Come potremmo vivere

William Morris, autore del libro.

Abbiamo già parlato, in più occasioni, della teoria della decrescita felice. Oggi vorrei presentarvi un testo poco conosciuto, risalente al XIX secolo, che in diversi punti già preannuncia tale teoria: “Come potremmo vivere” di William Morris.

L’autore, artista e filosofo socialista, esprime in quest’opera un pensiero di grande attualità in diversi punti. Pur collegandosi, nell’approccio, al socialismo utopico, egli non si spinge a descrivere nei dettagli una società ideale, come avevano fatto altri autori (ricordiamo Charles Fourier, del quale abbiamo recensito “La seduzione composta”), ma pone alcune basi ideologiche, alcuni valori, su cui una società giusta dovrebbe basarsi. Più che fare una vera e propria recensione, quindi, preferisco porre l’attenzione su alcuni punti del pensiero di Morris, lasciando al lettore la curiosità e il piacere di scoprirne l’interezza.

Partiamo con un concetto centrale nell’impianto filosofico del libro: la non-violenza. Per il filosofo inglese il capitalismo è un sistema violento poiché si basa sulla guerra di tutti contro tutti (chiamata “concorrenza”) e sullo sfruttamento. L’idea stessa di concorrenza, tanto cara ai pensatori capitalisti, non è, per Morris, che una forma di guerra:

In primo luogo, rendetevi conto che l’attuale sistema sociale è basato su uno stato di guerra permanente. Qualcuno qui pensa che le cose dovrebbero andare così? Vi è stato spesso detto che la concorrenza, che oggi regola tutta la produzione, è un bene e stimola il progresso umano; ma, se vuole essere onesta, la gente che ve lo dice dovrebbe chiamare la concorrenza con il suo vero nome: guerra. E allora considerate se la guerra sproni il progresso più di quanto non vi sproni un toro infuriato che vi insegue nel vostro giardino. La guerra, o la concorrenza, se preferite chiamarla così, significa nel migliore dei casi perseguire il proprio vantaggio a spese di qualcun altro, senza risparmiare dalla distruzione neppure i vostri stessi beni.[1]

Ovviamente se la concorrenza è una forma di guerra, non può che esserlo anche l’ambito economico dove la concorrenza si fa maggiormente feroce:

Tutto questo lo capite perfettamente quando parlate di quel tipo di guerra nella quale gli uomini uccidono o sono uccisi, o quel tipo di guerra nella quale gli uomini uccidono o sono uccisi, o quel tipo di guerra per il quale si commissionano navi allo scopo di “affondare, bruciare e distruggere”. Ma sembra che non siate altrettanto consapevoli dello spreco di ricchezze che si ha combattendo l’altra guerra, quella chiamata commercio.[2]

E la guerra commerciale non fa meno vittime, visto che in nome del commercio e dei mercati si fanno guerre, si riducono persone in miseria, si depredano popoli e stati. Il capitalismo, insomma, ha una natura violenta, oppressiva, che va eliminata se vogliamo costruire un mondo migliore e autenticamente socialista.

Per farlo bisogna fare anche un’altra considerazione, ovvero comprendere gli scopi del sistema economico. Se ascoltate i discorsi degli economisti vi

La copertina del libro.

sentirete dire che le varie attività economiche servono a soddisfare i bisogni. Eppure uno sguardo più attento e oggettivo non può che smontare questa dichiarazione. Molti dei “bisogni” che oggi i mercati cercano di soddisfare sono indotti dal mercato stesso e non sono veri bisogni, ma, spesso, lussi o capricci inutili. Inoltre vediamo ogni giorno persone i cui bisogni primari (cibo, vestiti, un luogo dove stare…) non sono soddisfatti e sono, anzi, sacrificati nel nome del “mercato”. Una contraddizione che già notava Morris e che si spiega solo svelando il vero scopo del sistema capitalista: l’accumulo di capitale. Per accumulare capitale e mantenere una vita di lussi e privilegi a pochi ricchi non si esita a fare guerre, depredare popoli e schiavizzare i lavoratori. Anche oggi, pur non lavorando più nelle condizioni del XIX secolo (grazie, ricordiamolo, alle battaglie degli anticapitalisti) i lavoratori sono costretti a passare la gran parte del loro tempo a produrre cose inutili con il solo scopo di garantire l’accumulo di capitale. In questi anni, poi, anche le conquiste fatte nel secolo scorso vengono via via erose, riportandoci sempre più alla situazione che Morris conosceva. Anche per questo il suo pensiero è più che attuale e più che utile per cercare di rompere il pensiero unico del capitalismo liberista che ormai spadroneggia. Un punto che oggi risuona quasi profetico è quello riguardo alla guerra tra poveri, indotto dai mercati, che genera odio. I mercati, con le loro leggi egoiste, inducono i consumatori a comprare le merci meno costose, uniche merci che spesso il consumatore può permettersi:

