Meritocrazia: un inganno da smontare

Nell’immaginario capitalista è sempre stato presente il concetto di meritocrazia, ovvero l’idea che la ricchezza e il potere dovessero essere dati e distribuiti sulla base dei meriti ottenuti dalla persona con il suo lavoro e il suo impegno. Negli ultimi decenni tale concetto si è fatto strada anche nel pensiero “di sinistra” penetrando nelle sempre più larghe crepe lasciate in esso dalla fine dei regimi comunisti del ‘900 e dall’abbandono dell’ideologia socialista o comunista. Credo sia dunque opportuno fare una seria riflessione su cosa sia la meritocrazia e sulla sua reale utilità.

Cominciamo col chiarire un punto oscuro ai più: meritocrazia e riconoscimento del merito non sono la stessa cosa.

Riconoscere il merito significa premiare colui che, in un certo ambito, si distingue per bravura, onestà, moralità o per qualunque altra cosa sia ritenuta meritevole in quel contesto. Simile riconoscimento è una cosa più che positiva e giusta. Se una persona si impegna particolarmente, o se è migliore degli altri in una certa attività, è giusto che ottenga una gratificazione per questo.

La meritocrazia invece è un sistema in cui il merito diventa unico parametro per decidere chi debba avere o non avere ricchezza, potere o anche solo un posto di lavoro. Per i sostenitori della meritocrazia ogni cosa va meritata e chi non riesce deve essere lasciato nella sua indigenza. Per costoro la povertà è una colpa perché “evidentemente” chi è ricco o sta al potere se lo è meritato impegnandosi e lavorando per arrivare a quel risultato, mentre chi è povero, sempre “evidentemente”, non ha saputo comportarsi nel modo giusto o non si è impegnato abbastanza. Un ragionamento estremamente superficiale che si dimostra del tutto fallace al confronto con la realtà. Cerchiamo di analizzarne le ragioni.

Il primo errore è la totale autoreferenzialità del pensiero meritocratico. Il merito è dimostrato dal successo e quindi il successo è giusto perché meritato. Un circolo logico che non sta in piedi e che finisce col giustificare qualunque cosa fatta da chi sta in una posizione di vantaggio. Se si vuole realmente parlare di merito (sia per il riconoscimento che per la meritocrazia) si devono prima stabilire i parametri del merito stesso. Una cosa tutt’altro che scontata. Facciamo un esempio: se un’azienda ha un momento di calo dei fatturati qual è il comportamento più meritevole per un dirigente: licenziare dei dipendenti per non sacrificare l’utile degli azionisti, o salvare i posti di lavoro? La risposta sarà differente a seconda di chi la darà. Non porre la domanda significa permettere al potere di afre unicamente il suo interesse giustificandolo con l’efficienza e il successo.  Ci imbattiamo qui in un altro grande mito del capitalismo: il mercato (o i mercati).

Per la filosofia capitalista il mercato è una sorta di divinità, un Moloc che dall’alto gestisce le fortune o le disgrazie di chi agisce nell’economia. Gli economisti filo-capitalisti ne parlano come si trattasse di qualcosa di distaccato dall’umanità, di inevitabile e non modificabile. Dimenticano che il mercato è l’insieme delle scelte e delle azioni dei singoli soggetti e che come tale può essere regolamentato e guidato verso obiettivi diversi. E proprio qui sta il punto. L’attuale mercato è improntato al raggiungimento di un ben preciso scopo: l’accumulo di capitale della ristretta classe dominante (la grande borghesia). La mancanza di un discorso su quali siano i parametri di merito della meritocrazia e l’insistenza sul successo come sistema di discernimento è solamente un’abile strategia per mantenere il potere in mano a quella stessa classe dominante. Loro decidono chi ha successo e chi no, loro fanno sì, con la loro propaganda, di far credere che tale successo sia meritato e giusto. Se si svolgesse un serio dibattito, però, sui parametri di merito, si noterebbe senza dubbio tutto lo squallore del meccanismo meritocratico. Si noterebbe che i “meriti” con cui gli arrampicatori sociali si sono fatti strada sono, spesso, la prevaricazione, la disonestà, la prepotenza. Tornando all’esempio di prima, quale dirigente credete che farà carriera? Quello che salva i posti di lavoro o quello che sacrifica la dignità dei lavoratori per salvare i profitti degli azionisti?

Stabilire prima i parametri di merito è dunque necessario, ma implica una cosa che il capitale non vuole: rendere palese lo scopo dell’economia, della società, del lavoro. I parametri di merito si stabiliscono infatti in base allo scopo da raggiungere: una persona sarà più o meno meritevole in base a quanto farà per raggiungere lo scopo. Ovviamente se lo scopo è far arricchire ancor di più chi è già straricco, il “meritevole” sarà colui che è disposto a sacrificare tutto e tutti (benessere del popolo, dignità dei lavoratori, pace, ambiente…) in nome degli affari. Ma se lo scopo è quello di soddisfare i bisogni del popolo, allora quella persona diventa sommamente immeritevole.

