Star Trek: Discovery, luci ed ombre

La locandina della serie.

In questi giorni stanno uscendo gli episodi della prima stagione della serie “Star Trek: Discovery”, ultima nata dal filone iniziato con la “Serie Classica” (quella col Capitano Kirk e il Signor Spock, per intenderci). Dopo il successo di quella prima serie, creata dalla fantasia di Gene Roddenberry (1921 – 1991), di serie ne sono state fatte diverse.

“Star Trek: Discovery” è l’ultima in ordine di tempo, ancora in via di realizzazione, e presenta pregi e difetti. Cominciamo dunque dalle critiche.

Le vicende della nave Discovery non si svolgono durante un viaggio di esplorazione, ma durante una guerra. Questo fatto, tutt’altro che secondario, viola in certo qual modo la filosofia che sta dietro al mondo di Star Trek, una filosofia tendenzialmente non-violenta, che mostra i protagonisti intenti a risolvere le questioni in modo diplomatico o comunque usando la violenza il meno possibile e solo quando strettamente necessario. Il Capitano Gabriel Lorca, interpretato da Jason Isaacs, ha un carattere molto diverso dai suoi predecessori e sembra essere più facile all’infrazione delle regole e all’uso della violenza. Anche l’atmosfera che si respira durante la visione è più pessimista, più “noir” di quella delle serie precedenti.

Altro punto critico è la presenza di alcuni elementi narrativi che contraddicono la storia fino a ora narrata. Qualcuno ha notato, per esempio, la scelta di divise non in linea con il “look” tipico di Star Trek. La serie è ambientata dieci anni prima di quella classica, eppure le divise sono completamente diverse. La cosa che però è, a mio parere, più incoerente, è la capacità del motore della nave di compiere salti nello spazio in modo quasi istantaneo. L’intera serie “Star Trek: Voyager” (trasmessa tra il 1995 e il 2001) è in contrasto con questo elemento. In quella serie la nave Voyager veniva trasportata da un alieno con tecnologia estremamente più avanzata, nel quadrante delta, una zona della galassia talmente lontana da richiedere settanta anni di viaggio a massima velocità per il ritorno. Tutta la serie, quindi, (che narra le avventure del viaggio di ritorno) non ha senso se si postula che quasi un secolo prima la Discovery era fornita di un motore in grado di saltare da un quadrante all’altro in modo istantaneo.

Infine, non si capisce perché i Klingon siano stati rappresentati in modo così differente rispetto alle serie precedenti. Posso capire la modifica fatta al

I Klingon della serie “Star Trek: Discovery”.

loro aspetto dopo la prima serie. In quella essi compaiono semplicemente come umani di carnagione olivastra e dotati di baffi. La prima serie fu fatta al risparmio, poiché i produttori non avevano grandi speranze sul suo successo. Già dagli anni ’80, però, i Klingon compaiono con i capelli lunghi e le ormai celebri creste ossee sulla fronte. Nella serie attuale le creste aumentano, il naso diviene più “importante”, la testa più grossa e i capelli scompaiono. Devo dire che il nuovo aspetto fa la sua porca figura, ma immagino che gli amanti della correttezza filologica non saranno entusiasti.

Lasciamo ora le critiche per venire a quelli che sono i punti di forza.

Abbiamo citato il motore della Discovery: anche se non si incastra nella narrazione delle altre serie, va ammesso che un motore basato sulla biologia è notevole. L’idea di un enorme fungo, che con le sue ife percorre tutto l’universo, perfino nel sub-spazio, trasformandolo in una sorta di essere vivente ha un che di poetico e potrebbe portare a sviluppi interessanti. Vedremo se gli autori sapranno sfruttarla a dovere.

La cosa più interessante è però la connessione della storia con la realtà attuale e con le problematiche politiche che ci troviamo oggi ad affrontare. Forse anche l’atmosfera più cupa rispetto alle serie passate deriva dallo spirito dei nostri tempi, sicuramente più pessimista verso il futuro in paragone ai decenni passati.

