Il gelato e la disobbedienza civile

Il segretario leghista Matteo Salvini.

Qualche giorno fa Matteo Salvini si è visto rifiutare un gelato da una ragazza. La ragione? La ragazza, Nadia Mohammedi, non voleva servire un razzista. Il caso è giunto all’onore delle cronache e lei, pare, è stata licenziata. La madre ha poi scritto una sorta di lettera aperta al segretario leghista “ringraziandolo” per aver fatto perdere il lavoro alla figlia (anche se lui nega di aver parlato col datore di lavoro).

Vedendo poi le reazioni delle persone sui social, ho pensato di scrivere un paio di considerazioni sperando che siano utili per qualcuno.

Per Salvini non provo nessuna solidarietà. Che sia razzista è innegabile e il sentimento che Nadia Mohammedi ha esternato è del tutto condivisibile. O, per lo meno, io lo condivido pienamente.

Non condivido invece la posizione di chi, come Gramellini, ha definito “razzista” il gesto della gelataia. Il termine “razzismo” ha un senso ben preciso, ovvero l’idea che alcuni siano inferiori e quindi da discriminare per la propria appartenenza razziale, per il proprio DNA (a tal proposito si legga il libro “Razzismo un’origine illuminista” di Marco Marsilio). Il segretario della Lega non è stato discriminato per la sua razza, ma per le sue idee. Il che è cosa ben diversa. Sottolineare questo punto è fondamentale: se tutto è razzista, nulla lo è. A furia di dare del razzista a chiunque si è finiti col perdere il senso di questa parola e con il permettere ai veri razzisti di agire indisturbati facendo passare per discriminatori gli altri.

Un altro punto importante è che non tutte le idee e le opinioni sono uguali e di pari dignità. Non riterrò mai un’idea che mira a discriminare, dividere, garantire privilegi (come sono le idee leghiste) pari all’idea di chi vorrebbe giustizia, benessere e dignità per tutti. Per questo comprendo e condivido il sentimento della ragazza che si è rifiutata di servire Salvini. Anche io avrei fatto molta fatica a preparargli il gelato e a trattarlo con gentilezza. Ma l’avrei fatto. E veniamo qui al punto principale di questo articolo.

Alla ragazza consiglierei la lettura di un testo di grande importanza per la storia della politica: “La disobbedienza civile” Di Henry David Thoreau. Il gesto che ha compiuto, infatti, si inserisce nel filone della disobbedienza civile (seppur in modo superficiale e forse non cosciente) che consiste nel non compiere qualcosa che le regole imporrebbero in nome di un ideale. È quel che fece Thoreau, il quale si rifiutò di pagare una tassa (di un solo dollaro) per non finanziare le campagne militari in difesa della schiavitù (alla quale era contrario). Per questo finì in carcere.

Ora, un conto è pagare una tassa per sostenere la schiavitù e un altro è dare un gelato a qualcuno. Preparare un cono per un razzista non significa sostenere il razzismo, o contribuire a diffonderlo e non produce danno alcuno. Se si vuole fare un gesto di protesta o di disobbedienza civile si dovrebbe avere l’accortezza di scegliere cosa fare con un po’ più di serietà. A cosa è servito non dare il gelato a Salvini? A nulla. Anzi, forse è servito a dar modo a lui di passare come vittima di discriminazione, di quel “razzismo al contrario” di cui si riempiono la bocca i leghisti.

Quale che sia il gesto di disobbedienza fatto, poi, si deve essere pronti a pagarne le conseguenze. Marco Cappato, di ritorno dalla Svizzera dopo aver accompagnato DJ Fabo a suicidarsi, si è auto-denunciato (ne ho parlato, proprio in riferimento alla disobbedienza civile, in un articolo di qualche tempo fa). Il processo che ne è derivato ha aperto un dibattito sul fine vita e ha senza dubbio avuto una parte importante nell’approvazione della legge sul testamento biologico. Se Cappato avesse preteso di rimanere impunito non avrebbe ottenuto nulla. La responsabilità delle proprie azioni e l’essere disposto a pagarne le conseguenze sono gli elementi che distinguono la semplice illegalità, o la spacconata, dalla disobbedienza civile.

