L’Utopia di Tommaso Moro

Durante una missione diplomatica in Olanda, Tommaso Moro visita l’amico Pietro Gilles, il quale gli presenta un esperto e colto navigatore:

Tommaso Moro in un ritratto della scuola di Hans Holbein il giovane.

Raffaele Itlodeo. Questi si dilunga nel racconto delle sue avventure per mare concentrandosi sulla descrizione di un regno lontano: l’isola di Utopia.

Questo è l’espediente letterario che Tommaso Moro (1478 – 1535), politico e filosofo inglese, usa per dare inizio al suo racconto. Nella descrizione dell’ordinamento statale e sociale del popolo utopiano, Moro esprime la sua idea di stato ideale. Non si tratta, a parere dei critici, di qualcosa paragonabile alle moderne utopie (termine, questo, derivato proprio dall’opera del Moro) come quella anarchica o quella comunista. A differenza dei moderni utopisti, infatti, il filosofo inglese non riteneva il suo ideale realizzabile nella realtà, ma utilizzabile solo come modello di riferimento. Non a caso i nomi stessi dei luoghi di cui Itlodeo parla hanno significati che sottolineano la loro inesistenza: Utopia significa non-luogo mentre il fiume che la attraversa si chiama Anidro, ovvero senz’acqua. Nonostante ciò, pare che qualcuno abbia preso il racconto per vero, o, almeno, così dice l’autore nella sua lettera all’amico Pietro Gilles (altro espediente letterario):

Perché poi ci sono parecchi, ma uno soprattutto, un religiosissimo professore di teologia, che brucia dal desiderio di approdare in Utopia, non per vana passione e curiosità di osservare novità, ma per incoraggiare e propagare la nostra religione, che vi ha avuto felici inizi.1

Un secolo dopo c’era chi identificava il religioso nel Curato di Croydon, Rowland Phillips. È però probabile che tale religioso non sia mai esistito e che sia solo una delle invenzioni letterarie dell’autore.

Utopia è dunque un regno immaginario, dove regnano l’armonia tra tutti i cittadini, la virtù e la cultura. Gli abitanti di Utopia sono dediti al lavoro per il bene comune e, nel tempo libero, si dedicano agli studi umanistici, a differenza dei cittadini europei:

I più non sanno di lettere, molti le disprezzano, e il barbaro respinge come durezza tutto ciò che non è barbaro, chi ha un po’ di gusto disprezza come volgare tutto ciò che non brulica di parole in disuso, a taluni piace solamente l’antico, alla maggior parte soltanto il suo. Costui poi è così nero che non ammette scherzi, colui così insipido da non tollerare arguzie.2

La copertina dell’edizione Laterza.

E questo non è l’unico pregio degli abitanti di quel lontano regno. Essi, infatti, disprezzano le ricchezze vane e gli orpelli e amano la virtù. A rendere possibile tutto ciò è l’ordinamento dello stato, che è molto diverso da quelli europei. Utopia non conosce la proprietà privata. Tutto è di proprietà dello stato e i cittadini usufruiscono dei beni comuni secondo le loro necessità. Questo ha diversi vantaggi. Prima di tutto evita che le persone diventino avide. Nessuno desidera accumulare in un paese dove chiunque può prendere ciò che gli serve. Inoltre questo sistema permette agli abitanti di lavorare solo sei ore al giorno, poiché tutti lavorano e nessuno è inutile:

Potreste infatti immaginare, pel fatto che stanno al lavoro 6 ore al giorno solamente, che ne debba seguire qualche scarsezza delle cose necessarie. Ben lungi da ciò, anzi queste 6 ore sono non solo sufficienti, ma anche di troppo per produrre in abbondanza tutto ciò che si richiede, sia pei bisogni che pei comodi dell’esistenza; e anche voi lo comprenderete, riflettendo fra di voi quale gran quantità di gente viva senza far nulla presso gli altri popoli. Anzitutto quasi tutte le donne, che sono la metà di tutto l’insieme o, se in qualche luogo le donne si danno da fare a lavorare, ivi per lo più gli uomini russano al loro posto. Oltre a ciò, dei sacerdoti e dei cosiddetti religiosi, oh che gran folla! E che sfaccendati! Poniamo ora tutti i ricchi, specie i proprietari di poderi, che chiamano comunemente gentiluomini e nobili…3

