Crux Christi Serpentis

La copertina del libro.

La Sacra Scrittura, per quel che riguarda il Cristianesimo, non è quasi più interpretata in modo letterale. Da almeno due secoli, infatti, la teologia ha finalmente accettato il fatto che essa non sia una verità letterale e storicamente esatta, ma una narrazione che, pur partendo da fatti storici, diviene leggenda e simbolo e funge da veste per la Verità dello Spirito. L’interpretazione letterale resta appannaggio di alcune sette i cui membri, intrisi di fanatismo, negano la realtà dei fatti pur di sostenere le proprie tesi, sconfinando spesso nel ridicolo. Abbiamo così, per esempio, un proliferare (soprattutto oltre oceano) di neo-creazionisti che negano l’evoluzione adducendo ragioni patetiche, frutto della più crassa ignoranza sia della scienza (per sostenere le loro tesi attribuiscono agli evoluzionisti idee che non hanno e confondono più o meno artatamente la realtà), sia delle Sacre Scritture che citano maldestramente, usando poche frasi decontestualizzate e svuotate di senso.

Nonostante ormai, come si diceva, le Sacre Scritture siano da due secoli oggetto di studio simbolico e interpretativo, si trovano assai raramente delle interpretazioni originali e “spinte” come quella che Claudio Marucchi propone nel suo libro “Crux Christi Serpentis”, edizioni Atanòr, un’opera agile, breve (centotrenta pagine circa), ma ricca di contenuti e di spunti di riflessione.

Marucchi interpreta la Bibbia, e in particolare i Vangeli, con un approccio tantrico, vedendo in molti degli episodi narrati un’allegoria del rapporto sessuale e del suo potere spirituale. Gesù dunque diviene un maestro che avrebbe portato nella cultura giudaica il Tantra e la potenza della magia sessuale, vera chiave per la realizzazione dell’Uomo-Dio. Il messaggio di Gesù sarebbe stato rivoluzionario proprio per questa sua carica vitalistica e contraria al bigottismo sessuofobico delle gerarchie sacerdotali. I primi cristiani sarebbero dunque stati portatori di un messaggio molto diverso da quello attualmente predicato. Essi si riunivano per celebrare le “Agape”, feste religiose dove si mangiava, si beveva e ci si concedeva a rapporti sessuali dal valore magico e spirituale. Tali riti furono poi proibiti e repressi dalla Chiesa che ne temeva la diffusione. Marucchi sostiene che le gerarchie, ben consapevoli del vero messaggio evangelico, fecero di tutto per nasconderlo e renderlo rivelabile a pochi. Al posto del vero messaggio esse predicarono una morale rigida e assolutistica, usata come strumento di potere. Con la morale si genera sudditanza e si impongono nelle persone sensi di colpa, che la Chiesa sfrutta per controllare il popolo, calibrando furbamente punizione e premio, bastone e carota. Imponendo un unico pensiero a tutti e reprimendo ogni libertà la Chiesa è così divenuta una delle istituzioni più potenti mai esistite. L’autore giunge a dire che la morale è cosa diabolica. Lascio che siano le sue stesse parole a spiegarne il perché:

La morale è come il Diavolo, che letteralmente mette divisione (dal greco: dia-ballein), crea conflitto, opposizione, dualismo. Il simbolo è il contrario etimologico del diavolo, perché mette insieme (syn-ballein), accorda, reintegra; quindi è il simbolo la cura per i danni creati dalla morale.[1]

E sul pensiero unico imposto dalle chiese:

Una religione che imponga a tutti gli stessi valori, gli stessi pensieri e le stesse azioni è una religione contro la natura, è una religione che ci rende orizzontali come cadaveri, offende la libertà e la vita.[2]

E ancora:

Nessuno può vantare o arrogarsi il diritto di avere ragione in assoluto, di essere nel “vero” più di altri o di detenere le chiavi della più “oggettiva” e corretta interpretazione ed applicazione delle Sacre Scritture.[3]

Importante e interessante è l’accento che l’autore pone sul simbolo come “cura” al totalitarismo religioso. Il simbolo è unità perché racchiude e sintetizza diversi significati e diverse possibili interpretazioni. Per tale motivo persone molto diverse possono essere attratte e in sintonia con lo stesso simbolo e trarne ispirazione per il proprio percorso spirituale.