Un’altra cosa bisogna capire: i consumatori sono completamente indifesi contro lo speculatore; sono spinti dal basso costo a comperare le merci e il tipo di vita che quell’energico, aggressivo basso costo decide per loro.[3]

Queste merci sono prodotte altrove, in paesi conquistati con la forza degli eserciti o del capitale, a cui viene imposto il sistema economico capitalista. Paesi nei quali è possibile un maggior sfruttamento:

Così, il lavoratore asiatico, se non muore subito di fame, come spessissimo accade, è trascinato in una fabbrica a un salario più basso di quello del suo fratello di Manchester, senza che gli rimanga nulla del suo modo di essere, a parte l’accumulo di odio e paura nei confronti di quel persecutore per lui indefinibile che è il suo padrone inglese.[4]

Ovviamente questa delocalizzazione della produzione, che aumenta i guadagni del capitalista, provoca licenziamenti e povertà nei paesi dove i salari sono più alti (come l’Inghilterra dei tempi di Morris, o l’Italia di oggi). Nasce così un senso di rabbia tra i lavoratori, che li porta a odiarsi. L’operaio inglese odia l’asiatico perché gli “ruba il lavoro” mentre quello asiatico odia l’inglese che identifica come un membro del popolo che lo opprime. L’unico a guadagnare da questo clima d’odio è il capitale, che da una parte sfrutta il “divide et impera” per controllare i popoli e, dall’altra, sfrutta i disoccupati come “esercito di riserva”:

Sapete bene cosa accade a questi uomini: la porta della fabbrica viene loro sbattuta in faccia; nel migliore dei casi, entrano a far parte dell’esercito di riserva del lavoro, dal quale si attinge con tanta facilità quando la domanda cresce.[5]

Esercito di riserva di disoccupati che è funzionale agli interessi dei mercati:

[ … ] se i nostri industriali non avessero questi poveri diavoli da trascinare alle loro macchine in tempi di alta domanda, altri industriali in Francia, in Germania o in America si farebbero avanti per accaparrarsi il mercato.

Ed ecco come, al giorno d’oggi, è necessario che tanti lavoratori dell’industria siano esposti al rischio di un’indigenza periodica: e questo, non a beneficio di popoli che vivono in altre parti del mondo, ma per umiliarli e ridurli a una condizione di duttile schiavitù.[6]

Considerazioni che ben descrivono il tema della disoccupazione e i fenomeni migratori degli ultimi anni. L’unico modo serio e sensato di affrontare le migrazioni dei nostri tempi è il superamento delle logiche capitaliste che portano allo sfruttamento e alla rapina di “casa loro”. Ogni altra politica è solo inutile violenza che aumenta l’odio e l’oppressione.

I punti da toccare sarebbero ancora molti (dall’importanza dell’arte al meccanismo della domanda e dell’offerta), ma per brevità mi limiterò a un paio di considerazioni su come risolvere i problemi sollevati.

Morris pone l’accento sulla necessità di prendere coscienza della realtà. Solo se cosciente del sistema di oppressione e dei suoi meccanismi il lavoratore, e l’uomo in generale, potrà ribellarsi e cambiare le cose. Una cosa particolarmente vera oggi, visto che il capitalismo è riuscito a imporre il suo pensiero unico, facendo credere che non ci sia alternativa o che, addirittura, sia un sistema buono e giusto. Su questo le parole di Morris sembrano scritte oggi:

Tutto cambierà quando i lavoratori si toglieranno dalla testa l’idea di essere mere appendici del processo di accumulazione del profitto; che più alti sono i profitti più crescono gli impieghi ad alto salario; e che di conseguenza l’incredibile sporco, il disordine e il degrado della moderna civiltà sono segni della loro prosperità. Al contrario, sono i segni della loro schiavitù.[7]

I lavoratori allora:

[ … ] rivendicheranno per ogni uomo e per ogni famiglia un alloggio adeguato, chiederanno che ogni bambino possa giocare in un giardino vicino alla casa dei suoi genitori; che le loro abitazioni, per la loro evidente decenza e qualità, ornino e non deturpino il volto della Natura.[8]

