Desgrazzi de Giovannin Bongee, di Carlo Porta

Nel 1812 Carlo Porta, poeta milanese, pubblica una delle sue più famose poesie: Desgrazzi de Giovannin Bongee. Il testo racconta le disavventure di un povero disgraziato che incappa prima nella ronda e poi in un soldato francese che vuole portarsi a letto sua moglie. In entrambi i casi il malcapitato protagonista non potrà che subire.

I poveri, i popolani, gli emarginati sono spesso i protagonisti della poetica del Porta, che ne descrive vizi e virtù, bassezze e nobiltà d’animo. Giovannin Bongee è un uomo qualunque, che lavora e cerca di campare e che sta al suo posto. L’autore lo descrive mentre racconta le sue disavventure a una persona di condizione sociale superiore, un “Lustrissem” (Illustrissimo) che rappresenta forse il poeta stesso. Il modo di raccontare del protagonista crea un contrasto comico tra la spacconaggine del narratore, che si dà arie da uomo forte, e i fatti raccontati che evidenziano una realtà ben diversa. Proprio per questo suo essere un po’ spaccone possiamo pensare che Alessandro Manzoni si sia ispirato anche al Bongee nel creare il suo Renzo Tramaglino, protagonista de “I promessi sposi”. In comune i due personaggi hanno il temperamento “focoso” e l’essere vittime della prepotenza del potere. Diversi sono però il tono della narrazione (scanzonata e leggera quella del Porta, grave e “seria” quella del Manzoni) e il finale. Se Renzo, infatti, potrà alla fine sposare la sua Lucia grazie alla Divina Provvidenza, il nostro Giovannin Bongee non avrà alcuna soddisfazione. Non si deve scambiare lo stile leggero e comico del poeta con una visione ottimistica. Nelle disavventure del protagonista non c’è riscatto, non c’è la speranza di una rivincita. C’è, invece, la crudezza di una società ingiusta e prevaricatrice. In tal senso il Manzoni è molto più ottimista, con la sua visione della Provvidenza basata sulla fede cattolica. Il Porta è invece più realistico, più schiettamente descrittivo.

Una nota stilistica. Come in molte altre sue opere il Porta adatta il linguaggio al personaggio. Il dialetto che parla Giovannin è quello del popolo, con le sue asperità e i suoi colori. Si nota poi in modo particolare il gusto del poeta per la mescolanza linguistica. L’autore mischia dialetto, italiano, francese creando dialoghi surreali e maccheronici di indubbia efficacia.

Infine, notiamo la precisione nella descrizione del contesto e dei luoghi, che informerà di se buona parte della letteratura milanese del XIX e XX secolo. In particolare troviamo riferimenti a luoghi precisi come via San Raffaele, allora zona malfamata dove esercitavano il mestiere molte prostitute, e un riferimento a una bottega di pescivendolo realmente esistita e famosa proprio per le olive pregiate che il poeta cita.

Nel video qui sotto potete ascoltare la poesia interpretata da Marco Balbi. Per chi invece volesse leggere l’intera poesia, la potete trovare a questo link con la mia traduzione a fronte.

Enrico Proserpio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *