Risposta di Madama Bibin, poesia di Carlo Gherardini

Nel 1819, Carlo Porta pubblicò “El Romanticismo”, poesia in cui spiegava a un’immaginaria madame Bibin i vantaggi della poetica romantica su quella neoclassica. A questa opera rispose il poeta neoclassico, e nemico giurato del Porta, Carlo Gherardini, con la sua opera “Risposta di Madama Bibin alle sestine del signor Carlo Porta” (qui il testo completo con la traduzione a fronte).

Nella sua opera il Gherardini risponde punto per punto alle tesi del Porta, sostenendo che il Romanticismo, come tutte le mode, era destinato a finir presto, al contrario del Classicismo. In particolare si scaglia contro quanto in “El Romanticismo” viene detto contro le unità di tempo, di azione e di luogo nella tragedia. Il paragone del Porta, secondo madame Bibin non sta in piedi. Egli, infatti, aveva paragonato lo sforzo di far stare tutta la narrazione in un questo schema a quello di far entrare in un boccale più di quanto ci stia. Ma la nobildonna fa notare al poeta che un boccale è cosa fisica, mentre il teatro è fantasia e che, di conseguenza, non si possono paragonare.

E anche il fatto che i romantici non parlino solo di streghe e cose paurose è, per la dama, falso. Per lei risulta impossibile, da tanto fan paura e ribrezzo, leggere senza problemi i testi dei romantici. E a tal proposito fa notare l’incoerenza dei romantici stessi, poiché se il Porta dice che essi sono allegri, altri dicono che sono malinconici.

La risposta del Gherardini non lasciò il Porta indifferente. Nella sua opera, dello stesso anno, “La nomina del cappellan”, l’opera di Gherardini viene citata in modo piuttosto impietoso:

Col temp, poeu, s’è savuu che el gran secrett

l’eva staa nïent olter finalment

che l’avegh avuu adoss tre o quatter fett

de salamm de basletta, involtiaa dent

in la Risposta de Madamm Bibin

de quell’olter salamm d’on Gherardin.

Ovvero:

Col tempo poi si è saputo che il gran segreto

non era stato niente altro, finalmente,

che l’aver avuto addosso tre o quattro fette

di salame di pessima qualità avvolto

in la Risposta di Madame Bibin

di quell’altro salame di un Gherardini.

Una presa di posizione forte, che il Porta rimarcò con un sonetto intitolato “Alla musa del sur G.” (Alla musa del signor G.):

Cossa dïanzen gh’et casciaa in la ment

a quel to vis-de-cazz don G….

de stampà quij sestinn impertinent,

quella risposta de madamm Bibin.

Ciolla! Cojon! Sonaj! Morbo! Strument!

Adess cossa diran i Romanin?

Diran, e con reson, che nun semm gent

arziclassegh in quant a biricchin.

Dagh de l’asen al Porta! Oh che pingiacca!

E daghel mò giust lù con quij versasc,

lù… nanca degn de lappagh su la cacca!

Ah musa veggia sfilapronna matta!

Tàcchegh ona pestascia a quel pajasc,

brusegh quell rest de coo ch’el gh’ha in la patta.

Ovvero:

Cosa diavolo hai cacciato nella mente

a quel tuo faccia-di-cazzo don G….

di stampare quelle sestine impertinenti,

quella risposta di madame Bibin.

Scemo! Coglione! Sonaglio[1]! Morbo! Strumento!

Adesso cosa diranno i Romantici?

Diranno, e con ragione, che noi siam gente

Arciclassica e alquanto birichina.

Dar dell’asino al Porta! Oh che pittorello!

E darglielo proprio lui con quei versacci,

lui… nemmeno degno di lappargli su la cacca!

Ah musa vecchia stracciona[2] matta!

Attaccagli una brutta peste a quel pagliaccio,

bruciagli quel resto di testa che ha nella patta.

Insomma, non certo versi teneri e amichevoli…

La “Risposta di Madama Bibin alle sestine del signor Carlo Porta” non è al livello delle opere di colui che vorrebbe criticare, ma non merita nemmeno gli insulti contenuti nel sonetto che ho riportato. Il Gherardini era uno degli ultimi poeti neoclassici, poeta non di eccezionale talento, e non si rassegnava all’idea che la sua epoca stesse finendo e che il nuovo avanzasse. Paradossalmente per il Porta, è soprattutto, per non dire solamente, grazie a lui se il Gherardini oggi viene ricordato.

Vi lascio ora alla lettura dell’opera di Gherardini. Il testo dell’opera è tratto dall’edizione della “Risposta di madama Bibin alle sestine del signor Carlo Porta” del 1819, stampata dalla tipografia di Giuseppe Borsani, scansionata e messa in rete da Google books. Il sonetto del Porta invece è tratto dal libro “Carlo Porta, poesie edite e inedite”, a cura di Angelo Ottolini, per i tipi dell’Editore Ulrico Hoepli, Milano, 1980.

Enrico Proserpio

[1] In Milanese “Sonaj” (letteralmente “sonaglio”) è sinonimo di “coglione”.

[2] Non sono riuscito a trovare da nessuna parte la traduzione del termine “sfilapronna”. Ho però trovato il verbo “sfilaprà” che significa “sfilacciare”. Ne ho detto (spero correttamente) che “sfilapronna” significhi stracciona, persona che indossa vestiti sfilacciati.

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