Questa volta è diverso

La storia della finanza è lunga e complessa, ma è caratterizzata da una serie di corsi e ricorsi che sembrano ripetersi, nei tratti essenziali, sempre

La copertina del libro.

uguali. In particolare l’analisi delle crisi finanziarie (crisi bancarie, crisi del debito…) mette in risalto il fatto che economisti e politici tendono a ripetere gli stessi errori del passato nella convinzione che i vecchi parametri di giudizio non siano più validi.

Di questo si occupa il libro “Questa volta è diverso, otto secoli di follia finanziaria” di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, edizioni “il Saggiatore”.

Gli autori partono da un approccio quantitativo, di ampio respiro storico, per comprendere i tratti comuni alle varie crisi finanziarie degli ultimi otto secoli e alle politiche economiche che hanno portato a esse, concentrandosi soprattutto sulle crisi del debito e su quelle bancarie.

Particolarmente interessante è il discorso sul debito pubblico, sul quale oggi si sentono un sacco di bufale e di idee assurde (c’è chi pensa, per esempio, che il debito pubblico sia un’invenzione dei “poteri forti” o chi pensa che basti stampare più banconote per pagarlo). Gli autori spiegano in modo piuttosto dettagliato come avvengono le crisi del debito, ovvero quei fenomeni che portano uno stato a decidere di dichiarare il default. Vediamo un paio di elementi, senza la pretesa di essere esaustivi.

Il primo punto riguarda la fiducia dei mercati e delle persone. Il debito regge se i creditori (coloro che possiedono i titoli di stato di cui è fatto il debito pubblico) si fidano dello stato che lo ha emesso. Un crollo della fiducia può portare al default anche se non ci sono ragioni oggettive che impediscano allo stato di tener fede ai suoi impegni:

Una banca con una sana base di depositi e un considerevole portafoglio di prestiti illiquidi può certamente avere prospettive brillanti nel lungo termine. Tuttavia, se per qualche ragione tutti i depositanti tentano di ritirare i loro fondi immediatamente – per esempio, a causa del panico suscitato da false voci che la banca ha subito perdite scommettendo su mutui ipotecari «esotici» – la banca si troverà in grande difficoltà. Se non trova il modo di vendere il suo portafoglio di prestiti illiquidi, si potrebbe venire a trovare nell’impossibilità di rimborsare gli allarmati depositanti.[1]

Non solo le banche possono essere vittima del panico finanziario:

Gli stati possono essere soggetti alle stesse dinamiche di aspettative volatili che possono destabilizzare le banche. Ciò si verifica soprattutto quando lo stato si indebita con prestatori esteri sui quali ha un’influenza relativamente modesta.[2]

Anche la politica ha un’influenza importante sulle crisi del debito. Prima di tutto l’indebitamento è spesso frutto di politiche poco lungimiranti, a volte portate avanti sulla spinta di corruzione e di interessi diversi dal bene del paese. Inoltre la politica interna di un paese può influenzare la fiducia dei creditori esteri:

Se il mercato teme che un candidato populista possa vincere le prossime elezioni e aumentare la spesa così tanto da rendere il debito difficilmente gestibile, gli investitori potrebbero improvvisamente rifiutarsi di rinnovare i debiti a breve termine a tassi gestibili per il paese in questione. È l’inizio di una crisi di credito.[3]

Anche la scelta di dichiarare il default è molto spesso politica e non “tecnica”. Gli stati dichiarano default quando, a parere dei governanti, lo sforzo necessario per pagare il debito sarebbe troppo esoso e superiore ai danni prodotti dal default stesso. Perché, ovviamente, il default non è privo di conseguenze, ma influisce sull’economia del paese che lo dichiara sia a livello finanziario, sia nell’economia reale (influenzando i commerci internazionali). In alcuni casi le conseguenze possono essere catastrofiche e giungere alla guerra e alla perdita dell’indipendenza dello stato. È il caso dello stato di Terranova, che andò in default nel 1933 e, su spinta dell’Inghilterra, accettò di essere assorbito dal Canada, rinunciando alla sovranità. Fu un caso grave, in cui si decise che la democrazia dovesse essere subordinata al pagamento del debito.

Anche le regole finanziarie, che hanno un ruolo non secondario nel provocare le crisi, sono stabilite dalla politica. È ormai evidente il nesso tra liberalizzazioni e crisi. La liberalizzazione fa sì che diventi più facile mettere in atto comportamenti errati (o disonesti) e creare bolle speculative ed eccessivi indebitamenti.

Il tema principale del libro, comunque, resta la ripetitività degli errori finanziari, concetto che gli autori riassumono come “teoria del questa volta è diverso”. Si è sempre portati a pensare che le crisi non ci riguardino, che siano un fenomeno che non può coinvolgerci. Questo atteggiamento porta sia i cittadini di un paese che i politici a sottovalutare i sintomi. Inoltre la politica (e gli stessi economisti) sono solitamente convinti che le vecchie regole e i vecchi parametri non siano più validi e che, di conseguenza, ciò che in passato costituiva un pericoloso sintomo di una crisi incipiente non vada più considerato tale. E puntualmente vengono smentiti dai fatti.

Questo modo di pensare è pericoloso e provoca danni, economici e non, gravi:

L’approfondimento dei dettagli delle crisi che si sono verificate negli ultimi otto secoli e l’analisi dei relativi dati ci ha portato a concludere che il consiglio più comune e più costoso in tema di investimenti che sia mai stato dato nel corso di un boom e alla vigilia di una crisi finanziaria nasce dalla convinzione che «questa volta è diverso». Quel consiglio, e cioè che le vecchie regole di valutazione non valgono più, è generalmente seguito con entusiasmo. I professionisti della finanza, e troppo spesso anche i leader responsabili della politica economica, spiegano che questa volta stiamo facendo le cose meglio che in passato, che siamo più intelligenti, che abbiamo imparato dagli errori passati. Ogni volta la società si convince che il boom attuale, a differenza dei molti boom che in passato hanno preceduto crolli catastrofici, poggia su solide fondamenta, riforme strutturali, innovazioni tecnologiche e buone politiche.[4]

E ancora:

La principale barriera al successo di una tale operazione [la creazione di un sistema di segnalazione dei problemi e di prevenzione delle crisi, ndr] è costituita piuttosto dalla tendenza radicata del policy maker e degli attori del mercato a trattare i segnali come residui arcaici e irrilevanti di un contesto ormai passato, sulla base della convinzione che le vecchie regole di valutazione non siano più valide.[5]

Discorsi che sentiamo tutti i giorni, ancora oggi, nonostante la recente crisi, dalla quale non siamo ancora del tutto usciti. La politica e il mondo accademico dell’economia sembrano refrattari a ogni comprensione della realtà.

Passiamo ai limiti del trattato. Gli autori non mettono in dubbio la scuola economica dominante, dando per scontato il sistema capitalista e liberista. Anzi, come soluzione ai problemi finanziari essi auspicano che gli organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) acquistino sempre maggior potere, togliendolo alla politica dei singoli stati. Inoltre essi trattano (cosa tipica degli economisti favorevoli al capitalismo) l’economia mondiale come un sistema organico, sottovalutando la contrapposizione tra i singoli interessi e la malafede dei vari attori economici e politici, spesso spinti a cercare il maggior profitto possibile, fregandosene delle conseguenze. Sottovalutare l’avidità (che è la forza motrice del capitalismo) porta senza dubbio a non valutare adeguatamente i rischi e i problemi.

Inoltre ho forti dubbi sulla positività degli enti finanziari internazionali come il FMI, i quali tendono ad accentrare la ricchezza, impoverendo i popoli, garantendo così solo gli interessi del grande capitale.

Infine, gli autori sembrano dare per scontato che l’attuale sistema politico-economico capitalista, basato sulla crescita, possa durare in eterno, mentre è ovvio che così non è. In un’epoca come la nostra, che vede le risorse divenire sempre più scarse e la popolazione mondiale sempre più numerosa, la soluzione ai problemi economici deve essere ricercata al di fuori del pensiero capitalista.

Nonostante questi limiti, “Questa volta è diverso” è un libro da leggere, che dà molti spunti di riflessione e che chiarisce alcuni concetti chiave dell’economia. La lettura del testo non è semplicissima, e costringe i non addetti ai lavori a cercare il senso di diversi termini. Il libro è pensato per laureati e studenti di economia ed è corredato di moltissimi grafici e tabelle di dati. Sono inoltre presenti diverse appendici statistiche e un’ampia bibliografia sui temi trattati.

Enrico Proserpio

 

[1] Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”, edizioni il Saggiatore, 2012, pagina 24.

[2]   Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”, edizioni il Saggiatore, 2012, pagina 25.

[3]   Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”, edizioni il Saggiatore, 2012, pagina 25.

[4] Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”, edizioni il Saggiatore, 2012, pagina 22.

[5] Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”, edizioni il Saggiatore, 2012, pagina 297. Corsivo nel testo originale.

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