Guai ai poveri. La faccia triste dell’America

La povertà è un problema che sempre più ci tocca da vicino. Anche nei paesi benestanti, il numero dei poveri è in costante aumento, nonostante tutte le promesse della politica. Perfino negli USA, lo stato che da tutti è sempre stato visto come esempio di benessere, abbondanza, opulenza, il fenomeno della povertà raggiunge cifre impressionanti.

La copertina del libro.

Proprio della situazione americana si occupa Elisabetta Grande nel suo libro “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America”, edizioni Gruppo Abele, che analizza le cause e la storia del fenomeno, alla luce delle politiche economiche e sociali d’oltreoceano.

L’autrice ci dà un’immagine degli USA ben diversa da quella che usualmente ci viene trasmessa: un paese pieno di gente povera e poverissima, con una profonda ingiustizia sociale sostenuta e aggravata da un sistema legale e giudiziario finalizzato a favorire i forti e a reprimere i deboli.

Fino al 1973 il numero dei poveri in America era in diminuzione. Grazie a una serie di aiuti e di tutele per le persone e le famiglie in difficoltà la società americana sembrava destinata a veder scomparire l’indigenza nel giro di poco tempo. Dagli anni settanta in poi, però, qualcosa cambia. Le istituzioni cominciano a essere meno solidali con i più deboli e tendono sempre più a favorire i ricchi seguendo la convinzione che una maggior produzione di ricchezza e una maggiore crescita economica avrebbero beneficiato tutti.

È però con la presidenza di Ronald Reagan che si assiste a un vero e proprio cambiamento di rotta. Reagan dichiara guerra ai poveri, sostiene che lo stato di povertà è colpa del povero stesso e comincia a smontare quel sistema di welfare che era stato costruito nei decenni precedenti e che aveva aiutato molti a non finire nella miseria. Anche le amministrazioni seguenti (tanto democratiche che repubblicane) continuarono il processo, favorendo sempre più i ricchi (e i ricchissimi soprattutto) e infierendo sempre più sui poveri e sui poverissimi.

In questo clima politico la globalizzazione, con i suoi meccanismi economici perversi, ha portato molte aziende a delocalizzare e quelle che sono restate hanno usato la scusa della concorrenza internazionale per diminuire stipendi, precarizzare il lavoro, diminuire tutele e diritti.

Ma tutto ciò è davvero il risultato di un meccanismo ineluttabile e incontrollabile? Tutt’alto. Questa situazione è figlia di scelte ben precise e deliberate. Dopo il disastro della seconda guerra mondiale, nel 1948, fu firmato un trattato internazionale conosciuto come Carta dell’Avana o ITO (International Trade Organization) che, anche se sosteneva l’idea di “libero mercato”, introduceva l’idea che le persone sono più importanti delle merci e del denaro. Il trattato prevedeva quindi una serie di vincoli e di regole volti a tutelare le persone e a garantire i diritti. Il trattato, però, non fu ratificato dagli USA, che ne segnarono così il fallimento. Essi poi ne sottoscrissero un altro, di tutt’altro tenore, che garantiva solo e unicamente il “diritto” dei capitalisti di far soldi: il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), antesignano dell’attuale WTO (World Trade Organization). Da allora la tendenza alla prevaricazione dei diritti umani e civili delle persone in nome del guadagno si è rafforzata e sono stati firmati altri trattati internazionali, alcuni dei quali prevedono la possibilità, per una corporation, di portare in giudizio uno stato membro qualora questo faccia delle politiche che la svantaggiano. In parole povere, i grandi capitali privati possono imporre a degli stati di eliminare tutele dei lavoratori o regole sulla qualità dei prodotti se queste danneggiano i loro guadagni. È il trionfo dell’interesse privato sulla politica.

Oltre alla situazione economica internazionale, gli USA hanno eliminato ogni tutela al loro interno facendo politiche economiche e sociali sempre a vantaggio della proprietà e dei ricchi. La liberalizzazione degli affitti, per esempio, ha fatto sì che molti lavoratori non possano permettersi una casa. Inoltre i fondi per gli aiuti a chi non ha una casa sono stati ridotti al minimo e l’accesso agli stessi reso sempre più difficile. In compenso sono sempre di più i privilegi garantiti ai ricchi, le detrazioni fiscali sulle case di lusso, le facilitazioni per i proprietari di casa nello sfrattare gli inquilini. Una vera e propria guerra al povero che giunge anche all’uso dei mezzi violenti del sistema penale.

A tal proposito è interessante la sezione del libro che parla degli homeless, coloro che sono costretti a vivere in strada, nei dormitori per poveri o a farsi ospitare da amici e parenti. Una popolazione sempre più numerosa e che non corrisponde quasi per nulla all’immagine stereotipata che di solito si ha del “barbone”:

A differenza del tipico clochard ubriacone, maschio, bianco e vecchio, che rispecchiava lo stereotipo non solo letterario dell’homeless, la popolazione dei senzatetto è oggi formata in grande misura da famiglie e la categoria di homeless in maggior crescita è quella dei bambini.

Secondo le stime del National Center of Family Homelessness, nel 2013 i minori senza fissa dimora raggiungono addirittura la cifra di 2 milioni e mezzo, corrispondente a uno ogni 30 bambini americani, segnando un aumento dell’8 per cento rispetto all’anno precedente e addirittura un incremento del 64 per cento rispetto al 2007.[1]

Dati drammatici, che la crisi economica ha fatto cresce a dismisura.

