Plant revolution, le piante hanno già inventato il nostro futuro

Le piante sono state, nella storia, profondamente sottostimate. Nonostante costituiscano la quasi totalità della biomassa terrestre e nonostante siano

La copertina del libro.

fondamentali per la nostra stessa vita, esse sono sempre state ignorate, ridotte a semplici oggetti, a elementi del paesaggio. Eppure le piante hanno sensibilità straordinarie, perfino superiori a quella animale, si muovono e hanno relazioni sociali. Essendo però le modalità di azione delle piante differenti da quelle degli animali, sia nei modi che nei tempi, noi tendiamo a non accorgerci di queste loro capacità. Il fatto, per esempio, che i movimenti delle piante siano molto più lenti dei nostri, tanto lenti da non essere percepiti dal nostro occhio, ce le fa percepire come oggetti inerti. Tali movimenti risultano poi tutt’altro che casuali e dimostrano una capacità di percepire il mondo circostante e una consapevolezza dell’ambiente che a prima vista sembrano impossibili.

Di questi e altri temi parla il libro “Plant revolution, le piante hanno già inventato il nostro futuro” di Stefano Mancuso, professore dell’Università di Firenze e direttore del LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale).

Mancuso descrive alcune capacità delle piante, la loro sensibilità e adattabilità, sfatando parecchi luoghi comuni. Si è spesso portati a credere che i vegetali non siano in grado di vedere, sentire, percepire sostanze chimiche, elaborare informazioni, perché non hanno degli organi specificatamente preposti a tali funzioni. Non è un mistero che le piante non abbiano occhi, orecchie e, soprattutto, un cervello. Questo però non significa che non possano ugualmente avere queste funzioni. Ognuna di queste attività è svolta in maniera diffusa. Ogni parte della pianta contribuisce, in modo che i danni eventuali subiti dal corpo non danneggino irreparabilmente l’individuo. Non potendo fuggire dai pericoli, le piante hanno dovuto diventare estremante resilienti e ci sono riuscite organizzando il proprio corpo in modo modulare, ovvero come una struttura formata da parti aventi ognuna tutte le funzioni necessarie (entro un certo limite). In questo modo la perdita di una parte del corpo, anche consistente, non implica necessariamente la morte della pianta e la perdita delle funzioni vitali. Anche per questo modo di essere, tanto diverso da quello degli animali, l’uomo ha sempre visto nelle piante qualcosa di “altro da sé”, di distante, a malapena vivente. Le piante sembrano essere, in effetti, opposte al nostro “modello” di vita:

Molte delle soluzioni sviluppate dalle piante sono l’esatto opposto di quelle ideate dal mondo animale. Ciò che lì è bianco, per le piante è nero, e viceversa: gli animali si spostano, le piante sono ferme; gli animali sono veloci, le piante lente; gli animali consumano, le piante producono; gli animali generano CO2, le piante fissano CO2… E così via fino alla contrapposizione decisiva, la più importante e la più sconosciuta: quella tra diffusione e concentrazione. Qualunque funzione che negli animali è affidata a organi specializzati, nelle piante è diffusa sull’intero corpo.[1]

Stefano Mancuso, autore del libro.

L’autore racconta in uno stile narrativo coinvolgente e semplice alcune delle meraviglie delle piante. Scopriamo, per esempio, che alcune acacie utilizzano le formiche come loro strumenti. La pianta offre rifugio e cibo alle formiche che, in cambio, la difendono dai parassiti e da eventuali altre piante che cerchino di crescere troppo vicine alla loro casa. Ma ciò che sorprende è che l’acacia è in grado di regolare l’attività delle formiche attraverso sostanze che agiscono sul sistema nervoso degli animali, aumentando o diminuendo l’aggressività degli insetti alla bisogna. Se l’acacia è attaccata da un animale erbivoro, subito emetterà sostanze eccitanti per aumentare l’aggressività delle formiche e far sì che attacchino l’animale.

Sorprendente è anche la capacità di mimesi di varie piante che si sono adattate camuffandosi in vari modi. Da quelle che producono fiori che assomigliano a insetti, per attirare gli impollinatori, a quelle che si sono evolute per assomigliare a specie coltivate e intrufolarsi nelle coltivazioni. Alcune di queste piante hanno finito anche per divenire utili all’uomo. È il caso della segale, che, adattatasi per sfruttare la somiglianza col frumento, ha finito per diventare, grazie alla sua resistenza a climi duri, una risorsa.

Ma il caso forse più estremo (e ancora non spiegato) è quello della Boquilla trifoliata, un rampicante sudamericano che adatta la forma delle proprie foglie in modo da farle assomigliare a quelle delle piante su cui arrampica.

