Da Marx a Palomba. Pensieri a confronto

Tra gli economisti del ‘900 ce n’è uno sicuramente misconosciuto e sottovalutato: Giuseppe Palomba. Di lui abbiamo parlato già in passato,

La copertina del libro.

recensendo il libro “L’economista Giuseppe Palomba” di Antonio Dentice d’Accadia. Torniamo a occuparcene con un altro testo dello stesso autore: “Da Marx a Palomba. Pensieri a confronto”.

Giuseppe Palomba (San Nicola la Strada, 9 maggio 1908 – Napoli, 30 gennaio 1986) è senza dubbio un pensatore originale, a partire dalla trasversalità del suo pensiero che spazia in diversi ambiti e coniuga economia, filosofia, spiritualità, scienza. Allievo della scuola di Vilfredo Pareto, se ne distanzia e la rielabora, prendendo elementi anche dal marxismo, e cerca un nuovo approccio alle tematiche sociali ed economiche.

Dentice d’Accadia affronta, in quest’opera, proprio il rapporto tra le idee del teorico tedesco e quelle dell’economista casertano. Vediamo alcuni punti.

Palomba riconosce a Marx la validità dell’idea di plusvalore e la approfondisce e specifica con ulteriori analisi, individuando diversi tipi di plusvalore e diverse dinamiche. Per Marx esso deriva, infatti, dallo sfruttamento della classe dominante su quella dominata (rispettivamente borghesia e proletariato nella società capitalista). Per Palomba la faccenda è, invece, più complicata:

Lo scienziato casertano specifica che il plusvalore non è conseguito necessariamente da una classe ai danni dell’altra, ma può esistere anche all’interno della stessa classe imprenditrice e nei vari sistemi locali di riferimento (le unità aziendali). Ciò comporta maggiori variabili: 1) esiste il plusvalore ai danni del lavoratore; 2) può esistere una forma di “plusvalore occulto” all’interno dei settori della stessa attività imprenditoriale; 3) esiste un “plusvalore occulto” nel rapporto tra piccole e grandi imprese, tra paesi sviluppati e sottosviluppati; 4) esiste una “differenza percettiva” (fenomeno della multistabilità della percezione) in cui “l’orologio dell’imprenditore scorre diversamente dall’orologio del lavoratore”, anche a causa di obblighi intersettoriali e internazionali (fatto già ampiamente presente nel marxismo e nello stesso Marx).[1]

E tale meccanismo economico è spinto da forze più complesse e più nascoste rispetto alla semplice avidità della classe dominante e alla competizione tra le classi. Palomba individua nel corso della storia e nei meccanismi economici una componente di tipo spirituale che in Marx viene negata. Per il filosofo tedesco la religione è l’”oppio dei popoli”, uno strumento che il potere utilizza per il controllo delle masse. Palomba invece affronta il tema in modo completamente diverso. Profondo conoscitore della spiritualità occidentale e non solo, egli distingue tra spiritualità e religione. La prima è il rapporto dell’uomo con il trascendente, mentre la seconda è la forma storica, materiale e istituzionalizzata di tale rapporto e ne rappresenta una formalizzazione. Diventa quindi di fondamentale importanza la dimensione metafisica:

Il paradigma fondamentale palombiano è distillabile già dagli anni Quaranta nella formula: la dimensione economica è un modo di essere della politica e la politica è un modo di essere della metafisica. Quindi la spiritualità diventa la fonte d’ogni struttura sociale.[2]

È necessario quindi un ragionamento profondo su quale spiritualità sia da considerarsi “buona”. Non tutte le possibili vie sono parimenti valide e costruttive:

Ad esempio una spiritualità degenerata può produrre realtà settarie. La religiosità distorta e corrotta produce distorsioni clericali (come il fanatismo, il bigottismo e la speculazione), mentre un rapporto equilibrato col trascendente si traduce in equilibrata religiosità. Quindi occorre partire dal presupposto della differenza tra metafisica (il diretto rapporto col sacro) e religione (l’istituzione derivante).

In Palomba l’etica è una modalità, “un modo di essere” della metafisica. Il trascendente produce un principio etico che traslando nei vari livelli si offre come “etica politica” ed “etica economica”. Ciò significa che l’economia in quanto tale non può realmente produrre da sé un principio regolatore equilibrato.[3]

Una considerazione che, diciamo noi, trova sicuri appigli nella società odierna che vede le ingiustizie e la povertà aumentare per colpa di politiche fatte in nome della “centralità dell’economia”. L’economia, come sosteneva il Palomba, è lo strumento, non lo scopo, e va rimessa al suo posto perché possa creare le condizioni di una società giusta.

Dell’attuale sistema (quello capitalista) anche lo studioso campano prevedeva la fine come Marx. Molto diverse però sono le soluzioni al problema. Palomba critica profondamente l’idea della rivoluzione:

Per Palomba esiste un bivio dell’evoluzione storica. La rivoluzione o la via pacifica. La prima è immediata, ma è anche il sentiero peggiore, perché comporta un “impantanarsi” di tutti i sistemi, un rallentamento di tutti i processi e la necessità di un successivo ripristino che probabilmente ricondurrà alla scelta tra rivoluzione e via pacifica.