Come se non bastasse, a infierire sui poveri ci pensa poi il sistema giuridico e penale, che, di fatto, rende impossibile la vita agli homeless. Si è arrivati a condannare, perfino col carcere, cose come lo star seduti su un marciapiede, il lasciar per strada le proprie cose, il dormire in luoghi pubblici. Addirittura dormire nella propria macchina parcheggiata su suolo pubblico è, in molti stati degli USA, illegale. Un sistema che, anche qui, favorisce i ricchi. Le carceri, in America, sono gestite da privati. Più persone finiscono in carcere e più le corporation fanno proventi. La criminalizzazione del povero, insomma, frutta parecchio. A tal proposito consigliamo la lettura del libro “Aboliamo le prigioni?” di Angela Davis.

Giungiamo qui a un altro punto importantissimo: la visione culturale del povero. Grazie a un’abile propaganda, la politica a stelle e strisce è riuscita a trasformare il bisognoso da una persona con cui essere solidale a un criminale pericoloso da punire e allontanare. Fin dai tempi di Reagan coloro che erano nel bisogno venivano dipinti come dei lazzaroni, colpevoli di non voler far niente e di voler vivere a sbafo:

L’attacco nei loro confronti fu, come al solito, portato avanti da Ronald Reagan, che inventò addirittura la figura della welfare queen. Si trattava di una fantomatica mamma di colore accusata di avere accumulato una ricchezza esagerata attraverso truffe realizzate ai danni dello Stato, sommando nomi e indirizzi falsi. Nell’immaginario collettivo la welfare queen si sarebbe recata a ritirare il suo assegno assistenziale su una lussuosa Cadillac e con una pelliccia indosso![2]

Un’immagine assurda, paradossale, ma che fece presa sull’immaginario popolare. Quando David Ellwood, un professore universitario di Harvard, andò in TV a dire che la realtà era ben diversa e che le persone che prendevano il sussidio cercavano lavoro e mediamente si stabilizzavano e smettevano di prendere il sussidio in un paio d’anni, fu coperto di insulti. Fatti, questi, che ricordano tristemente le bufale sui migranti mantenuti negli alberghi di lusso e gli insulti ai “buonisti” dei nostri giorni.

Da allora la retorica di criminalizzazione del povero, dell’homeless e di chiunque li aiuti è sempre più peggiorata. A esserne colpite sono persone di ogni tipo, ma per lo più lavoratori e lavoratrici non specializzati, soprattutto appartenenti a minoranze etniche. È stato rilevato che, tra gli operai non specializzati, è più facile trovare lavoro per un bianco che è stato in carcere per colpe medio-gravi che per un nero incensurato.

Non mi dilungo oltre nella trattazione dei temi, rimandandovi alla lettura del libro. Voglio però, prima di concludere, far notare l’importanza di questo studio anche per noi e non solo per gli americani. La nostra politica e la nostra società si stanno, infatti, avviando in quella stessa direzione. Prendere coscienza degli errori altrui e dei danni che hanno provocato (e provocano) ci può far evitare di fare le stesse cose. Al momento pare, però, che la politica italiana sia intenzionata a fare l’esatto opposto. Proprio in questi giorni Silvio Berlusconi ha dichiarato di voler fare una “politica reaganiana” qualora (e speriamo proprio di no) vinca le elezioni nel 2018, mentre il governo Genitoloni (quello che dovrebbe essere “di sinistra”) col decreto Minniti ha iniziato la criminalizzazione del povero e la repressione delle vittime del sistema in nome del decoro e della sicurezza (del benestante e del ricco, ovviamente). Al contempo la grancassa dell’odio intontisce il popolo italiano con stereotipi e falsità dividendo le persone, mettendo il povero contro il poverissimo, il penultimo contro l’ultimo, impedendo così il sorgere di quel sentimento di solidarietà di classe che sarebbe propedeutico a una riscossa dei popoli contro la prepotenza del capitale.

Temo quindi che la situazione americana attuale sia indicativa di quel che avremo qui, in Italia, tra qualche anno. I diritti del lavoro sono già stati distrutti e svuotati di senso, il precariato impera, le liberalizzazioni sono in corso. Nel frattempo il sistema giudiziario si adatta sempre più alla nuova idea di società, alla repressione dell’ultimo, alla sua cacciata dalla vista del benestante. Per il momento, almeno, il sistema carcerario italiano resta pubblico, il che impedisce il sorgere di un sistema iperpunitivo a scopo di lucro. Non riteniamoci però al sicuro, perché la privatizzazione delle carceri è una possibilità. Mario Monti la propose nel 2012 con la solita (falsa) scusa della maggior efficienza del privato rispetto al pubblico. Non abbassiamo quindi la guardia.

Guai ai poveri. La faccia triste dell’America” è un libro interessante, ben scritto, di facile lettura. Consigliato caldamente.

Enrico Proserpio

[1] Elisabetta Grande, “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America”, edizioni Gruppo Abele, 2017, pagina 107.

[2] Elisabetta Grande, “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America”, edizioni Gruppo Abele, 2017, pagina 61.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *