Anarchia e prigioni, scritti sull’abolizione del carcere

La copertina del libro.

Il tema della sicurezza è sempre stato di gran moda tra quei politici che cercano facili consensi facendo leva sulle paure della gente. A detta di costoro il carcere sarebbe uno strumento utile e “civile” per tenere a bada i delinquenti e garantire la sicurezza, appunto, ai cittadini “per bene”. Ma siamo proprio sicuri che sia giusto privare della libertà degli esseri umani? E siamo sicuri che il carcere funzioni?

Su questi punti si discute da tempo. A tal proposito abbiamo già recensito il libro “Aboliamo le prigioni?” di Angela Davis che parla del moderno sistema carcerario americano. Oggi invece proponiamo un altro libro che raccoglie tre brevi trattati di autori vissuti a cavallo tra XIX e XX secolo: “Anarchia e prigioni, scritti sull’abolizione del carcere”, uscito per i tipi di Ortica Editrice Società Cooperativa.

I tre saggi affrontano alcuni dei punti cardine dell’idea di carcere e del sistema penitenziario, a partire dalla finalità da esso dichiarate. Secondo i sostenitori del sistema carcerario, esso servirebbe a due fondamentali finalità: la deterrenza e la rieducazione. Obiettivi che, però, non vengono raggiunti.

Secondo il pensiero dominante la paura di finire in galera farebbe trattenere le persone dal commettere reati. Se però si guardano i fatti ci si rende conto che non è così. Anzi, il carcere genera delinquenza. Su questo tema si concentra soprattutto Pëtr Alekseevič Kropotkin nel suo “Le prigioni e la loro influenza morale sui prigionieri”. L’autore fa notare come i crimini aumentino o diminuiscano indipendentemente dalla gravità della punizione inferta. Inoltre egli spiega chiaramente che proprio la prigione diviene scuola per criminali. Persone che erano solo delinquenti occasionali divengono criminali di professione grazie al carcere:

Un altro elemento significativo è costituito dal fatto che il reato per il quale si ritorna in prigione è sempre più grave del primo. Se un individuo, in precedenza, è stato in prigione per un piccolo furto, vi ritornerà per un colpo ben più audace; se, la prima volta, è stato in prigione per una violenza, è probabile che vi farà ritorno in qualità di omicida.[1]

E ciò avviene per la natura stessa del metodo punitivo del carcere:

[ … ] indipendentemente dai cambiamenti introdotti nel regime penitenziario, il problema dei recidivi non si riduce. Ciò è inevitabile: è necessario che sia così, perché la prigione annienta tutte le qualità che rendono un uomo adatto alla vita in società. Ne fa un individuo destinato inevitabilmente a tornare in prigione a terminare i suoi giorni in uno di quei sepolcri di pietra sui quali è inciso: “Casa di detenzione e correzione”.[2]

Si vede quindi come non solo la deterrenza del carcere sia inesistente, ma anche come esso sia fallimentare nel rieducare e reinserire la persona nella società.

Interessante è anche il discorso sui costi dei penitenziari, per ridurre i quali si mantengono i detenuti in condizioni pessime e si usa la peggior violenza per non farli ribellare.

Gli stessi concetti sono ribaditi anche da Emma Goldman con il trattato “Le prigioni. Un crimine sociale e un fallimento”, nel quale però punta il discorso più sulle cause della criminalità che su quanto avviene nel carcere. La delinquenza è originata dalla miseria e dall’ingiustizia sociale:

Edward Carpenter[3] stima che cinque sesti delle infrazioni passibili di pena sono reati contro la proprietà; ma la sua è una stima al ribasso. Un’indagine approfondita rivelerebbe che nove reati su dieci hanno come cause dirette o indirette le nostre diseguaglianze economiche e sociali, il nostro spietato sistema di rapina e sfruttamento.[4]

In questo sistema il carcere diventa lo strumento di repressione di quelle persone che non si adattano al sistema stesso o che, essendone vittime, non possono che delinquere per sopravvivere:

Un detenuto, dotato di una certa istruzione, disse al sig. Davitt: «Le leggi della società sono fatte allo scopo di garantire le ricchezze del mondo al potere e al calcolo, e, quindi, per privare la maggior parte degli esseri umani di diritti e opportunità. Perché mi puniscono per aver derubato dei loro averi, con gli stessi mezzi, coloro che hanno più di quanto non abbiano il diritto di avere?»[5]

Nella trattazione della Goldman troviamo anche un’idea che richiama al concetto di “diritto di furto” teorizzato da Charles Fourier; in un mondo dove pochi si arricchiscono ingiustamente, il crimine può diventare rivendicazione di dignità e di libertà:

Coloro ai quali è rimasto un minimo di dignità preferiscono disobbedire apertamente, dedicarsi al crimine piuttosto che ridursi alla fame in una degradante condizione di povertà.[6]

Come diceva Henry David Thoreau: quando la legge è ingiusta, l’unico luogo degno di un uomo per bene è la galera.

Aleksandr Berkman, invece nel suo saggio “Le prigioni e il crimine” punta invece l’attenzione sulla natura vendicativa del carcere. La società moderna ufficialmente aborre la vendetta come metodo di risoluzione delle contese e condanna chi la pratica, ma nella sua ipocrisia non l’ha abbandonata, ma solo istituzionalizzata:

Il progresso sociale, tuttavia, tende a contenere ed eliminare la consuetudine della vendetta diretta e personale. Nelle cosiddette società civili, l’individuo, in genere, non vendica personalmente i torti subiti. Delega i suoi “diritti” in tal senso allo Stato, al governo, il quale, tra i suoi “doveri”, ha appunto quello di vendicare i torti subiti dai cittadini attraverso la punizione dei colpevoli. È evidente, allora, che la pena, in quanto istituzione sociale, è solo un’altra forma di vendetta, in cui lo Stato è il solo vendicatore legittimo della collettività: si tratta sempre e chiaramente dello stesso spirito barbaro sotto altre spoglie.[7]

Ma questo spostamento di piano avviene anche da parte del criminale stesso: il delinquente che viene punito dallo stato ritiene colpevole la società intera per i suoi mali. L’odio che nelle società primitive contrapponeva solo poche persone, ora diviene generale, sistemico. E genera, ovviamente, nuovo crimine.

Interessante anche l’accenno (non sviluppato) alla questione del “libero arbitrio”, concetto basilare nell’idea punitiva. La pena ha senso, infatti, solo se il delitto è una scelta deliberata di chi lo compie. L’autore lascia intendere di non ritenere che la delinquenza derivi veramente dal libero arbitrio. Un uomo che ruba per fame lo fa davvero per scelta? O piuttosto lo fa per necessità? E possiamo davvero definire “giusta” una pena che colpisce le vittime della necessità o del degrado culturale e civile?

Berkman fa anche notare come la gravità delle diverse pene non dipenda dalla gravità oggettiva del reato, ma dalla percezione che l’opinione pubblica ha del reato stesso:

Il “criminale” non viene punito per il reato commesso in quanto tale, ma per come la società percepisce la natura, le circostanze e la tipologia del reato; in altre parole, l’essenza della pena è calcolata in modo da soddisfare l’intensità dello spirito di vendetta del luogo, stimolato da quel particolare reato.[8]

Una considerazione non banale, soprattutto in una società mediatica come quella odierna, nella quale chi sta al potere ha una capacità immensa di influenzare la percezione della realtà della gente. Ricordiamo quanto detto nella recensione del libro “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America” di Elisabetta Grande sulla criminalizzazione della povertà attraverso la costruzione di un immaginario che vede nel povero il nemico pubblico e che identifica povertà e criminalità.

Anarchia e prigioni, scritti sull’abolizione del carcere” è un libro da leggere. Gli scritti dei tre autori sono ancora largamente attuali, nonostante l’età. Anzi, lo sono sempre più. Se, infatti, nella seconda metà del XX secolo si erano fatti passi avanti sul fronte della depenalizzazione e delle soluzioni alternative del carcere, negli ultimi anni si stanno facendo passi indietro per colpa di una politica becera che sempre più preferisce l’ignoranza, l’emotività e la violenza alla cultura, alla ragione e all’umanità.

Concludo con l’unica soluzione al problema delle galere, così come espressa da Kropotkin:

Un’unica risposta è possibile alla domanda: «Che cosa possiamo fare per perfezionare il sistema penale?». Niente. È impossibile perfezionare una prigione. Con l’eccezione di pochi trascurabili cambiamenti, non vi è assolutamente altro da fare che distruggerla.[9]

Enrico Proserpio

[1] Pëtr Alekseevič Kropotkin, “Le prigionie la loro influenza morale sui prigionieri”, pubblicato all’interno di “Anarchia e prigioni”, Ortica Editrice Società Cooperativa, 2014, pagine 16 – 17.

[2] Pëtr Alekseevič Kropotkin, “Le prigionie la loro influenza morale sui prigionieri”, pubblicato all’interno di “Anarchia e prigioni”, Ortica Editrice Società Cooperativa, 2014, pagine 17 – 18.

[3] Edward Carpenter fu uno scrittore inglese socialista.

[4] Emma Goldman, “Le prigioni. Un crimine sociale e un fallimento”, pubblicato all’interno di “Anarchia e prigioni”, Ortica Editrice Società Cooperativa, 2014, pagina 52.

[5] Emma Goldman, “Le prigioni. Un crimine sociale e un fallimento”, pubblicato all’interno di “Anarchia e prigioni”, Ortica Editrice Società Cooperativa, 2014, pagina 53.

[6] Emma Goldman, “Le prigioni. Un crimine sociale e un fallimento”, pubblicato all’interno di “Anarchia e prigioni”, Ortica Editrice Società Cooperativa, 2014, pagina 52.

[7] Alexander Berkman, “Le prigioni e il crimine”, pubblicato all’interno di “Anarchia e prigioni”, Ortica Editrice Società Cooperativa, 2014, pagine 70 – 71.

[8] Alexander Berkman, “Le prigioni e il crimine”, pubblicato all’interno di “Anarchia e prigioni”, Ortica Editrice Società Cooperativa, 2014, pagina 71.

[9] Pëtr Alekseevič Kropotkin, “Le prigionie la loro influenza morale sui prigionieri”, pubblicato all’interno di “Anarchia e prigioni”, Ortica Editrice Società Cooperativa, 2014, pagina 18.

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