Chiarito dunque l’approccio interpretativo e la posizione dell’autore riguardo le Sacre Scritture, il libro procede con l’interpretazione delle stesse. Interessante è la lettura che Marucchi dà ad alcuni passi dell’Antico Testamento. Il mito della creazione è visto come metafora dell’anatomia e fisiologia umane. L’Eden sarebbe il nostro stesso corpo, simboleggiato dal giardino, e il mito della cacciata dal paradiso avrebbe connotazioni di tipo sessuale. La cacciata rappresenterebbe l’eiaculazione che pone fine al piacere dell’atto sessuale e genera una nuova vita attraverso la fecondazione. La fecondazione è una perdita, una frammentazione della potenza dell’Uomo che porta l’Uomo stesso a incarnarsi nel ciclo delle vite materiali. E anche questo sarebbe stato nascosto dalle gerarchie ecclesiastiche:

È indicativo che chi ha approvato le traduzioni “ufficiali” dell’Antico Testamento abbia tradotto l’ebraico Gan, “giardino”, ma non abbia tradotto Eden (piacere, delizia), esattamente come accadde con Gesù, il cui attributo, “Cristo” – letteralmente unto – non viene tradotto, come se si volesse evitare di stimolare la capacità intuitiva e riflessiva, lasciando subdolamente intendere che meno si approfondisce lo studio, meno si “rischia” di comprendere, e meglio è![4]

Il giardino è dunque il nostro stesso corpo, che prova piacere nell’atto sessuale. Il corpo è il contenitore della nostra individualità:

Il corpo è il “recinto” dell’identità, il fondamento della soggettività psicofisica, perché la separazione è l’autoaffermazione, il solco che segna i limiti del libero arbitrio, e spalanca la possibilità di una relazione tra l’interno e l’esterno, ovvero la possibilità di Conoscenza.[5]

Ecco quindi che ogni elemento del mito diviene riferimento a una parte di noi. L’albero della vita dunque, l’albero rovesciato che cresce verso il basso, è il membro virile, attraverso il quale il seme maschile esce e feconda la donna. L’albero della conoscenza invece, è la colonna vertebrale. La conoscenza, in senso profondo e spirituale, non nozionistico, si persegue con l’unione carnale, con l’atto sessuale. Non a caso, fa notare l’autore, il termine “conoscere” è spesso usato nell’Antico Testamento per significare l’unione carnale tra uomo e donna. Ma la conoscenza ha un prezzo e questo prezzo è assai pesante: la morte. L’unione porta infatti anche alla generazione e quindi alla caduta nel ciclo delle vite materiali e mortali. Ma c’è un modo per evitare, pur usando il sesso per l’ascesi, la fecondazione e quindi la perdita: il rapporto orale e l’ingestione del seme. In questo modo la forza spirituale non si disperde, ma viene canalizzata e usata per elevare la persona verso la realizzazione dell’Uomo-Dio.

Oltre alla narrazione della creazione, Marucchi analizza altri testi dell’Antico Testamento quali il Cantico dei Cantici, dove troviamo molte altre simbologie che l’autore riferisce al rapporto sessuale.

Ma è nell’analisi del Nuovo Testamento e in particolare dei Vangeli che l’autore focalizza il discorso. Non mi dilungo nella descrizione dei particolari. Credo sia però doveroso spendere qualche parola sull’analisi della simbologia della crocifissione in cui l’autore vede una complessa trasposizione simbolica dell’atto sessuale e della sua funzione spirituale. L’autore interpreta la narrazione della morte di Cristo secondo una visione tantrica, rinvenendo collegamenti con i sette Chakram e con le dottrine indiane. Eccovi un accenno:

[ … ] nella crocifissione di Cristo è narrata la vicenda del risveglio del serpente Kundalini ed il perforamento o superamento dei 7 chakram, nel percorso di illuminazione. Il processo che conduce alla morte di Cristo è detto passione, da patire, che è un termine ormai utilizzato per indicare non il patimento nel senso di sofferenza, ma nel senso di piacere amoroso. La passione di Cristo è quindi il coito.

La croce è l’erezione.

La corona di spine è la vagina che stringe il glande (la testa).

La flagellazione simboleggia il susseguirsi dei colpi del rapporto amoroso.

I chiodi fissano la congiunzione dei genitali.

Il Cristo, cioè l’unto, è l’insieme delle secrezioni durante l’atto sessuale.

Portare la croce in cima al monte vuol dire raggiungere il culmine pre-orgasmico.

Issare la croce in mezzo ai due ladroni significa iniziare a far salire il serpente Kundalini tra i due serpenti Ida e Pìngala.[6]

Il serpente Kundalini è l’energia che giace sopita alla base della colonna vertebrale e che, risvegliata, porta all’apertura del terzo occhio, risalendo la colonna vertebrale stessa. Per l’autore esso è anche il serpente dell’Eden, il “tentatore” che dando all’uomo la conoscenza del bene e del male ne ha determinato la caduta, una caduta necessaria all’evoluzione dello spirito verso la realizzazione divina. Il serpente edenico e il Cristo Salvatore divengono quindi due aspetti della stessa potenza. Non a caso, scrive Marucchi, il termine ebraico che indica il serpente del Genesi, nachash, e il termine meshiach (messia) hanno, secondo il metodo della gematria cabalistica, lo stesso valore numerico.

