Gli illuminati nella società umana

Tra i grandi pensatori cristiani del XVIII secolo si può annoverare senza dubbio Louis Claude de Saint-Martin. Tra le sue opere più famose possiamo citare “L’uomo di desiderio” o “Ecce homo”. Pochi però conosceranno, probabilmente, “Gli illuminati nella società umana”, opera “minore” del Filosofo Incognito (così era conosciuto l’autore) riguardante la società e le sue istituzioni.

Il periodo in cui visse l’autore fu uno dei più turbolenti sul fronte politico per la Francia e per l’Europa. Il Saint Martin fu testimone, infatti, della rivoluzione francese e attento osservatore dei fatti e delle idee a essa legati.

La copertina del libro.

Nel suo breve trattato egli affronta un tema fondamentale: il principio base che regge ogni umana associazione. Partendo in gran parte dalla critica alle tesi sul “contratto sociale” di Jean Jacques Rousseau, egli dimostra che alla base di tutto c’è quel principio divino da cui l’Uomo si è distaccato e cui deve tendere nella sua vita, allo scopo di reintegrarsi con Lui e in Lui. Il contratto sociale così come Rousseau l’intende non può, per il Filosofo Incognito, sussistere. Esso infatti manca della forza vitale che solo il ricordo della Grazia perduta può infondere. È assurdo pensare che la società sia nata da uomini selvaggi e animaleschi, solitari nelle loro abitudini di vita e soggetti a ogni legge della natura, allo scopo di avere maggiori vantaggi pratici rinunciando a parte della propria libertà. Un simile pensiero è puramente astratto, privo di fondamento nella realtà. Inoltre è lo spirito a guidare l’uomo verso il progresso sociale e verso il bene e non certo l’utilità materiale. E l’approccio materialista di molti suoi contemporanei è aspramente criticato e visto come frutto della degenerazione dell’essere umano dal suo stato naturale di uomo-spirito:

Senza preoccuparsi di sapere se l’uomo sonnecchia o meno in un abisso, essi hanno scambiato le agitazioni convulsive della sua situazione dolorosa per i movimenti naturali di un corpo sano che gode liberamente di tutti i principi della sua vita: ed è con questi elementi caduchi e tarati che hanno voluto formare l’associazione umana e costituire l’ordine politico.[1]

Il governo di un paese non può essere quindi materialista e improntato al banale e basso interesse materiale se si vuole che esso agisca secondo giustizia e per il bene degli uomini. Il buon governo non potrà che essere teocratico. Non si fraintenda, però, questo termine che il Saint-Martin, come si evince dalla lettura, non intende come forma di governo basata su una particolare religione e sulle sue leggi morali

Ritratto di Louis Claude de Saint Martin.

specifiche. Allo stesso modo egli non potrebbe essere più lontano dal volere un regime ierocratico (un “governo dei preti”). Per governo teocratico, egli intende un governo guidato dai veri principi spirituali, un governo di uomini che tendano alla reintegrazione dell’Uomo nel suo stato iniziale e che traggano quindi l’ispirazione delle proprie azioni e delle proprie idee dal Principio Primo stesso. Solo in questo modo il governo potrà davvero tendere al bene e promulgare leggi dal valore universale.

Quale che sia la nostra opinione politica, il trattato ha degli spunti di riflessione di grande attualità. L’attacco al becero materialismo (quello dell’egoismo e dell’avidità, non quello filosofico) è sicuramente valido in un momento storico come il nostro che vede regnare solamente l’iniquo interesse economico. Su molti punti il Filosofo Incognito si rivela ben più moderno e progredito di molti pensatori del XXI secolo che si spacciano per tali.

Egli si scaglia contro la pena di morte, ritenendo che l’uomo non abbia il diritto di togliere la vita, visto che non può ridarla. Per l’autore la pena, infatti, deve essere data in funzione di una riabilitazione del criminale che tramite la pena stessa dovrebbe prender coscienza del suo errore e reinserirsi nel consesso della gente onesta. La pena di morte vanifica tutto ciò, rendendo impossibile ogni riabilitazione e dimostrandosi, di conseguenza, inutile:

Sicuramente una delle regole più incontestabili della giustizia sarebbe che le pene afflittive che i legislatori umani si permettono di infliggere non portassero via per sempre al criminale, ciò che gli potrebbe essere reso se questi venisse a profittare della punizione e rientrasse quindi nelle vie dell’osservanza delle leggi.

[ … ] Non avendo il potere di rendergli la vita essi dovrebbero sentire che non hanno neppure il potere di togliergliela, perché questa pena non è più una punizione ma una distruzione che diviene inutile per il colpevole e che non è neppure di alcun profitto per i malvagi che ne sono testimoni.[2]

Interessante a tal proposito l’accenno ad antiche pene capitali inflitte per ispirazione dello Spirito. L’autore si riferisce, con tutta probabilità, ai tanti uomini uccisi per ordine di Dio nelle Sacre Scritture. Per l’autore si tratta di casi diversi da quelli del criminale condannato da un pubblico tribunale. Dio infatti può dare la salvezza e riportare sulla retta via gli esseri umani anche dopo la morte e per questo è Egli solo a poter condannare a morte. Gli uomini di oggi non sono più come quelli di quei tempi e non odono più la voce di Dio. Pertanto non possono arrogarsi un diritto che non hanno:

Per eseguire questi terribili giudizi la giustizia suprema non impiegava sempre immediatamente i flagelli fisici e le potenze della natura; spesso, per velare la sua azione, confidava il suo diritto alla voce ed alla mano dell’uomo che, allora, si trovava legittimamente ed efficacemente dotato di quello che noi chiamiamo diritto di vita e di morte sui suoi simili; diritto che, essendo esercitato solo per ordine da parte di quelle luci che non sono affatto umane, si trova al riparo da qualsiasi rimprovero o critica.

Ma i legislatori umani non hanno trasmesso che le ombre di queste alte verità nella loro giustizia composita ed hanno trasferito quel diritto divino da tutte queste autorità superiori al loro solo potere cieco ed alla loro autorità capricciosa; e con essa hanno deciso, condannato ed ucciso, come se fossero investiti dell’autorità divina, arrivando a sostenere che non erano loro ma la legge a versare il sangue del colpevole.[3]

Tesi che comporta la non-eternità della pena per l’essere umano che muoia “nel peccato”:

[ … ] e siccome le leggi divine sono vive ed esse non possono, dando la morte, separarsi dalla vita che le accompagna, noi non crediamo di sbagliare sostenendo che il colpevole, che paghi il fio dei crimini della sua vita animale, e che entri quindi in una situazione più penosa di quella che ha lasciato, non possa anche, entrandovi con rassegnazione e sperando nella sua fine, godere infine delle vivificanti compensazioni divine.[4]

Tesi che condivido pienamente, non potendo io immaginare un Dio tanto crudele da dare una punizione eterna e infinita per una qualsivoglia colpa finita e temporanea.

Altro punto di grandissimo interesse è quello dei “nomi”, dove con tale termine si indicano quelle forme (nomi, appunto) che divengono idoli nella società, idoli sia di natura religiosa che politica. Molti sono, infatti, i miti che l’uomo crea e in nome dei quali è disposto a sacrificare la dignità, la sicurezza e perfino la vita dei propri simili. Alcuni di essi erano in origine cose buone, derivanti dalla Sorgente Prima, ma nella sua degenerazione l’uomo ha perso la conoscenza della vera natura di queste cose conservandone il solo nome ed ergendolo a oggetto della sua adorazione:

Disgraziatamente le fonti del pensiero malvagio hanno talmente prevalso su quello che restava all’uomo della sorgente pura, che noi non conosciamo alcuna associazione il cui nucleo o centro non sia debole o viziato; e più disgraziatamente ancora, quando i pensieri buoni si sono ritirati dalla casa dell’uomo, egli ne ha conservato i nomi, che però ha scambiato quasi sempre con le medesime cose che avrebbero dovuto rappresentare.

[ … ] Noi biasimiamo molto le nazioni selvagge che immolano vittime umane ai loro idoli: noi biasimiamo gli ebrei che hanno fatto altrettanto con i loro, dopo i falsi esempi che avevano imparato dai loro vicini. Presso questi popoli, indipendentemente dal nome dei loro idoli materiali, vi sono anche nomi di devozione, di patriottismo, di bisogni espiatori mal compresi, di vendetta etc. ed è a questi nomi o all’idea falsa che racchiudono che queste nazioni sacrificano degli uomini, ben più che ai loro idoli materiali, che non possono loro richiedere delle vittime.

Bene! Noi che ci crediamo così fortemente al di sopra degli altri popoli in questo campo, vediamo quante vittime umane abbiamo offerto durante la rivoluzione alle parole di nazione, sicurezza dello stato ecc.[5]

E come non vedere l’attualità di questa denuncia in un mondo dominato unicamente dal denaro e dall’economia? Un mondo in cui si sacrificano migliaia di vite ai novelli Moloc della “crescita economica” e del “mercato” non può che essere in preda di questa specie di malefica idolatria di cui parla il testo.

