El Romanticismo, poesia di Carlo Porta

Alla fine del XVII secolo, all’interno dell’Accademia francese, scoppiò una pesante polemica tra due schieramenti con idee diverse riguardo l’arte dello scrivere. La contesa, conosciuta come “querelle des Anciens et des Modernes”, vedeva contrapposti gli “Antichi” che sostenevano l’impossibilità di superare i modelli greci e romani e la conseguente necessità di scrivere seguendo quei modelli stessi, e i “Moderni” che sostenevano invece la necessità di cambiare, di progredire. Tale diatriba era ancora in auge più di cent’anni dopo, ravvivata dalle discussioni tra i neoclassici e i romantici che interessarono l’ambiente letterario europeo del primo XIX secolo.

In questo contesto si inserisce, nel 1819, l’opera “El Romanticismo” (qui il testo completo con la traduzione a fronte) di Carlo Porta. Il poeta si rivolge a una nobildonna immaginaria, madame Bibin, per convincerla della bontà dei romantici, in opposizione alla vetustà dei neoclassici. Il Porta fa notare alla dama come sia assurdo, nei tempi moderni, continuare a invocare le muse, o a poetare su Apollo o su tutti i vari dei e dee del pantheon antico. Al contempo, smentisce le dicerie che i neoclassici andavano diffondendo sui romantici, dicendo che parlavano solo di cose paurose e orribili, di streghe, morti e diavoli e che credevano in cose superstiziose. Il poeta spiega come in realtà i romantici non credano in simili sciocchezze, ma usano le passioni e i sentimenti delle persone per creare le loro opere, in modo attuale e non anacronistico.

Nel testo si fa più volte accenno a un particolare argomento della contesa tra neoclassici e romantici: le tre unità della tragedia. Secondo la visione aristotelica della tragedia, ogni narrazione doveva mostrare unità di tempo, d’azione e di luogo. La vicenda doveva svolgersi in un solo giorno (unità di tempo), senza vicende secondarie che si intersecassero con la principale (unità d’azione) e in un solo posto (unità di luogo). Per ovviare alle difficoltà insite nel far rientrare la narrazione in questo schema, le tragedie antiche (e neoclassiche) presentavano lunghi monologhi introduttivi che narravano i fatti precedenti all’azione narrata e altri, interni alla narrazione, per spiegare al pubblico i fatti avvenuti altrove o riferiti ad azioni diverse da quella principale. Un espediente che il Porta denuncia come noioso e superato. Per lui, infatti, era sbagliato ridurre le possibilità narrative a uno schema rigido e limitato, come si volesse rinchiudere l’intero spazio naturale in un guscio di noce. I romantici, al contrario, si ispirano alla poetica dei tragediografi tedeschi e inglesi (nel testo si cita il Macbeth) che pur non seguendo le tre unità, scrivono testi di sicuro effetto.

Sulla questione delle unità aristoteliche nel teatro prenderà posizione anche Alessandro Manzoni (che del Porta fu amico e allievo) con la sua “Lettre à monsieur Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie” (Lettera al signor Chauvet sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia). Da notarsi l’accenno solo a due delle tre unità di cui si parlava. L’unità d’azione è ritenuta da tanti conseguenza delle altre due e, quindi, viene spesso ignorata.

La pubblicazione della poesia del Porta provocò la reazione di Carlo Gherardini, nemico giurato del nostro e poeta neoclassico, che rispose con un poemetto dal titolo “Risposta di madama Bibin alle sestine del signor Carlo Porta”, anch’esso in lingua meneghina, che abbiamo già incontrato citato nel finale della poesia “La nomina del cappellan”, dove l’opera del Gherardini veniva usata per avvolgere del salame di bassa qualità.

Vi lascio dunque alla lettura del testo. Il testo milanese della poesia è tratto dal libro “Carlo Porta, Poesie edite e inedite”, uscito per i tipi dell’Editore Ulrico Hoepli, Milano, 1980. La traduzione è mia, ma per i passi più ostici mi sono appoggiato a quella di Carla Guarisco contenuta nel libro “Carlo Porta, Le Poesie”, edizioni Feltrinelli, Varese, 1970.

Enrico Proserpio

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