Cosa dovrebbero fare gli anticapitalisti oggi?

Mai come in questo momento storico l’anticapitalismo si è reso necessario. In un’epoca in cui il capitale sta distruggendo l’ambiente, esaurendo le risorse, eliminando le conquiste civili dei lavoratori in nome del profitto di pochi, diventa sempre più urgente un pensiero diverso, che si opponga a tutto ciò. Eppure, proprio ora, l’anticapitalismo è ai minimi livelli.

Dopo la caduta del muro di Berlino, che divenne simbolo della fine dei regimi comunisti, il pensiero capitalista si è imposto in ogni spazio, divenendo, di fatto, pensiero unico. Anche la “sinistra” parlamentare italiana si è allineata e non mettono più in dubbio il capitalismo. Da allora in poi i vari governi e le varie legislature che si sono succedute hanno avuto una continuità sostanziale nella politica economica, diversificandosi solo su temi che, per quanto importanti, non danno reale fastidio al potere economico (diritti civili, laicità, fine vita…).

Il pensiero anticapitalista è stato marginalizzato, escluso dal dibattito politico “che conta”. I vari filoni di questo pensiero sono visti dalla maggior parte delle persone come un rimasuglio anacronistico di storie passate e fallite, o, al massimo, come utopie irrealizzabili. Solo una minoranza risicata continua a credere nell’anticapitalismo e a portarne avanti le istanze. Va detto, a onor del vero, che negli ultimi tempi si sta assistendo a un aumento dei consensi verso idee come la decrescita felice, ma si tratta, comunque, di un fenomeno minoritario e molto “timido”.

Come se non bastasse, quel che rimane del vecchio Partito Comunista si è frammentato in tanti piccoli partitini, spesso del tutto autoreferenziali, che non riescono ad avere un peso nella politica nazionale (e spesso nemmeno in quella locale). Senza parlare della litigiosità di tante (troppe) prime donne.

Ovviamente ci sono aspetti positivi e persone che credono davvero negli ideali e si muovono sulla base di essi. Il recente progetto di Potere al Popolo, che riunisce diversi gruppi e partiti anticapitalisti, fa ben sperare, anche per le modalità che ha seguito nella scelta dei candidati e nella scrittura del programma. Speriamo che il progetto cresca e si strutturi sempre più, per poter dare una vera e seria alternativa all’attuale sistema capitalista.

Al momento però, i partiti anticapitalisti stanno per lo più rincorrendo le istanze altrui, ponendosi in modo critico o in aperta opposizione. Citiamo, per esempio, la proposta di abolizione della legge Fornero (comune anche ad alcuni partiti parlamentari) o le proteste contro il decreto Minniti in materia di immigrazione. Il problema è che ponendosi contro ci si inserisce comunque in quel tipo di pensiero e di dibattito politico. Inoltre, così facendo, non si pone la giusta luce sulle proprie istanze e proposte, lasciando che siano quelle altrui a passare.

Questo è dunque il primo punto. La necessità, oggi, non è contrastare le proposte altrui, ma costruire proposte alternative, positive. Bisogna andare oltre a dichiarazioni generali di intenti e di valore (pur necessarie) e costruire proposte articolate, disegni di legge, progetti dettagliati.

Per far questo, però, si deve prima ricostruire l’ideologia di riferimento. Si deve tornare a “filosofare”, a comprendere come leggere il mondo e dove si vuole andare. A tal proposito il pensiero anticapitalista ha una grande ricchezza e complessità. Pensatori come Karl Marx vanno senza dubbio riscoperti e valorizzati, senza però cadere in una sorta di dogmatismo religioso. La visione di Marx va attualizzata e ampliata, considerando che la realtà di oggi non è la stessa del XIX secolo e che i problemi che si presentano a noi sono, in parte, diversi. Inoltre ci sono molti altri pensatori di grande portata e interesse, che possono contribuire a costruire una visione più ampia e attuale, pensatori di epoche diverse, con punti di vista anche molto originali. Abbiamo, per fare un esempio, parlato in passato di William Morris e della sua idea di società. Dal XIX secolo, poi, il pensiero anticapitalista si è arricchito sempre più. Anche ai giorni nostri ci sono filosofi, economisti, scienziati molto validi, come i sostenitori della decrescita felice (Serge Latouche, Maurizio Pallante, Paolo Cacciari…) o alcuni ecologisti (Luca Mercalli), le cui idee sono rami fruttuosi dell’albero dell’anticapitalismo. La grande sfida oggi è costruire una visione di società futura, mettendo tematiche ambientali, sociali, civili insieme per creare un mondo migliore.

