L’altra via

La decrescita felice è una delle teorie economiche più valide, forse l’unica che può risolvere i moderni problemi sociali e ambientali. Di decrescita il

Francesco Gesualdi, autore del libro.

libro “L’altra via” di Francesco Gesuali (qui scaricabile in pdf) che propone delle soluzioni al sistema attuale e alla sua insostenibilità. È un librettino leggero, settantaquattro pagine in tutto, uscito originariamente come allegato della rivista “Altreconomia”, che si legge in un soffio grazie anche al suo stile semplice, adatto a qualsiasi lettore. Non è necessario essere esperti di economia o di politica per comprendere questo libro. Il tema della decrescita viene affrontato con esempi, dati e fatti, dando una chiara idea della nostra attuale situazione e proponendo delle soluzioni. Gesualdi non si pone come nuova guida, nuovo profeta di questo mondo. Non pretende che le sue idee siano l’unica possibilità. Egli parla di principi la cui realizzazione dovrà passare per forza attraverso la discussione e l’invenzione di forme diverse e di progetti diversi da parte della gente.

Il libro è diviso in tre parti. La prima, intitolata “dove ci troviamo” descrive la situazione attuale. Si parla di risorse, inquinamento, globalizzazione

La seconda, dal titolo “verso dove andare” propone un nuovo modello sociale verso cui tendere, un mondo più felice, più conviviale, dove lo scopo dell’azione sociale e politica non sia più il denaro ma il ben-vivere.

La terza, intitolata “come andarci” propone alcuni modelli di comportamento attuabili da subito e progetti concreti che già esistono. Ciò che colpisce è la convinzione dell’autore che l’unica via di cambiamento venga dal basso, dalla diffusione delle idee e soprattutto dall’esempio dato da chi agisce nel modo giusto. Solo attraverso l’esempio si può dimostrare che le tesi della decrescita non sono vane, ma fattibili e desiderabili. Come detto, Gesualdi non dà un quadro assoluto e chiaro di cosa fare, ma fa degli esempi, poiché solo la gente può trovare le giuste soluzioni attuando progetti, magari sbagliando e riprovando. Le soluzioni non sono uniche, ma diverse da luogo a luogo, da cultura a cultura.

Anche durante la presentazione l’autore ha posto l’accento su una faccenda molto importante: l’immagine del mondo futuro. Egli attribuisce molta importanza al quadro di valori di riferimento senza il quale diversi progetti restano divisi, apparentemente senza punti di contatto, di fatto disperdendo un sacco di energie. Il sogno di un mondo diverso invece è il giusto collante e la giusta guida di riferimento. Senza, i vari progetti non saranno altro che piccole toppe alle falle del sistema e non porteranno a nulla.

L’altra via” è un libro per tutti. Se infatti da una parte può essere, grazie alla sua brevità e semplicità, una buona introduzione al tema della decrescita per chi ne sia completamente digiuno, dall’altra può essere uno spunto di riflessione per chi il tema già conosce su cosa fare in termini pratici.

Il libro si conclude con un appello dell’autore. Tale appello riassume quello, più ampio, che l’autore da tempo diffonde e che vi riporto nella sua interezza. È un po’ lungo ma leggetelo, ne vale la pena.