Il bacio tra il Capitano Kirk e il Tenente Uhura nella Serie Classica.

Star Trek non è nuovo a simili cose. Nella prima serie si vedeva una Enterprise multietnica, con un asiatico, un russo e una donna nera in plancia, in un’epoca (era la fine degli anni ’60) profondamente maschilista e razzista, un’epoca in cui i neri americani lottavano per i loro diritti. Fu proprio in quella serie che si vide il primo bacio interraziale della storia della TV americana, un bacio tra il Capitano Kirk (interpretato da William Shatner) e il Tenente Uhura (interpretata da Nichelle Nichols).

In “Star Trek: Discovery” si affronta lo scontro tra la visione libertaria e multietnica della società (rappresentata dalla Federazione dei Pianeti Uniti) e l’identitarismo (rappresentato dai Klingon). Tra i Klingon si diffonde una dottrina basata su una sorta di mitologia della razza, che vede il contatto con la Federazione come un pericolo perché potrebbe renderli “impuri”, far loro perdere l’identità culturale e razziale. Lo stesso slogan “restiamo Klingon” che essi ripetono indica chiaramente la filosofia che sta sotto il loro odio per il “nemico”. Il parallelismo con certi movimenti fanatici che vorrebbero chiudere le frontiere e cacciare chiunque sia percepito come “diverso” è più che evidente. Lo scontro tra le due visioni è rimarcato anche all’interno della stessa Federazione, e in particolare tra i Vulcaniani. Vediamo infatti Sarek (il padre del celeberrimo Spock), interpretato da James Frain, battersi per l’inclusione, educando su Vulcano una bambina umana da lui adottata (che è una delle protagoniste) per dimostrare che gli Umani possono raggiungere gli stessi livelli e risultati dei Vulcaniani. Al contempo vediamo una società Vulcaniana chiusa nella sua presunzione di superiorità e restia al confronto. Anche qui, vedremo come sapranno sviluppare la tematica.

Interessante il personaggio della ragazza cresciuta su Vulcano, interpretata dall’attrice Sonequa Martin-Green. In lei lo scontro tra emotività e logica

Il vulcaniano Sarek, interpretato da James Frain.

(già visto nei personaggi di Spock nella “Serie Classica” e di Tuvok in “Star Trek: Voyager”) diventa più importante, fino a far confondere le ragioni dei suoi gesti, perfino dei più violenti. Nelle situazioni estreme che Michael Burnham, il personaggio in questione, deve affrontare è difficile, se non impossibile, comprendere quali reazioni siano frutto della logica vulcaniana e quali dell’umana emotività. Particolare anche la scelta di dare un nome maschile (Michael) a un personaggio femminile. Fatto che ci introduce alla componente lgbt della serie. Sulla Discovery è presente una coppia gay. La cosa è, almeno per ora, solo accennata e i personaggi in questione (vi lascio la sorpresa su chi siano) non sono per nulla stereotipati. Anche qui ci sono dei precedenti. Nella serie “Star Trek: The Next Generation” la tematica viene affrontata nell’episodio “Il diritto di essere” (titolo originale “The Outcast”), attraverso un escamotage narrativo. In quell’episodio l’equipaggio dell’Enterprise del Capitano Jean-Luc Picard aveva a che fare con una specie aliena, i J’naii, asessuata dove alcuni individui che “si sentivano maschio” o “si sentivano femmina” venivano discriminati e costretti a subire delle “terapie riparative”. Da allora (erano i primi anni ’90) di acqua ne è passata sotto i ponti e per parlare di persone lgbt non sono più necessari escamotage narrativi.

Concludendo, “Star Trek: Discovery” è una serie ben fatta, pur con le riserve espresse, e da vedere. Un encomio particolare va alla spettacolarità delle immagini, ben diversa da quella delle serie precedenti (anche in questo si nota il passaggio degli anni, con relativo progresso tecnologico). Consigliata.

Enrico Proserpio

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