con in testa gli “evoluti” bianchi e in fondo gli “animaleschi” neri, riprende vigore. Si afferma un altro concetto, già presente prima, ma non così forte: la “degenerazione”. Tra gli esseri viventi ci sarebbero dei soggetti degenerati che, in qualche modo, rappresentano un passo indietro nell’evoluzione. Tali soggetti, in natura, vengono eliminati dalla selezione naturale, essendo inadatti a sopravvivere. Ma nella società umana essi possono vivere grazie alla solidarietà altrui. Questo fatto porterebbe a un rischio enorme: la degenerazione di una razza, se non dell’intera umanità. Un discorso, quello della degenerazione, che viene portato avanti su diversi livelli. Biologi, medici, psichiatri ne parlano riguardo ai singoli individui, mentre pensatori politici e filosofi ne parlano spesso a livello di gruppi, di popoli interi che, a detta loro, sarebbero già degenerati (tra questi pensatori basti citare il Gobineau).

In un simile contesto non ci può stupire il successo immediato e clamoroso di una nuova disciplina creata dal cugino di Darwin, Francis Galton: l’eugenetica. L’idea era di applicare la conoscenza delle leggi dell’evoluzione sulla società, col duplice scopo di prevenire la degenerazione e accelerare l’evoluzione dell’umanità. Ovviamente, il modello su cui basarsi per decidere chi fosse degno o meno di riprodursi era quello del borghese europeo.

L’eugenetica ebbe come conseguenza un radicale cambiamento di prospettiva. La solidarietà verso i meno fortunati e i deboli diveniva un difetto e una cosa dannosa, mentre la morte degli stessi, le stragi fatte dalle malattie, divenivano una “benedizione” in quanto fattori in grado di selezionare i più adatti. Idee, queste, applicate anche da molti economisti, a partire da Herbert Spencer, fondatore del darwinismo sociale. Furono diversi gli stati che applicarono misure eugenetiche, per esempio sterilizzando i malati psichiatrici. E non furono solo regimi totalitari, come quello nazista, ma anche stati democratici, come la Svezia, che portò avanti queste misure fino al 1975.

Interessante è anche la commistione tra razzismo e psichiatria, ben presente in alcuni autori. Uno dei casi più importanti è quello di Cesare Lombroso, da molti ritenuto il fondatore della criminologia. Per Lombroso le malattie psichiatriche erano congenite, ereditarie e corrispondevano a precise caratteristiche fisiche. Sull’onda di questa convinzione egli raccolse moltissimi dati per cercare la correlazione tra i tratti somatici e la tendenza al crimine. Un’idea che porta la metodologia razzista di catalogazione delle razze su un altro livello.

Fu sulla base di questo approccio che negli USA furono creati i test del quoziente intellettivo. Le domande dei test erano incentrate sulla cultura americana e penalizzavano molto chi apparteneva ad altri popoli e culture. Fu così che gli studiosi americani “dimostrarono” l’inferiorità delle altre razze (italiani compresi) e giustificarono la chiusura all’immigrazione. Un esempio di questo etnocentrismo:

Basti dire che l’infallibile metodo Stanford-Binet, [ … ] che sancì la chiusura delle frontiere americane per centinaia di migliaia di indesiderati “deficienti”, aveva tra i suoi test “oggettivi” uno che chiedeva all’esaminando di aggiungere ad un disegno l’elemento mancante. Il disegno raffigurava un giocatore di bowling nell’atto di lanciare la palla: l’elemento mancante era esattamente la palla. È chiaro che per un uomo di cultura americana era un compito banale individuare l’assenza della palla, solo un ottuso poteva non capirlo. Ma per il contadino calabrese appena sbarcato dal piroscafo, per l’ebreo russo sfuggito ai pogrom zaristi, per milioni di uomini che non avevano mai visto né sentito parlare del bowling, quel rebus era irrisolvibile.6

Ed è proprio nella psichiatria che l’idea di catalogare e gerarchizzare le persone è durata di più. Ancora negli anni ’70 si utilizzavano test di intelligenza basati sulla cultura dominante e si definiva “malato” tutto ciò che se ne discostava.

Potrei continuare a lungo a descrivere questo libro e a trattarne i contenuti. In questa recensione ho tralasciato alcuni punti estremamente importanti, come la nascita del nazionalismo durante il periodo romantico e la connessione tra nazionalismo e razzismo. Lascio a voi il piacere di scoprire queste cose leggendo questo intenso studio.

Il libro di Marco Marsilio è di facile lettura, preciso, ricco di spunti e citazioni, ma non verboso. Sicuramente da leggere, anche per avere maggiori strumenti per svelare il razzismo che ancora si nasconde nella nostra cultura.

Enrico Proserpio

1 Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 171.

2 Cam fu maledetto per aver visto la nudità di suo padre (Genesi, capitolo 9, versetti 20 – 27).

3 Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 21.

4 Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 21.

5 Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 51.

6 Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 166.

Un pensiero riguardo “Razzismo, un’origine illuminista

  • giugno 25, 2017 in 2:15 pm
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    ci aspettano anni, lunghi anni, di resistenza contro il neo fascismo targato pd; ed attenzione al rumore degli stivali dietro le porte dei comunisti; non è da escluderee che la sorte toccata a gramsci si possa ripetere; coloro che nel prc per troppo lungo tempo hanno pervicacemente insistito nel dialogo con il pd si facciano uno spietato esame di coscienza; dopo la porcata di renzusconi si spera che rifo esca da tutte le amministrazioni che lo vede alleato del pd; ed in sardegna si è ancora in tempo a correre da soli od alleati con la sinistra di classe.

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