La preghiera, poesia di Carlo Porta

La chiesa di San Celso.

Era il 1820 quando Carlo Porta, poeta milanese, scriveva “La preghiera” (qui testo completo e traduzione), opera che si inserisce a buon diritto nel filone di critica dell’aristocrazia e, più marginalmente, del clero.

Nel testo si narra la disavventura di una nobildonna che, giunta sul piazzale della chiesa di San Celso, scivola e cade, ricevendo gli sfottò dei popolani presenti. La vicenda è narrata in prima persona dalla donna a un religioso ospite per il pranzo.

Il Porta ci mostra il carattere ipocrita e classista dell’aristocrazia attraverso la preghiera che Donna Fabia Fabron De-Fabrian rivolge al Signore. Nell’atto di umiliarsi davanti a Dio, la dama trova il modo di fare proprio l’opposto, auto-esaltandosi, sostenendo che il suo rango è riflesso di quello degli angeli, definendo in modo sprezzante i poveri e i popolani e paragonandosi, nella sua sciocca disavventura, niente di meno che a nostro Signore Gesù Cristo nel momento della sua passione. In quella richiesta di perdono per chi l’ha presa in giro, fatta in nome di un evangelico “perdona loro perché non sanno quello che fanno” si condensa tutta la superbia di un ceto che credeva di avere il diritto di opprimere il popolo in nome di una sorta di “grazia divina”, che li avrebbe fatti nascere ricchi e nobili.

Visione sostenuta anche grazie a un clero connivente, che godeva del favore della tavola e delle donazioni dei nobili. A tal proposito il poeta ci parla di don Sigismond (don Sigismondo), ex francescano, che ascolta lo sfogo della donna. In quel “ex frazescan” il Porta ci indica la natura del religioso, che ha abbandonato la via della povertà e della rinuncia di San Francesco d’Assisi per godere dei piaceri della vita e della tavola, divenendo servile nei confronti della classe dominante. Un do ut des in cui il religioso ascolta la dama, ma solo “intrattanta, s’intend, ch’el ris coseva” (intanto, si intende, che il riso cuoceva).

La preghiera” è una delle opere in cui la critica antiaristocratica del Porta raggiunge il suo culmine. L’orazione che Donna Fabia Fabron De-Fabrian (il cui nome stesso ne rispecchia la boria) è un estratto di profonda ipocrisia e superbia, a tratti perfino feroce nei confronti dei meno fortunati (definiti “fango” e “mostri”). È invece marginale la critica anticlericale, rappresentata da un don Sigismond che è qui solo personaggio di corollario, espediente letterario per dare l’abbrivio al racconto della dama.

Il periodo in cui la poesia fu scritta (1820, come si diceva) vedeva una crescente acrimonia nei confronti della nobiltà. In tutta Europa montava sempre più la voglia di rivalsa, di libertà, di giustizia di quei popoli che erano oppressi da secoli. Le rivoluzioni americana e francese avevano dato a molti la speranza in un mondo migliore. In “La preghiera” troviamo un accenno alle proteste avvenute a Milano nel “va-via-vè” che i popolani rivolgono, come sfottò, a Donna Fabia. Questo motto nacque nel 1818, quando l’imperatore Francesco visitò Milano. L’imperatore portava i capelli lunghi legati con un nastro dietro la nuca, una moda ormai in disuso da prima della rivoluzione francese. Lo sfoggio di una simile pettinatura fu interpretato (giustamente, con tutta probabilità) come simbolo della volontà di restaurazione del mondo precedente alla rivoluzione, un mondo basato sui privilegi della nobiltà e sull’oppressione del popolo. Durante la sfilata imperiale per le vie della città, in molti presero in giro il monarca canticchiando:

Franceschin cont el covin

Cont el toppè

Va via vè!

Ovvero:

Franceschino con il codino

Con il tupé

Va via vè!

Ovviamente prendere in giro l’imperatore e protestare contro l’ordine costituito non era cosa consentita e per sfuggire alla repressione la strofa venne inserita tra altre prive di senso, per confondere la censura e permettere al motteggio di circolare. È proprio a questo evento che la protagonista della poesia accenna parlando di

…beffe e mottegg

contro il culto, e perfin contro i natal

del primm cardin de l’ordine social.

Ovvero:

… beffe e motteggi

contro il culto, e perfino contro i natali

del primo cardine dell’ordine sociale.

Ed è proprio questo ordine sociale quel mondo che Donna Fabia e don Sigismond temono stia per finire, travolto da chi è stufo di fare da sgabello e da poggiapiedi per quel “primm cardin de l’ordine social” che fu preso in giro durante la sfilata del 1818.

Vi lascio ora alla lettura della poesia che potete trovare con traduzione a fronte al link all’inizio dell’articolo.

Enrico Proserpio

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