In tale visione la rivoluzione conduce al circolo vizioso di dittatura e sconquassamento anarchico.

[ … ] Ogni rivoluzione ha creato una nuova classe di potere che ha continuato (sotto differente veste e principi) la stessa logica (se non peggiore, a causa dell’ulteriore impoverimento della società) della classe precedente.[4]

La rivoluzione può essere utile, come minaccia, come deterrente nel dialogo politico (cosa che si deduce dagli scritti del Palomba, anche se non lo dice chiaramente). Ma la sua realizzazione è qualcosa di negativo e di terribile. In tal senso l’economista critica tutte le dittature (di qualunque colore) e ne sottolinea la fallacia nel creare una società egalitaria e giusta. La sostituzione di un’élite con un’altra non risolve il problema, ma ricrea le stesse dinamiche. È dunque la via pacifica che va seguita. Una via più lenta, ma che sola può dare il risultato agognato dell’estinzione delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali.

Interessante è anche il discorso sull’ideologia, intesa come la degenerazione fanatica, dogmatica e ottusa degli ideali, resa pericolosa dalla sua semplicità di diffusione (grazie all’emotività che va a toccare) e dall’uso demagogico che ne fa il potere:

Per Palomba le ideologie non sono il vero pensiero dell’uomo, bensì la ripartizione più “bassa”, grossolana e immediata. È il ragionamento di “pancia” e il confonderlo col ragionamento razionale (con tutti i limiti della razionalità!). Il legame tra l’infiammabilità ideologica e l’intenzione demagogica è strettissimo. Senza lo schema (magari semplicemente culturale) ci si sente persi, ci si sente appartenere al nulla. È questa la difficoltà del disancoraggio che arriva a toccare anche punti molto critici ed esasperanti, come l’incoscienza (o la corruzione morale) di un cittadino europeo che inneggia alla Corea del Nord, o ai gruppi jyhadisti, incurante del fatto che in tali contesti la propria libertà di pensiero (e non solo) verrebbe completamente annichilita.[5]

Un problema grave soprattutto oggi. Quante volte sentiamo esaltare il tal dittatore o tal altro, spesso in modo del tutto ignorante della realtà dei fatti? Su ciò dovrebbe, a nostro parere, riflettere soprattutto la sinistra anticapitalista (comunista e non solo) per evitare il ripetersi degli errori del passato e divenire una forte e reale speranza per il futuro. È necessaria un’auto-critica alla luce degli ideali e dei valori etici (i valori metafisici di cui parla Palomba), riconoscendo le aberrazioni e gli errori delle esperienze storiche e, al contempo, i loro punti positivi, per farne tesoro e ripartire in modo più forte.

Il pensiero palombiano andrebbe riscoperto nella sua complessità da tutti, poiché a tutti (comunisti, liberali, conservatori…) può dare sicuri e stimolanti spunti di riflessione. Proprio questa trasversalità è stata la causa dell’abbandono delle sue opere e della poca notorietà raggiunta. Il suo pensiero era definito conservatore dai rivoluzionari e rivoluzionario dai conservatori, non trovando un “luogo ideologico” in cui incastrarsi comodamente. In un’Italia fortemente ideologizzata come quella in cui visse e operò il Palomba, la sua opera non poteva avere grande successo. Inoltre i suoi tanti e frequenti riferimenti a discipline così varie (dall’esoterismo alla fisica) rendeva difficoltosi i suoi testi per chi avesse una cultura settoriale, strettamente economica.

Speriamo ora che grazie alla riscoperta che ne sta facendo Antonio Dentice d’Accadia (che abbiamo il piacere di conoscere personalmente) possa avere una fortuna postuma.

Da Marx a Palomba. Pensieri a confronto” è un libro di facile lettura, anche se pregno di contenuti, scritto, per altro, in bello stile. L’autore riesce nell’impresa di coniugare chiarezza espositiva e linguaggio colto e raffinato. Decisamente consigliato.

Enrico Proserpio

 

 

[1] Antonio Dentice d’Accadia, “Da Marx a Palomba. Pensieri a confronto”, Bonanno editore, 2017, pagina 33.

[2] Antonio Dentice d’Accadia, “Da Marx a Palomba. Pensieri a confronto”, Bonanno editore, 2017, pagina 52.

[3] Antonio Dentice d’Accadia, “Da Marx a Palomba. Pensieri a confronto”, Bonanno editore, 2017, pagina 53.

[4] Antonio Dentice d’Accadia, “Da Marx a Palomba. Pensieri a confronto”, Bonanno editore, 2017, pagine 57 – 58.

[5] Antonio Dentice d’Accadia, “Da Marx a Palomba. Pensieri a confronto”, Bonanno editore, 2017, pagina 68.

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