Anche una volta stabiliti i parametri di merito, non possiamo pensare che questo sia l’unico discrimine e che chi non riesce a raggiungere dei risultati si meriti di vivere nella povertà e nella miseria. Per esserci una vera meritocrazia tutti dovrebbero partire dallo stesso punto, ovvero avere pari opportunità. E questo non accade. Nel mondo reale non tutti hanno le stesse possibilità. Il figlio di una famiglia ricca avrà maggiori possibilità del figlio di un operaio. Pensiamo a un ragazzo che voglia fare il medico. Se dovrà mantenersi agli studi e lavorare avrà sicuramente molte più difficoltà di chi invece è mantenuto dalla famiglia. Anche tra coloro che sono mantenuti dalla famiglia poi ci saranno delle differenze. Un ragazzo che può permettersi di vivere nella città dove si trova l’università sarà avvantaggiato rispetto a chi, invece, abita in provincia. Costui, dovendo viaggiare, dovrà fare più fatica per ottenere gli stessi risultati dell’altro. Nei paesi poi (come gli USA) dove le università private sono le uniche buone, solo i ricchi possono accedere a una buona educazione mentre i poveri dovranno accontentarsi di scuole di second’ordine che daranno poi la possibilità di accedere solo a lavori di pari qualità. Certo, ci sono le borse di studio, ma esse non risolvono il problema della disuguaglianza. Il figlio di un ricco potrà laurearsi nell’università prestigiosa anche se è un mediocre mentre il ragazzo povero dovrà essere sempre eccellente.

Inoltre chi nasce in una famiglia ricca ha una serie di agganci, contatti, amicizie molto utili a fargli fare strada. Senza considerare che, nel “mercato”, certe posizioni di potere non sono raggiungibili se non per nascita. O pensiamo davvero che John Elkann e Massimo Doris siano al loro posto perché erano i migliori tra i contendenti?

C’è poi un altro punto importante: come ha detto Francesco I nella sua recente visita a Genova, il talento non è un merito, ma un dono. Il fatto di essere nati più intelligenti, più forti, più dotati di altri non ci dà il permesso di prevaricarli e ridurli in povertà. Anzi: il fatto di avere maggiori capacità ci dà la responsabilità di aiutare chi è meno fortunato. Come diceva Karl Marx: da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni.

Chiudiamo il discorso sui parametri di merito con un’ultima considerazione: quali che siano i parametri stabiliti si rischia di finire col discriminare persone che abbiano qualità e capacità non conformi ai parametri stabiliti. Si rischia, insomma, di stabilire una “normalità” artefatta che diverrebbe esclusiva per molti individui che, altrimenti, potrebbero dare un buon contributo alle società. Basta guardare all’attuale sistema scolastico per comprendere di cosa si sta parlando. I metodi didattici attuali sono tarati su un ben preciso tipo di persona e puntano a instradare lo studente sulla via dell’efficienza per il sistema. Quei ragazzi che non corrispondono al modello “normale” sono spesso esclusi o trattati come dei minorati. In un sistema verticistico di potere la diversità è un agente di disturbo. Un discorso lungo e complesso, che non è qui il caso di sviscerare, ma che non poteva essere ignorato.

Abbiamo visto che la meritocrazia nasconde in realtà il sistema di prevaricazione della classe dominante sulla gran parte del popolo. Vediamo ora un aspetto più etico della questione.

La meritocrazia si basa su uno dei capisaldi della filosofia capitalista: la concorrenza. Il merito si esplica, nel sistema meritocratico, nel successo avuto nella competizione con gli altri contendenti. Il concetto di concorrenza ha in sé una grande carica di violenza, poiché implica, inevitabilmente, un vincitore e un perdente ed è funzionale al mantenimento dello status quo della società capitalista. Grazie alla concorrenza si giustifica la prevaricazione delle grandi aziende sulle piccole, si giustifica ogni prepotenza e si accentra la ricchezza nelle mani dei pochi grandi borghesi. Tutta la retorica che vorrebbe la concorrenza come motore del progresso e come origine del benessere sociale è semplicemente falsa. Il benessere della popolazione dei nostri paesi è dovuto ai diritti ottenuti grazie alle lotte dei decenni e secoli passati, lotte che ci hanno fatto ottenere uno stipendio minimo tale da garantire una vita dignitosa e non la mera sopravvivenza, una giornata lavorativa di otto ore invece che di quattordici, il diritto allo studio ecc. Cose, queste, che oggi certa politica vorrebbe eliminare o ridurre proprio in nome della concorrenza. Essendo dunque la concorrenza un concetto violento, anche la meritocrazia, che su di essa si basa, non può non esserlo. E un sistema violento non può mai essere giusto e auspicabile. Sarebbe quindi opportuno cominciare a lavorare per il superamento della meritocrazia e della concorrenza (e con esse del capitalismo) per instaurare un sistema non-violento basato sulla collaborazione e sul soddisfacimento dei bisogni della persona, un sistema dove il valore dell’individuo non sia giudicato in base a quanto fa guadagnare al capitale e la diversità sia considerata una ricchezza e una risorsa. Una società del genere è possibile, a condizione che ci si attivi per ottenerla e per sradicare dal potere coloro che hanno interesse a mantenere tutto così com’è. C’è bisogno di impegno e di partecipazione e anche se oggi sembra che a nessuno importi, sono certo che il continuo e progressivo impoverimento che le attuali politiche economiche stanno provocando porterà nuovamente le persone all’attivismo. La fame mobilita le masse. Dobbiamo solo sperare che tale mobilitazione vada nella giusta direzione e non verso nuovi regimi totalitari e violenti.

Enrico Proserpio

 

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