Il ragazzo del fiume

Lo scheletro del ragazzo.

Era il 1984. Un uomo camminava sulle rive di un antico fiume africano, fissando il terreno. Si trattava di Kamoya Kimeu, un keniota sveglio e intelligente, capo della “banda degli ominidi”, una squadra di cercatori di ossa fossili dei nostri lontani antenati. Tra i sassi, Kamoya scorse un piccolo pezzo d’osso. Era l’inizio di una scoperta eccezionale. La banda cominciò a scavare sotto la direzione di Kamoya e del paleoantropologo Alan Walker. Trovarono quasi tutti i pezzi del cranio e gran parte dello scheletro.

I resti appartenevano a un ragazzo, un adolescente, morto circa un milione e ottocentomila anni fa. Era un Homo erectus, il più completo mai

ritrovato. La sua scoperta cambiò molto nella paleoantropologia e sfatò alcuni miti, che duravano da anni. Si riteneva, infatti, che non potessero esistere due specie di ominidi nello stesso luogo e nello stesso tempo. Secondo questa teoria due specie così evolute, dominanti, non potevano convivere. Una delle due avrebbe per forza prevalso sull’altra facendola estinguere. Il ragazzo del fiume, così venne chiamato, dimostrò che non era così. Nello stesso sito furono infatti ritrovati resti di Australopithecus robustus risalenti allo stesso periodo. Ma non è la scoperta più importante.

Da sempre si era immaginata l’evoluzione umana come un passaggio dalla scimmia all’uomo, con una scaletta evolutiva ben precisa.

Un cranio di Australopithecus robustus.

Si riteneva che la caratteristica peculiare dell’uomo fosse il suo cervello eccezionalmente grande. Per questo, forse con una visione falsamente antropocentrica, si era dato per scontato che si fosse evoluto prima il cervello e poi l’aspetto fisico dell’uomo. Ci si aspettava di trovare, insomma, una creatura simile a una scimmia con il muso lungo e magari la schiena ancora un po’ curva, ma col cervello già evoluto. Si credeva che la faccia piatta, la bocca piccola, la schiena dritta dell’uomo fossero in qualche modo conseguenza dell’adattamento a una vita “intelligente”, dovuta al cervello evoluto. Il ragazzo del fiume ha sfatato anche questo mito.

Il ragazzo aveva probabilmente undici anni, ma era sviluppato come un nostro quindicenne. Dobbiamo ricordare che l’Homo erectus è una specie diversa da noi e, come tale, ha modelli di sviluppo diversi. Era alto un metro e cinquantotto centimetri e aveva una bella schiena dritta, un viso piatto e braccia e gambe come le nostre. Si pensa anche, da una serie di altre caratteristiche, che si fosse adattato al clima perdendo il pelo e sviluppando la sudorazione come sistema di raffreddamento. Se fosse sopravvissuto, sarebbe probabilmente diventato un bell’uomo di colore di almeno un metro e ottanta.

Ma era davvero “umano”? Il suo cervello era di soli, si fa per dire, novecento centimetri cubi, tanto, se paragonati a quelli delle scimmie antropomorfe, o di ominidi come l’Australopithecus, ma pochi se paragonati ai milletrecentocinquanta dell’uomo moderno.

Il ragazzo sapeva costruire semplici attrezzi di pietra, aveva una vita sociale, rapporti famigliari, sentimenti di affetto e perfino di pietà simili ai nostri. Ma non sapeva parlare e non era in grado di strutturare un linguaggio paragonabile, anche solo lontanamente, a quello umano. Era un animale sociale nel corpo di un uomo. Questo dato di fatto è stato difficile da accettare per gli scienziati. Devo dire che leggendo anche io mi sono trovato un po’ a disagio davanti a questa tesi così evidente. Noi andiamo tanto fieri della nostra mente, ci sentiamo umani perché parliamo, pensiamo, ragioniamo, produciamo arte ecc. Eppure… eppure è bastato un ragazzino di quasi due milioni di anni fa per far crollare la nostra più grande convinzione. Quel ragazzino, morto di un’infezione e sprofondato nel fango del fiume, ci ha spiegato che le radici della nostra umanità sono fisiche, sono fatte di sudore, faccia piatta, denti fatti in un certo modo e abitudini alimentari. Il cervello è venuto dopo e nemmeno si può dire che fosse una necessità. È solo un accidente evolutivo, più o meno un caso. Come spesso accade, la natura e l’uomo la pensano diversamente.

Lucy, il celebre scheletro di Australopithecus afarensis.

Tutto ciò e molto altro è raccontato nel libro “Il ragazzo del fiume” per i tipi della casa editrice Piemme, scritto da Alan Walker e Pat Shipman, due degli scienziati che parteciparono alla scoperta. Se infatti il principale autore delle teorie sul ragazzo del fiume è Walker, va comunque detto che importante fu il contributo della Shipman e di Richard Leakey, figlio di Luois Leakey, lo scopritore di Lucy, il famoso esemplare di Australopithecus afarensis .

Interessante è anche la storia delle scoperte fatte sull’evoluzione umana dal XIX secolo in poi che gli autori raccontano con leggerezza, ma senza imprecisioni, unendo scientificità e semplicità in modo magistrale. Per quanto complessi siano gli argomenti, tutti riescono a comprendere le pagine del libro che risulta scorrevole come un avvincente romanzo. Leggere del processo di interpretazione dei resti fossili è, a tratti, come leggere un thriller, uno di quei romanzi polizieschi dove detective arguti ricavano le prove da minimi segni lasciati sulla vittima. Solo che qui i resti non hanno poche ore, ma quasi due milioni di anni.

Molto bella è la trattazione del problema dell’”anello mancante” di cui probabilmente tutti hanno sentito parlare. Il problema, ci spiega Walker, è che ogni volta che se ne scopre uno si scopre anche che ne manca un altro!

Un libro per tutti, da leggere assolutamente. Diverte, insegna e ci dà una nuova visione su questa cosa che chiamiamo umanità.

Enrico Proserpio

 

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