La nomina del cappellan, poesia di Carlo Porta

Abbiamo già parlato dell’anticlericalismo di Carlo Porta affrontando la poesia “Ona vision”.Da buon illuminista, al nostro poeta non andavano giù il potere temporale e l’ipocrisia del clero. Spesso descrive preti arraffoni, interessati più ai benefici della tavola dei ricchi che non alla salvezza dell’anima loro e altrui. Un tema che ritorna anche nell’opera che voglio presentarvi in questo articolo: “La nomina del cappellan”. Per chi fosse interessato solo al testo, lo si può trovare a questo link.

La Marchesa Travasa in un’illustrazione d’epoca.

Il componimento, scritto nel 1819, racconta le selezioni per nominare il nuovo cappellano di corte di una ricca marchesa, in seguito alla morte del vecchio. La marchesa, che non vuole perder tempo con i colloqui, stabilisce una data per le selezioni, in modo che tutti i preti interessati possano partecipare. La poesia narra gli eventi di quel giorno, dipingendoci un quadro della società dei nobili milanesi dell’epoca. Più ancora dei preti, in questa opera, sono proprio i nobili a essere presi di mira. La marchesa è quasi una macchietta con i suoi baffi color “tanè” (marroni), la sua grande cuffia e i “cioccolattinon” sui polsi. Ma il suo carattere è tutt’altro che simpatico. Prepotente, arrogante, Paola Travasa, non perde occasione per segnare la distanza tra lei, nobile, e i suoi sottoposti. Una distanza che, per lei (e per il sentire comune dell’aristocrazia) è volontà di Dio e va fatta rispettare. Un’idea che il Porta sottolinea (in maniera estremamente critica) in diverse opere e che qui ritroviamo nel discorso fatto dalla marchesa ai due preti che si permettono di ridere di lei:

Però, poi che l’Altissim el ci ha post

in questo grado, e siammo ciò che siamm,

certissimament l’è dover nost

di farci rispettar come dobbiamm.

Saria mancar a Noi, poi al Signor,

passarci sopra, e specialment con lor.

Ovvero:

Però, poiché l’Altissimo ci ha posto

in questo grado, e siamo quel che siamo,

certissimamente è dover nostro

farci rispettar come dobbiamo.

sarebbe mancare a Noi, poi al Signore,

passarci sopra, e specialmente con loro.

Eppure, ci fa notare l’autore, anche se la marchesa non è certo un esempio di gentilezza, sono molti i religiosi disposti a non curarsene per interesse:

Chè infin di fatt, se in cà de donna Paola

no gh’era per i pret on gran rispett,

almanca gh’era on fioretton de taola,

de fa sarà su on oeucc su sto difett,

minga domà a on gallupp de on cappellan,

ma a paricc di teolegh de Milan.

Ovvero:

Che in fin dei fatti, se in casa di donna Paola

Non c’era per i preti un gran rispetto,

almeno c’era un fior di tavola

da far chiudere un occhio su questo difetto

non solo a un rozzo cappellano,

ma a parecchi dei teologi di Milano.

La conclusione della poesia però, con la causa che determinerà la scelta del prete, porta alla luce la superficialità e la mancanza di serietà che sta dietro a tutta la supponenza della nobildonna. Non ve la rivelo, in modo che possiate scoprirla da soli leggendo il testo (che trovate al link all’inizio dell’articolo).

Non solo ai nobili e ai preti vanno però le critiche del Porta. Anche certe bassezze e piccinerie di chi appartiene al popolo non sfuggono al poeta che le rappresenta col personaggio del cameriere. Questi giunge a por fine al rumore fatto dai preti in attesa di essere ricevuti e si dilunga in una descrizione di quali saranno i compiti del nuovo cappellano. Il cameriere si dà arie da duro con i preti, approfittando della loro situazione di debolezza, ma appena sente il campanello, corre da chi tiene le sue redini. Non a caso nel testo è definito con il termine “camerleccaj”, termine dispregiativo che nel milanese di inizio XIX secolo indicava un servo particolarmente viscido e servile con i potenti e prepotente con i deboli.

Fanno invece più simpatia i preti convenuti, soprattutto don Ventura, colui che, alla fine, avrà la cappellania. Anche lui viene preso in giro e descritto come un sempliciotto mal messo, ma il modo di fare ironia su di lui è più bonario rispetto a quello usato per la marchesa o per il cameriere.

Qualche curiosità riguardo questo testo. Nella versione originale, il nome della marchesa era “Cangiasa”, non “Travasa”. Il poeta lo cambiò per evitare guai, perché il primo richiamava troppo il nome di una famiglia esistente.

Verso la fine della poesia, Porta cita Carlo Gherardini, un poeta neoclassico col quale il nostro era in aperta e feroce disputa. I due si scambiarono critiche e perfino insulti, ma sempre, rigorosamente, in versi. In “La nomina del cappelan” viene citata l’opera “Risposta di Mandama Bibin alle sestine del signor Carlo Porta”, che il Gherardini scrisse come risposta alla poesia “El romanticismo” di Porta, dove il poeta spiegava a una immaginaria Madame Bibin la natura della nuova corrente letteraria.

Vi lascio dunque alla lettura del testo. Il testo milanese della poesia è tratto dal libro “Carlo Porta, Poesie edite e inedite”, uscito per i tipi dell’Editore Ulrico Hoepli, Milano, 1980.

Enrico Proserpio

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