Lamentandosi per il licenziamento la ragazza ha vanificato quel poco di valido che poteva esserci nel suo gesto, trasformando un possibile esempio di disobbedienza civile (per quanto inutile) in un gesto infantile e sciocco. Come infantile è farsi difendere dalla mamma. E la mamma avrebbe fatto meglio a non difenderla, a farle assumere la responsabilità del suo gesto, invece che mantenerla sotto la sua ala, come una brava chioccia, impedendole di maturare (umanamente e politicamente).

Forse il testo di Thoreau dovrebbero leggerlo anche i tanti che su facebook hanno difeso il gesto di Nadia senza porsi dei dubbi, spesso in modo estremamente fazioso. Perché, ovviamente, se fosse stato un politico di sinistra a non essere servito da un leghista, le posizioni sarebbero state ben diverse.

Che un gesto del genere non resti senza conseguenze è necessario. Altrimenti si introdurrebbe il principio secondo cui chiunque può, in nome delle proprie idee, rifiutarsi di fare il proprio dovere. Pensiamo a tutti quei sindaci che si rifiutano di celebrare unioni civili perché contrarie alle loro idee religiose. Siamo sicuri di voler dar loro la possibilità di farlo? O pensiamo che ad alcuni debba essere permesso violare le regole e ad altri no?
La disobbedienza civile è un mezzo di lotta politica, che va usato quando non ci sono altri mezzi o quando gli altri mezzi sono inefficaci. Non bisogna però pensare che sia lecito infrangere le leggi, siano essere quelle dello stato o le norme di un contratto di lavoro. Facendolo si creerebbe solo caos e si aprirebbe la porta a dei fenomeni di discriminazione vera (come quello citato sulle unioni civili) poiché ogni spaccone razzista od omofobo potrebbe dar sfogo ai propri pregiudizi e alla propria prepotenza. Senza legalità non ci sono diritti. Senza legalità vige solo la legge del più forte e del più prepotente.

Inoltre, lasciando impuniti gli atti di disobbedienza, si toglierebbe efficacia e valore alla stessa disobbedienza civile. Se si fosse evitato il processo a Cappato (come qualcuno pretendeva) forse oggi non avremmo la legge sul testamento biologico. Si sarebbe tolta a Cappato la possibilità di portare avanti la battaglia, di far parlare delle sue idee. Per questo Thoreau non evase le tasse da furbetto, ma fece mettere agli atti il suo rifiuto e attese che le guardie lo portassero in prigione. Per questo si infuriò quando una vecchia zia, preoccupata per la sua incolumità, pagò la tassa facendolo liberare e togliendogli la possibilità di far parlare dei suoi ideali antischiavisti. Se non avesse fatto in questo modo sarebbe stato solo un evasore, un disonesto qualunque, e non un disobbediente.

La disobbedienza civile è un atto di coraggio, di grande senso civico, che si usa quando non si ha nessun altro mezzo, o quando gli altri mezzi si sono rivelati inefficaci. Furbetti e spacconi non usano questo metodo, non essendo provvisti della forza morale necessaria a mettere a rischio la propria tranquillità e magari la propria libertà in nome di un ideale.

Evitando le conseguenze si svilisce il gesto di disobbedienza, lo si rende un gesto qualunque, facile, innocuo, perfino volgare. Si fa sì che i gesti di disobbedienza si confondano con quelli di illegalità, disonestà (materiale e intellettuale) e prepotenza, togliendo alle minoranze politiche, soprattutto a quelle che si battono per i diritti e contro i privilegi del potere, uno strumento importante di lotta.

Queste considerazioni dovrebbero essere quasi scontate tra chi si interessa di politica e soprattutto tra chi si dice “di sinistra”. Invece si vedono posizioni ignoranti, irragionevoli, al limite del tifo da stadio. Uno scenario davvero triste per la superficialità e l’inconsistenza delle tesi. Non c’è da stupirsi se la sinistra si è ridotta al lumicino. Si spera che in futuro si torni a leggere, a studiare i testi politici, ad approfondire i temi e a ragionare, invece che schierarsi in modo emotivo e fazioso.

Enrico Proserpio

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