Un elemento che ritengo fondamentale, in questo sforzo filosofico e politico, è la non-violenza. Il capitalismo è un sistema economico e sociale basato sulla violenza. La concorrenza, per esempio, che è fondamentale nel meccanismo capitalista, altro non è che un concetto divisivo e, appunto, violento che mette le persone le une contro le altre (su questo si veda l’opera “Come potremmo vivere” del già citato William Morris). Anche la negazione dei diritti dei lavoratori, l’inquinamento ambientale, le disuguaglianze sociali, altro non sono che forme di violenza perpetrate nel nome dell’accumulo di capitale dei pochi ricchi che si trovano in cima alla piramide sociale. La non-violenza è, quindi, un punto imprescindibile. Senza si rischia solo di sostituire un sistema violento e ingiusto con un altro sistema violento e ingiusto. È l’allarme lanciato dai teorici della decrescita felice. La decrescita ci sarà, poiché le risorse sono in esaurimento e l’attuale economia di spreco non può continuare per sempre. Se però non si comincia a cambiare il sistema adesso, in modo da portare la società a un cambiamento non-violento, graduale e basato sulla redistribuzione della ricchezza, si rischia che il cambiamento arrivi in modo catastrofico e porti a regimi eco-fascisti dove pochi privilegiati vivranno nel lusso e le masse vivranno in miseria, facendo sacrifici in nome della “sostenibilità”.

Anche nei temi sociali la non-violenza acquista un valore enorme. Sulle questioni della sicurezza, per esempio, invece di denunciare solo gli abusi si dovrebbe ampliare l’analisi e la visione, contrastando quelle situazioni che creano delinquenza ed evidenziando come crimine e capitalismo siano connessi (le ingiustizie sociali generano disagio e criminalità). Anche qui troviamo materiale abbondante (si leggano i libri “Aboliamo le prigioni?” di Angela Davis o “Anarchia e prigioni” di autori vari). Alcune di queste considerazioni risalgono ormai a secoli fa (si veda il primo libro dell’”Utopia” di Tommaso Moro), eppure ancora oggi si continua con le stesse politiche.

In sostanza, la creazione di una visione ideologica organica, attuale, che affronti le problematiche e proponga soluzioni articolate e concrete, nonché un progetto di società più equa, è necessaria per decidere quali posizioni prendere e dove andare. Senza non possiamo che continuare a rimanere subalterni rispetto al pensiero capitalista, restando ai margini del discorso politico a dire no alle proposte dei partiti al potere.

Anche con un’ideologia ben articolata non necessariamente si giungerà ad avere grandi fette di consenso. Il pensiero capitalista e liberale ha, oggi, conquistato la quasi totalità della società. Il capitalismo è però indirizzato verso una catastrofe epocale, economica, sociale, climatica. Il nostro sistema sociale sta andando verso il collasso in piena incoscienza, nonostante i tanti esempi passati (si legga il libro “Collasso” di Jared Diamond). La differenza rispetto ai casi del passato è che il collasso, questa volta, sarà di livello planetario. Sarà allora che i movimenti anticapitalisti avranno la loro vera occasione, quando il capitalismo avrà gettato la maschera e si mostrerà in tutta la sua stupidità e fallacia. Ma se in quel momento sapremo solo dire no alle proposte altrui, probabilmente falliremo l’occasione.

Un secondo punto importante e strettamente connesso a quello precedente è la necessità di analizzare e studiare la realtà economica e sociale da un punto di vista differente. L’economia in particolare è oggi analizzata solo con i parametri del capitalismo. Anche ciò che può sembrare oggettivo, come i dati numerici, in realtà ha una forte matrice ideologica. Se il numero in sé, infatti, non ha colore politico, le decisioni su quali dati raccogliere e su come interpretarli sono decisamente ideologiche. A tal proposito cito la discussione sull’inadeguatezza del PIL (Prodotto Interno Lordo) come indicatore economico, portata avanti da alcuni economisti (si legga “La scommessa della decrescita” di Serge Latouche). Diversi sistemi di lettura della realtà sono già stati creati e perfino alcuni economisti e stati capitalisti hanno aggiunto alle loro analisi parametri sul benessere reale (Felicità Interna Lorda). Esistono anche studi economici che affrontano i lati più problematici del capitalismo da un punto di vista differente. Basti qui citare il libro “Piccolo è bello grande è sovvenzionato” di Steven Gorelick che mette in luce come le gradi aziende e la grande distribuzione creino disoccupazione e si sostengano grazie a diverse forme di finanziamento pubblico (diretto, o indiretto). Uno studio simile sulla situazione italiana potrebbe essere molto utile per sostenere le ragioni anticapitaliste. Se non si hanno dati a sostegno delle proprie tesi diventa molto difficile, se non impossibile, scardinare le idee dei partiti capitalisti e borghesi. Se si usano solo i loro dati e i loro studi, non potremo che perdere. Certo, produrre materiale simile non è cosa semplice, ma nemmeno impossibile. Oggi meglio sarebbe puntare su questo che sprecare energie a rispondere a ogni dichiarazione del politico di turno o a prendere posizioni che restano inascoltate e irrilevanti su ogni fatto. Oggi è il tempo di filosofare, di costruire. Il tempo di agire verrà.

Riusciremo a raccogliere questa sfida?

Enrico Proserpio

 

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