La parte più interessante del libro è la trattazione di ciò che noi potremmo imparare dalle piante. Lo studio dei vegetali ci può dare un grande aiuto in

Le foglie di Victoria amazonica, in grado di reggere una bambina.

moltissimi campi e non solo nell’alimentazione e nella medicina (campi dove le piante sono da sempre usate). Uno degli ambiti in cui si può imparare parecchio dal mondo vegetale è l’architettura. La struttura delle piante può dare molti spunti su come costruire edifici resistenti con costi spesso contenuti. Le piante hanno evoluto, nel corso delle ere, una statica notevole e una serie di accorgimenti per usare il meno possibile di materiale e di energia per risolvere i problemi. Le pigne del pino si aprono e si chiudono a seconda dell’umidità senza bisogno che la pianta usi energia. Il tutto avviene grazie ai diversi materiali che compongono le scaglie della pigna, i quali reagiscono diversamente all’umidità. Altre piante usano accorgimenti simili per lanciare lontano i propri semi, o per farli muovere sul terreno. Lo studio di queste strutture ci può aiutare a trovare nuovi materiali e nuovi modi di intendere la costruzione di edifici e strutture varie. Uno degli esempi più noti è la costruzione del Crystal Palace, un enorme struttura di acciaio e vetro che ospitò la prima edizione dell’expo nella Londra del 1851. Nei mesi precedenti la politica inglese era in grande tensione: i lavori per l’expo non erano ancora iniziati e l’evento rischiava di saltare, provocando una figuraccia internazionale alla Gran Bretagna. Il problema era costruire un edificio di grandezza inusitata in poco tempo. La soluzione fu trovata da Joseph Paxton, esperto di serre e di

Il Crystal Palace in un’illustrazione dell’epoca.

piante, che ideò una struttura modulare (come modulari sono i vegetali), formata da pezzi facili da produrre in serie e da montare. Ma il vero capolavoro fu la volta a botte, la cui struttura era ispirata alle nervature della Victoria amazonica, una pianta acquatica dalle grandi foglie galleggiati, famosa per la capacità delle stesse di reggere pesi ingenti. Da allora gli architetti non hanno mai smesso di ispirarsi alla natura, e alle piante in particolare, per costruire edifici.

Un altro nuovissimo campo di applicazione della conoscenza delle piante è la robotica. Si stanno creando in questi anni dei robot (detti plantoidi), ispirati alla struttura modulare delle piante, che potrebbero essere usati in molti ambiti diversi: dall’agricoltura alla conquista dello spazio.

Quel che però può sorprendere maggiormente è la possibilità di imparare qualcosa dalle piante anche in ambito politico. Mancuso fa notare come

Un robot plantoide.

tutto ciò che noi progettiamo, strutture politiche, economiche, sociali comprese, si basa sul nostro modello di animali. Basti pensare anche solo al linguaggio: chi comanda è chiamato “capo” ovvero testa, paragonandolo a quella parte del corpo dove sta il cervello, l’organo che “comanda” il corpo animale. Le gerarchie sociali sono paragonabili alle membra del nostro corpo. Nelle piante invece non c’è un centro di comando, ma le funzioni dono diffuse, distribuite. E questo le rende più efficienti in molti casi. L’autore fa notare come in natura siano poche le gerarchie e come si dimostrino meno efficienti e spesso fallimentari. Banalmente, più teste ragionano su un problema e meno possibilità di errore ci saranno. Anche il modo in cui vediamo la natura è spesso filtrato dai nostri pregiudizi. Nulla è più distante dalla realtà naturale del concetto che molti hanno di “legge della giungla” che è qualcosa di molto umano e poco “naturale”:

Sgombriamo subito il campo da un errato luogo comune: in natura le gerarchie, intese come individui o gruppi che decidono per la collettività, sono rare. Le vediamo dappertutto perché guardiamo alla natura con lo sguardo degli esseri umani. [ … ]

Non solo le oligarchie sono rare, le gerarchie immaginarie e la cosiddetta legge della foresta una banale stupidaggine; quel che è più rilevante è che simili strutture non funzionano bene. Le organizzazioni ampie, distribuite e senza centri di controllo in natura sono sempre le più efficienti. I recenti progressi della biologia nello studio del comportamento dei gruppi indicano, senza ombra di dubbio, che le decisioni prese da un numero elevato di individui sono quasi sempre migliori di quelle adottate da pochi. [ … ]

L’idea che la democrazia sia un’istituzione contro natura, dunque, resta solo una delle più seducenti menzogne inventate dall’uomo per giustificare la sua, contronaturale, sete di potere individuale.[2]

Un bello smacco per tutti quei violenti e prepotenti che si riempiono la bocca della “legge del più forte” per giustificare la loro propria cattiveria. Forse la natura dovremmo conoscerla e studiarla invece che attribuirle ogni nostro pregiudizio.

Concludo invitandovi a leggere questo libro senza dubbio interesante. “Plant revolution, le piante hanno già inventato il nostro futuro”, uscito per i tipi dell’editore Giunti, è un libro di facile lettura, dallo stile agile, e dà molti spunti di riflessione e di approfondimento sulla scienza, sulla botanica e, soprattutto, sulla nostra società.

Enrico Proserpio

 

[1] Stefano Mancuso, Plant revolution, edizioni Giunti, 2017, pagina 9.

[2] Stefano Mancuso, Plant revolution, edizioni Giunti, 2017, pagina 159.

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