Se anche tu sei convinto che la triplice crisi, economica, sociale, ambientale, impone profonde trasformazioni di sistema, allora questo messaggio è per te. È l’invito ad aderire ad uno dei gruppi di discussione, che stiamo cercando di far nascere in ogni parte d’Italia. Il tema è come costruire una società capace di garantire il benvivere a tutti, nel rispetto dei limiti del pianeta. Un obiettivo ambizioso, ma non impossibile. Magari sei già impegnato nei Bilanci di giustizia, in un gruppo di acquisto solidale, in un’associazione ecologista, in un comitato di resistenza locale, in un consiglio comunale o nel sindacato. Perciò siamo in difficoltà a chiederti di sobbarcarti quest’ulteriore fatica. Ma non si può farne a meno: senza una bussola, senza un’idea di società verso cui tendere, non si può affrontare neanche la politica del giorno per giorno. È ormai certo che per ripristinare l’equilibrio ambientale bisogna ridurre produzione e consumi, ma finché il motore dell’economia rimane il mercato, l’arresto della crescita può comportare seri contraccolpi sociali. Non a caso, pur con i dovuti distinguo, fra gli oppositori della riduzione troviamo anche il sindacato e i partiti di sinistra, preoccupati per i posti di lavoro e il buon funzionamento dell’economia pubblica. Segno che questione ambientale e questione sociale sono due temi indissolubili, se affrontiamo l’uno senza preoccuparci dell’altro, non abbiamo futuro: saremo sempre osteggiati da tutti o tutt’al più derisi come dei don Chisciotte che combattono contro i mulini a vento. Tant’è Alex Langer diceva: «La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile». L’unico modo per fare breccia nei movimenti di massa, per avere la gente con noi, è dimostrare che è possibile coniugare sobrietà con piena occupazione e sicurezze per tutti. Ma non basteranno delle mere affermazioni di principio, la gente ha bisogno di concretezza, vuole sapere come si ottiene il miracolo. In breve, dobbiamo elaborare delle proposte di riorganizzazione economica e strategie di attuazione, questa è la sfida che dobbiamo raccogliere. Una sfida difficile da affrontare perché i nostri obiettivi non si raggiungono con piccoli ritocchi. Al contrario richiedono un capovolgimento culturale nel nostro modo di concepire il rapporto con la natura, i diritti, il lavoro, la tecnologia, il mercato, la comunità, il benessere. Richiedono una revisione profonda del nostro modo di organizzare il tempo, le città, la produzione, la soddisfazione dei bisogni, i rapporti sociali, l’economia privata e l’economia pubblica. In una parola richiedono il ripensamento dell’intera architettura economica e sociale, ma da dove cominciare per l’abbozzo del nuovo progetto? Si potrebbe rispondere che la funzione di studio e progettazione va delegata agli economisti, dopo tutto loro sono gli specialisti del settore. Ma una simile soluzione sarebbe una scorciatoia tanto illusoria quanto pericolosa. Illusoria perché gli economisti, salvo eccezioni, sono troppo intrisi di cultura mercantile. Da loro non possono venire proposte che richiedono la capacità di lasciarsi contagiare da altre visioni del mondo, altri approcci alla vita, di guardare la realtà dalla prospettiva del benvivere inteso come soddisfazione di tutte le dimensioni umane, di trovare soluzioni che tengono conto della complessità dei bisogni, dei limiti del pianeta, dei diritti delle generazioni che verranno. Ma la delega agli economisti è anche pericolosa, perché è l’antitesi della democrazia. Democrazia significa comando di popolo, esiste solo se le decisioni portanti, quelle che danno forma alla società, sono prese da tutti. Niente influenza la nostra vita più dell’economia e niente è posto fuori dal nostro controllo più dell’economia, segno che il potere non appartiene al popolo, ma ai mercanti e al potere finanziario, l’alfa e l’omega di questo sistema. Per necessità e per virtù, tocca a noi tutti, senza distinzione di professione, titolo di studio, incarico pubblico, provenienza culturale e politica, tirare fuori una nuova idea di società e tracciare un percorso per farla avanzare. È un compito che possiamo assumerci, non richiede particolari attestati scolastici, solo chiarezza politica che si acquisisce con la discussione e il confronto. Del resto non si parte da zero, mentre alcuni hanno riflettuto e scritto in proposito, altri hanno sperimentato su piccola scala, le loro suggestioni e esperienze possono costituire delle basi di partenza. Il nodo da sciogliere, almeno in prima battuta, è piuttosto di tipo organizzativo: dobbiamo stabilire come attivare un processo di elaborazione diffuso capace di giungere a una sintesi condivisa. L’esperimento è nuovo, non c’è da meravigliarsi se il percorso non è tutto chiaro, l’importante è partire, strada facendo capiremo come proseguire il cammino. Il primo obiettivo è la costituzione di gruppi di studio, aggregazioni di poche persone che individuano i nodi, li affrontano, ipotizzano soluzioni applicabili a piccola, media e grande scala. Ci piacerebbe che ne sorgessero centinaia, addirittura migliaia, trasversali e diffusi su tutto il territorio, piccoli gruppi che si prendono un anno di tempo, o quello che serve, per ritrovarsi due o tre volte al mese e discutere una traccia condivisa a livello nazionale, una sorta di sciame che lo stesso mese si concentra sullo stesso tema. Il tutto dotandosi di strumenti informatici per mettere le conclusioni dell’uno a confronto con quelle degli altri affinché emergano assonanze, differenze, divergenze. E più avanti realizzare degli incontri regionali, addirittura nazionali, per dirimere i punti più controversi, formulare una piattaforma comune e mettere a punto delle strategie di transizione. Ma tutto questo è già troppo avanti, al momento ci accontentiamo di individuare chi condivide quest’ipotesi di lavoro ed iniziare il cammino. Perciò invitiamo chiunque voglia coinvolgersi in questo percorso a comunicarcelo, scrivendo un messaggio a gruppidistudio@cnms.it Basta anche un’adesione telegrafica, l’importante è segnalare il comune e la provincia in cui si abita. A partire da questo censimento, ricontatteremo ogni persona per valutare la possibilità di formazione dei gruppi e stabilire, tutti insieme, come proseguire il cammino. Attendiamo fiduciosi le vostre adesioni per questa nuova avventura di partecipazione dal basso.[1]

Enrico Proserpio

[1] L’appello è tratto dal sito http://www.cnms.it/cercalarotta/sites/cercalarotta.it/files/documents/Appello.pdf.

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