Per realizzare il nuovo mondo sarà, ovviamente, necessaria una rivoluzione. Anche qui, però, il Morris dimostra originalità e profondità di pensiero. Egli, coerentemente con la sua ideologia non-violenta, rifiuta la rivolta armata e cruenta e sostiene invece la necessità di una rivoluzione non-violenta e pacifica. In questo il suo pensiero si allontana da quello di molti anticapitalisti (socialisti, comunisti, anarchici…) della sua epoca (e anche di oggi), che vedevano nella rivolta violenta l’unico modo di rovesciare il sistema capitalista. Morris non condivide questo punto di vista e usa il termine “rivoluzione” in modo più ampio, includendo ogni forma di cambiamento radicale, che sia ottenuto con metodi violenti o meno. Non si confonda, però, la posizione dell’autore inglese con quella riformista, dalla quale egli è molto lontano. Morris spiega bene e chiaramente la differenza tra “riforma” e “rivoluzione”:

La parola rivoluzione, che noi socialisti siamo così spesso costretti ad adoperare, suona in modo sinistro alle orecchie della maggior parte delle persone. Eppure noi ci sforziamo di spiegare che essa non comporta necessariamente un cambiamento all’insegna di disordini e ogni genere di violenza, né un cambiamento operato meccanicamente contro la pubblica opinione da un gruppo di uomini che in qualche modo si sono impadroniti dell’esecutivo. Ma anche quando chiariamo che la parola viene usata nel suo senso etimologico, quello di un cambiamento nelle basi della società, la gente teme l’enormità delle sue conseguenze, e ci supplica di usare il termine riforma e non rivoluzione. Quello che noi socialisti intendiamo con la parola rivoluzione, però, è ben diverso da ciò che queste degne persone auspicano parlando di riforma.[9]

La rivoluzione insomma è un cambiamento totale, radicale della società, laddove la riforma è solo un cambiamento piccolo, che non mette realmente in dubbio il paradigma di base. Quel che va fatto è, quindi, un lavoro non-violento per rendere coscienti i popoli del loro stato di oppressione, in modo da distruggere il capitalismo fin nelle sue basi più profonde e nascoste nelle coscienze degli individui. Un lavoro impegnativo, lungo, ma anche l’unico che possa realmente cambiare le cose, poiché la violenza impone le cose solo in modo superficiale, senza riuscire a penetrare realmente fin nel profondo. Il fallimento dei vari totalitarismi, che cercarono di cambiare l’umanità con metodi impositivi, calati dall’alto, dimostra che Morris aveva visto giusto.

Vi lascio con un’ultima citazione, una frase che mi ha colpito per la chiarezza con cui delinea lo scopo di ogni vero anticapitalista, consigliandovi caldamente la lettura del libro:

Ispirare speranza ai molti oppressi e paura ai pochi oppressori: questo è il nostro compito. Se riusciremo a dare speranza ai molti, i pochi finiranno per temere quella speranza. Noi però non vogliamo questo; non vogliamo vendetta per i poveri, ma felicità.[10]

Come potremmo vivere”, nella sua edizione delle Endemunde Edizioni, è corredato anche da una pregevole introduzione di Serge Latouche, uno dei massimi esponenti della teoria della decrescita felice.

Enrico Proserpio

[1] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagina 36. Corsivo nel testo originale.

[2] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagina 36. Corsivo nel testo originale.

[3] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagina 40.

[4] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagine 40 – 41.

[5] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagina 41.

[6] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagina 42. Corsivo nel testo originale.

[7] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagina 59.

[8] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagina 59.

[9] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagina 33. Corsivo nel testo originale.

[10] William Morris, Come potremmo vivere, Endemunde Edizioni, 2013, pagina 34.

3 pensieri riguardo “Come potremmo vivere

  • Marzo 15, 2018 in 12:12 pm
    Permalink

    Non ho capito in pratica qual è l’alternativa proposta al capitalismo. È questa: “Ispirare speranza ai molti oppressi e paura ai pochi oppressori: questo è il nostro compito.” ?
    Grazie e buona giornata.

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    • Marzo 16, 2018 in 11:58 am
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      Ovviamente il libro è più articolato e argomenta i temi molto meglio di questa recensione. L’alternativa al capitalismo è quella del socialismo, inteso come sistema basato sulla cooperazione, sui beni comuni, sulla condivisione del lavoro e dei prodotti.

      Risposta
  • Marzo 17, 2018 in 5:41 pm
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    Un socialismo forse non nel senso letterale perché se tutti sono uguali tu decoratore non vendi i tuoi prodotti di alta qualità ai ricchi.
    Un paradosso che esiste, produco beni di lusso, ma sono socialista. Come risolve tale nodo William Morris?

    Ps: Sì, non leggerò il libro libro se le premesse non sono valide. Inteso che comunque cerco anch’io un modello alternativo al turbo capitalismo.. 🙂

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