E la poca considerazione del Moro per i ricchi la si vede anche altrove:

E in generale avviene che ricchi e poveri dovrebbero scambiare la propria sorte fra di loro, poiché i primi sono rapaci, malvagi e disutilacci, mentre i secondi al contrario sono uomini di moderazione e di cuor semplice, e con la loro attività quotidiana si dimostrano più benefici allo Stato che a se stessi.4

Ciò che massimamente è disprezzato in Utopia è l’inutile. E per questo oro, argento e pietre preziose non sono tenuti in alcun conto. Lo stato li accumula per eventuali scambi con altri popoli, ma gli utopiani non li stimano:

Intanto hanno l’oro e l’argento, [ … ], in conto tale che nessuno li apprezza più che non richieda la natura. E chi non vede quanto per natura sono inferiori al ferro? Tanto che, senza questo, per diana, i mortali non possono vivere, né più né meno che senza fuoco o senz’acqua, mentre intanto all’oro e all’argento nessuna utilità ha concesso la natura, di cui non possiamo agevolmente fare a meno, se non fosse che la follia umana ha dato valore alla rarità…5

E non li utilizzano, se non per usi vili:

Poiché, mentre mangiano e bevono in vasi di creta o di vetro, bellissimi senza dubbio, ma di nessun valore, dell’oro e dell’argento, [ … ], fanno comunemente vasi da notte o destinati agli usi più vili…6

Il rifiuto della ricchezza vana non è l’unico punto di interesse dell’ordinamento di Utopia. La distribuzione del lavoro, l’avvicendamento delle persone nei diversi ruoli, la mancanza di un esercito permanente, sono senza dubbio elementi di grande modernità.

Ciò che, però, ha destato maggiormente il mio interesse è il “libro primo”, ovvero la parte introduttiva dell’opera, dove il Moro racconta la discussione avuta con l’amico Pietro Gilles e Raffaele Itlodeo, discussione in cui il navigatore esprime la sua opinione su alcuni aspetti della politica dei paesi europei. In particolare egli se la prende con il sistema penale che punisce coloro che sono costretti a rubare dallo stato stesso. La politica, infatti, favorisce i ricchi e il loro guadagno a scapito dei poveri, i quali, privati del loro sostentamento, non possono che vivere di espedienti. Nell’Inghilterra dell’epoca stava cominciando quel processo che porterà alla privatizzazione delle terre pubbliche. Con le “enclosures” (recinti) i terreni venivano venduti ai grandi proprietari che li sfruttavano per l’allevamento delle pecore. Il commercio della lana era una fonte di guadagno tra le principali per il Regno Unito. I terreni così privatizzati erano però tolti ai contadini che da secoli li utilizzavano per un’agricoltura di sussistenza che permetteva loro di vivere. Migliaia di contadini si ritrovarono così in miseria:

Le vostre pecore [ … ] che di solito son così dolci e si nutrono di così poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, campi, case e città. In quelle parti infatti del reame dove nasce una lana più fine e perciò più preziosa, i nobili e signori e perfino alcuni abati, che pure son uomini santi, non paghi delle rendite e dei prodotti annuali che ai loro antenati e predecessori solevano provenire dai loro poderi, e non soddisfatti di vivere fra ozio e splendori senz’essere di alcun vantaggio al pubblico, quando non siano di danno, cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, e così diroccano case e abbattono borghi, risparmiando le chiese solo perché vi abbiano stalla i maiali; infine, come se non bastasse il terreno da essi rovinato a uso di foreste e parchi, codesti galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto c’è di coltivato sulla terra. Quando dunque si dà il caso che un solo insaziabile divoratore, peste spietata del proprio paese, aggiungendo campi a campi, chiuda con un solo recinto varie migliaia di iugeri, i coltivatori vengono cacciati via e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del proprio, ovvero, sotto l’aculeo di ingiuste vessazioni, son costretti a venderlo [ … ]

