La polpetta del re

Quest l’è el Scianin, e sentii la soa storia,

che l’è quella de tutt i poveritt!

Chi roba di milion quista la gloria;

guaja, invece, a chi roba pocch quattritt![1]

Così comincia il libro “La polpetta del re” di Fernando (o Ferdinando) Fontana (1850 – 1919), un testo in versi milanesi da recitare a teatro.

Una caricatura dell’autore.

Pubblicato nel 1894, il testo racconta la storia di un gatto, Scianin, dato a una coppia di maghi (Mago Magol e Stria Lussia) che hanno la casa infestata dai topi. Scianin fa il suo dovere, ma in cambio riceve, dai suoi avari padroni, solo fame e maltrattamenti. Un giorno, alla casa dei maghi, giungono gli emissari del re Ciappachelghè, il quale è malato e chiede aiuto al Mago Magol.

Il mago, giunto a corte, visita il re e sentenzia che, per curarlo, serve una ricetta particolare: una polpetta, da prepararsi con un dispendioso procedimento. In realtà, il mago è d’accordo con il cuoco per truffare il re. Essi gli daranno una normalissima polpetta, acquistata in una trattoria, e intascheranno il denaro necessario ad acquistare i vari ingredienti speciali.

Intanto Scianin, che ha seguito il mago a corte, è sempre più affamato e progetta di rubare la polpetta del re. Mentre questa viene portata, in gran pompa, al re, Scianin, con un balzo, la afferra e se la mangia. Subito scattano le ricerche del colpevole e il povero gatto viene braccato, arrestato e condannato all’impiccagione dal tribunale.

Lascio a voi scoprire il finale di questa storia.

Il testo ha un intento moraleggiante, di denuncia verso le ingiustizie sociali. Non solo il protagonista è vittima della prepotenza del potere. Anche i topi, che Scianin scaccia dalla casa dei maghi, vengono descritti come dei poveracci costretti da un potere usurpatore a lasciare la propria casa. Ecco la descrizione della partenza dei topi:

Ratt, Rattitt e Rattoni; Morigioeu[2]

e Orbitt[3], e Colmegnon[4],

se invïen tutt cont in man el baston:

i mamm cont i bagài taccàa dedrée;

i marì coi miée;

i amis coi amis.

Ratt ciccolatt o negher, bianch o gris,

a vun, a duu, a cinqu, a sett, a vott,

se invïen tucc. – Vun porta ona valis,

quell’alter on baull, quest chì on fagott;

e, intant che ognun se invìa,

se sent la litanìa

di solit piagnisteri e di lament,

che semper fà sentì la poera gent.

Ovvero:

Ratti, Rattini e Rattoni; Topini

e Topolini appena nati, e Topi tettaioli,

si avviano tutti con in mano il bastone:

le mamme con i bambini attaccati dietro;

i mariti con le mogli;

gli amici con gli amici.

Ratti cioccolato o neri, bianchi o grigi,

a uno, a due, a cinque, a sette, a otto,

si avviano tutti. – Uno porta una valigia,

quell’altro un baule, questo qui un fagotto;

e, intanto che ognuno si avvia,

si sente la litania

dei soliti piagnistei e dei lamenti,

che sempre fa sentire la povera gente.

Anche la missione del gatto è descritta come uno scontro tra poveri, tra oppressi, costretti dal sistema a combattersi. Non a caso Scianin non uccide i topi, ma li induce ad andarsene, con tanto di trattato scritto e firmato.

Il testo è agile, di facile comprensione per chi conosca anche solo superficialmente il dialetto milanese.

Vi lascio con la parte più divertente del testo: la ricetta della polpetta del re. Potete trovare il testo e la traduzione a questo link.

Chi invece volesse l’intero testo, esso è pubblicato da “Lampi di stampa” con anche le immagini della prima edizione.

Enrico Proserpio

[1] Questo è Scianin, e sentite la sua storia,

che è quella di tutti i poveretti!

Chi ruba dei milioni acquista la gloria;

guai, invece, a chi ruba pochi quattrini!

[2] Termine vezzeggiativo che significa “topino” usato dalle mamme milanesi per rivolgersi ai loro figli piccoli.

[3] Orbitt, letteralmente, significa “i ciechi”. Il termine è inoltre usato per indicare gli orbettini, rettili diffusi nelle campagne simili a serpenti. L’autore qui usa il temine per indicare i neonati dei topi che sono, appunto, ciechi.

[4] Topo tettaiolo, ovvero quei topi che vivono nelle soffitte delle case.

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