Passiamo alle “note dolenti”. Ho riscontrato un errore relativo al Nuovo Testamento. L’autore identifica Maria Maddalena con la prostituta che accolse Gesù, gli lavò i piedi e li asciugò con i suoi stessi capelli. In realtà il Vangelo non riporta il nome della prostituta e l’identificazione con la Maddalena è erronea. Certo, l’autore è perdonabile, visto che per secoli la stessa Chiesa Cattolica Apostolica Romana ha propugnato questa idea. L’errore è antico, e si è dovuto attendere il pontificato di Giovanni Paolo II perché venisse rettificato in modo ufficiale. Va comunque detto che l’errore non inficia il ragionamento dell’autore e la sua interpretazione.

Oltre a questa inesattezza, credo sia opportuno chiarire una piccola imprecisione. Nell’analisi della simbologia della crocifissione l’autore fa riferimento al significato dei tre chiodi con cui Cristo è stato crocefisso. Va precisato che questo particolare fa riferimento all’iconografia cattolico-romana e non è condiviso da tutta la Cristianità. Nell’iconografia ortodossa, infatti, i chiodi sono quattro, i piedi essendo inchiodati singolarmente alla croce. Anche in questo caso, il discorso rimane valido e il ragionamento non perde di efficacia.

Infine, credo doverosa una precisazione. Il libro di Marucchi non è un invito a darsi alla pazza gioia e praticare sesso in modo irresponsabile e compulsivo. Anzi, l’autore pone l’accento sul fatto che non sempre il sesso ha valore spirituale e non sempre il seme è veicolo di conoscenza ed elevazione:

Resta una questione importante da affrontare: se il fondamento di tale pratica è così semplice ed immediato, perché tutti coloro che si dedicano al sesso orale non sono degli illuminati o dei realizzati? Se bastasse l’ingestione del seme ad assicurare la comunione con il divino, dovremmo riscontrare nell’umanità un’alta percentuale di illuminati! […] In effetti, non è il seme in sé, né il sangue in sé, ad avere questo potere divino e a garantire la “realizzazione”.[7]

Perché il seme diventi veicolo di conoscenza, l’uomo deve essere elevato e il suo spirito forte. E tale stato si ottiene anche attraverso la pratica accorta e cosciente della castità, così come insegnano i saggi indiani:

Nell’India antica, a differenza di quanto accade con il modello giudaico-cristiano, la castità non è la semplice “resistenza” alla tentazione, non entra in conflitto con il desiderio sessuale, è al contrario funzionale al suo rafforzamento, all’elevazione del potere della fertilità.[8]

Personalmente non condivido la visione di Marucchi e la sua interpretazione della Bibbia. Ciò nonostante ammetto che le sue tesi non sono frutto di faciloneria e voli pindarici come spesso capita. Si tratta di una ricerca e di una riflessione fondata su basi piuttosto solide, che danno credibilità al tutto. Anche il paragone tra le dottrine indiane e quelle giudaiche non è per nulla campato in aria. Dobbiamo ricordare che ci furono contatti tra l’India e il Medio Oriente già in età assai remote. Risultano inoltre evidenti la cultura e la preparazione dell’autore. Insomma, per quanto, da sacerdote ortodosso, io continui a preferire l’interpretazione “classica”, devo ammettere che le tesi dell’autore sono plausibili. Inoltre non ho ravveduto in esse nulla di “perverso” o “morboso”. Al contrario, il tema è trattato con eleganza e mai si percepisce un accenno di volgarità.

Enrico Proserpio

[1] Crux Christi Serpentis, edizioni Atanòr, pag 73. I corsivi sono dell’autore.

[2] Crux Christi Serpentis, edizioni Atanòr, pag 12 – 13.

[3] Crux Christi Serpentis, edizioni Atanòr, pag 13.

[4] Crux Christi Serpentis, edizioni Atanòr, pag 63. Corsivi dell’autore.

[5] Crux Christi Serpentis, edizioni Atanòr, pag 64. Corsivi dell’autore.

[6] Crux Christi Serpentis, edizioni Atanòr, pag 125 – 126. Corsivi dell’autore.

[7] Crux Christi Serpentis, edizioni Atanòr, pag 103. Corsivi dell’autore.

[8] Crux Christi Serpentis, edizioni Atanòr, pag 105. Corsivi dell’autore.

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