Il trattato non giunge a definire una forma ideale di governo. E forse sarebbe stato un controsenso farlo, visto che ogni forma non è che un’illusione dettata da questo mondo degenerato. Nonostante ciò, il Saint Martin fa alcune considerazioni sulle nascenti idee repubblicane. In particolare egli si dimostra piuttosto scettico sullo strumento delle elezioni. Per l’autore esse possono valere nel ristretto ambito dell’amministrazione di cose pratiche, basse e materiali. Ma essendo l’unico governo buono e degno originato direttamente dall’alto, le elezioni non possono essere uno strumento valido in generale[6]. Anche in ciò egli si distacca dal pensiero politico moderno che nasceva in quei momenti. Egli non vedeva un governo eletto come rappresentante della “volontà generale”. Mentre Rousseau definiva la “volontà generale” come l’insieme delle singole volontà delle persone del popolo, e quindi le elezioni come espressione di questa stessa volontà, il Saint Martin negava che nel popolo potesse risiedere una volontà generale. Le persone hanno, infatti, idee diverse, diverse ambizioni e desideri che si riverberano nel disordine dell’umanità. Gli eletti, ammesso che si dedicassero alla soddisfazione dei bisogni degli elettori, non potrebbero comunque agire nell’interesse di tutti, ma solo nell’interesse di una delle parti. La volontà generale, dunque, per l’autore è da identificare con la volontà del Principio Primo a cui tutti gli uomini tendono e che tutti gli uomini desiderano, pur inconsciamente.

L’edizione della casa editrice Jouvence aggiunge al trattato del Filosofo Incognito una breve introduzione del traduttore, Mauro Cerulli, dove si spiega in modo sintetico, ma ben strutturato, il pensiero del Rousseau, dalla critica del quale il Saint-Martin parte nelle sue considerazioni. Inoltre è presente una introduzione storica (che occupa, a dire il vero, più della metà del libro) dal titolo “Louis Claude de Saint-Martin e il Martinismo” curata da Apis, Gran Maestro dell’Ordine Martinista Egizio. Oltre a una disquisizione su ciò che è il Martinismo e una ben documentata storia dei vari Ordini (francesi e italiani in particolare), Apis si spinge in una critica di atteggiamenti, oggi purtroppo assai diffusi, di protagonismo e di ciarlataneria. Sono vari i personaggi che si muovono nel mondo iniziatico e Martinista che se ne dimostrano indegni. Vari sono coloro che fanno proselitismo più per ragioni di egocentrismo (o, peggio, per denaro) che per diffondere la Luce e contribuire all’Opera di Reintegrazione. Senza considerare coloro che si danno a pratiche dubbie e incompatibili con la via martinista, personaggi che rischiano di vanificare con la loro malafede o con la loro ridicolaggine il lavoro duro e serio di molti Superiori Incogniti degni di tale titolo. Riporto a tal proposito solo una piccola citazione:

Possiamo solo aggiungere, come nota folkloristica l’esistenza di sedicenti “Gran Maestri” davvero reclutabili nel circo Barnum, tra cui un tale che alterna riti pseudo-martinisti con pratiche vudù (con tanto di galline sgozzate); un secondo personaggio che, dopo aver girato tre o quattro Ordini Martinisti, si è “messo in proprio” costituendo un micro-ordine di cinque o sei persone e che ha recentemente dato alle stampe un libro nel quale, oltre che coprire di improperi varie personalità del Martinismo (vive o morte), se la prende con coloro che concedono i Poteri Iniziatici alle Sorelle in quanto [ … ]: “La donna è nemica naturale dell’uomo poiché il suo compito è quello di rubargli lo sperma” (sic!).

[ … ] Un altro pittoresco “colloquiante con la Chose” invece va in giro spacciandosi per vescovo ortodosso con tanto di abito talare! Poi annoveriamo in tale divertente galleria alcuni “Martinisti” convertiti al culto degli UFO, altri “Martinisti” che si rifanno agli antichi culti iranici, ed infine “last but not least” un picaresco “Gran Jerofante de nojantri” che batte la capitale in lungo ed in largo sostenendo di essere il depositario “dell’Ordine Martinista di Ventura” (sic!), quando da tale ordine egli fu invece cacciato a pedate dal successore diretto del Ventura stesso, ovvero il citato Sebastiano Caracciolo![7]

Parole che non possiamo non condividere su personaggi a cui, pur non citandone l’autore l’identità, pensiamo di poter dare un nome e un cognome.

Concludo invitando i Martinisti e non solo a leggere questo libro che può gettare una Luce pura, forte e viva sulla politica e la società di questa nostra buia epoca materialista.

Enrico Proserpio

[1] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 136.

[2] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagine 178 – 179.

[3] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 180 – 181.

[4] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 180.

[5] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 184. Corsivo mio.

[6] Anche ai giorni nostri ci sono pensatori che mettono in dubbio la validità del metodo elettorale e la sua effettiva democraticità. Le ragioni di tale critica sono, parzialmente, simili a quelle del Saint-Martin. A tal proposito consiglio la lettura di “Contro le elezioni” di David van Reybrouck.

[7] Fr::: Apis, “Louis Claude de Saint-Martin e il Martinismo”, pubblicato come introduzione a “Gli illuminati nella società umana” di Louis Claude de Saint-Martin, edizioni Jouvence, 2016, pagini 100 – 101.

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