E una volta che in breve, con l’andar di qua e di là, hanno speso tutto, che altro resta loro se non rubare, per essere di santa ragione, si capisce, impiccati, o andar in giro pitoccando? Sebbene [ … ] anche in questo secondo caso vengono, come vagabondi, gittati in carcere, perché vanno attorno senza lavorare. Vero è che, per quanto essi si offrano di gran cuore, non c’è nessuno che li prenda a servizio. Dove nulla si semina, nulla c’è da fare pei lavori dei campi, a cui erano stati abituati. Un solo pecoraio o bovaro, se pure, è sufficiente per quella terra serbata a pascolo, mentre per coltivarla, per potervi seminare, occorrevano molte mani.7

La punizione diventa quindi ingiusta perché il reato è causato dalla legge stessa che costringe molte persone alla miseria. Invece che punire con la galera o con la morte i ladri, meglio sarebbe rimuovere le cause della miseria:

Allontanate queste varie pesti perniciose da voi, stabilite che le fattorie e i villaggi dei contadini o siano rifatti da chi li distrusse, o sian lasciati a chi vuol rimetterli a posto e rifabbricarli; ponete un freno a codesti accaparramenti da parte dei ricchi, a questa loro licenza, quasi di monopolio. Si tenga meno gente in ozio, si rifaccia l’agricoltura, si rinnovi la lavorazione della lana, ci sia qualche onesta occupazione in cui possa più utilmente esercitarsi codesta turba di sfaccendati. È la miseria che li ha resi ladri sinora, e quelli che intanto son vagabondi o servi in ozio, tra breve saranno evidentemente ladri gli uni e gli altri. Se non mettete rimedio a tali mali, è vano vantar la giustizia esercitata a punir furti, giustizia più appariscente che giusta o utile. Poiché, quando lasciate che costoro siano educati molto male e i loro costumi sin dalla giovinezza si corrompano a poco a poco, si devono punire, è evidente, allorché, fatti uomini, commettono quelle infamie che la loro fanciullezza annunziava… Ma che altro con ciò fate, di grazia, se non crear dei ladri per punirli voi stessi?8

Un brano che si dovrebbe far leggere ai tanti politicanti che invocano continuamente la “tolleranza zero” o altre punizioni draconiane.

Concludo accennando qualche notizia sull’autore. Thomas More (conosciuto da noi come Tommaso Moro) fu un filosofo e politico inglese vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo. Amico di Erasmo da Rotterdam, ne condivide una certa liberalità di pensiero. Cattolico, il Moro non condivise le idea della Riforma, che riteneva sbagliata nei modi. Egli, infatti, riteneva che il progresso della chiesa (e degli stati) non potesse che avvenire tramite il dialogo basato sulla ragione, dialogo che doveva avvenire nei concili e nei parlamenti. La rivoluzione luterana, che non lasciava molto spazio al dialogo e produceva una frattura nella cristianità, non era perciò gradita al filosofo inglese. E fu proprio la fede a portare Tommaso Moro alla morte. Dopo lo scisma della Chiesa Anglicana, causata dal rifiuto di papa Clemente VII di concedere il divorzio al re d’Inghilterra Enrico VIII, fu chiesto al nostro di ripudiare ogni autorità straniera, papato compreso. Il Moro si rifiutò e fu così giustiziato il 6 luglio 1535. Si narra che, avvicinatosi al ceppo per essere decapitato, abbia detto al boia: ”Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere. Solo sta attento: il mio collo è corto. Vedi di non sbagliare il colpo. Ne andrebbe della tua riputazione”. Un esempio di quello “spiritaccio mordace e fantasioso9” come ebbe a definirlo il Fiore nella sua introduzione all’opera (pubblicata nell’edizione Laterza).

Nel 1935 papa Pio XI lo canonizzò, insieme al cardinale John Fisher, amico del Moro e decapitato pochi giorni prima di lui per lo stesso motivo, e Giovanni Paolo II, nel 2000, lo fece patrono degli statisti e dei politici cattolici. Dal 1980 anche la Chiesa Anglicana riconosce il Moro e il Fisher martiri della Riforma.

Enrico Proserpio

1 Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 6.

2 Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 7.

3 Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 65.

4 Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 51.

5 Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 77.

6 Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 77 – 78.

7 Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 24 – 25.

8 Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 27.

9 Tommaso Fiore, Introduzione a “L’Utopia” di Tommaso Moro, Edizioni Laterza, 1993, pagina XL.

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