Marx oltre i luoghi comuni

Dopo la caduta dei regimi comunisti dell’Est Europa il pensiero di Karl Marx e del marxismo sembravano essere destinati a scomparire. L’euforia del neoliberismo e della “new economy” sembravano aver relegato le vecchie istanze comuniste e socialiste nel dimenticatoio, come abiti dismessi e puzzolenti di muffa. La crisi del 2008, però, dimostrando la fragilità e le pecche del nuovo capitalismo finanziario ha riportato in auge quel pensiero e le opere di Marx sono state di nuovo lette e valutate attentamente.

In questi ultimi anni sono state scritte e pubblicate diverse analisi del pensiero marxista e diverse delle opere del filosofo tedesco. Tra queste c’è il libro “Marx oltre i luoghi comuni” di Paolo Ferrero e Bruno Morandi, di recentissima uscita.

La copertina del libro.

Il libro si divide in tre parti tematiche.

La prima, opera di Ferrero, è una breve biografia di Marx, utile a far comprendere il carattere e lo spessore del filosofo. Proveniente da una famiglia ricca (il padre era un avvocato molto quotato), egli rinuncia al benessere per difendere le sue idee e i suoi valori. Lo stesso farà la moglie, Jenny von Westphalen, proveniente da una delle famiglie prussiane più potenti. Il loro impegno politico, sgradito al potere, li portò a essere cacciati da diversi paesi europei e a finire a vivere a Londra in uno stato di indigenza spesso grave. Fu grazie all’aiuto economico di amici (in particolare di Friedrich Engels) che i due e i loro figli riuscirono a sopravvivere.

La narrazione della vita è importante per comprendere la coerenza e lo spessore umano (e non solo filosofico) di Karl Marx. Egli, a differenza di molti altri filosofi (si pensi a Rousseau che parlava di libertà e commerciava schiavi), fu sempre coerente col proprio pensiero ed ebbe il coraggio di portarlo avanti nelle parole e nei fatti nonostante le conseguenze.

La seconda parte del libro è invece un trattato di Bruno Morandi scritto negli anni ’90 e riproposto qui. L’autore affronta il pensiero marxista trattandone i temi principali. Vediamo dunque la grande importanza dell’analisi del capitalismo, dei suoi meccanismi e delle sue contraddizioni, base da cui partire per poter superare il sistema capitalista stesso. Ciò che più conta è l’attualità dell’analisi, ancora più che in grado di farci comprendere il funzionamento della nostra economia e della nostra società. Interessante è la trattazione delle basi del capitalismo, della questione dello scopo dell’economia. Mentre nei sistemi pre-capitalisti lo scopo della produzione era l’utilità del prodotto (o valore d’uso), nel capitalismo la produzione ha lo scopo di aumentare il capitale, di fare profitto. Ciò porta a una continua necessità di produrre di più, di crescere:

[ … ] la necessità di allargare con la produzione anche il consumo spinge ad allargare ovunque i bisogni e a crearne di nuovi, perché per i nuovi capitali che nascono occorre creare nuove branche della produzione; di qui l’espropriazione sistematica della natura per scoprire nuove proprietà utili alle cose, lo sviluppo delle scienze naturali fino ai massimi livelli a cui esso può giungere; con il capitale la natura diventa un oggetto dell’uomo, e non è più riconosciuta come una forza in sé.[1]

Tutto, insomma, deve divenire merce, oggetto da vendere e comprare per fare profitto. Anche la tecnologia è parte integrante di questo processo. È notevole il fatto che quasi due secoli fa, con una tecnologia certamente più primitiva e una società molto meno tecnologizzata rispetto a quelle attuali, a Marx fosse chiara la natura ideologica e non meramente “tecnica” delle macchine. Ancora oggi la gran parte delle persone non riesce a cogliere tale natura e ha una visione quasi religiosa e dogmatica dell’avanzamento tecnologico e dell’uso della tecnologia.

Anche la convinzione che tecnologia e crescita economica (l’aumento di produzione) siano fonte di benessere per tutti (convinzione ancora molto diffusa e continuamente ripetuta da capitalisti e politici) è smentita:

[ … ] il progresso tecnologico, l’aumento continuo della produttività del lavoro: vuol dire che l’introduzione di macchine fa lavorare di meno? No: nuove macchine significano aumento dell’intensità del lavoro [ … ] per alcuni, e disoccupazione per altri. Questa popolazione operaia sempre sovrabbondante rispetto ai bisogni del capitale – questo “esercito industriale di riserva”- è un fenomeno nuovo rispetto al passato: solo con il capitalismo disoccupazione e povertà appaiono come un risultato dell’aumento della produttività del lavoro.[2]

Un concetto che, aggiungiamo noi, già si trovava nel trattato “Filosofia della miseria” di Proudhon, che fu da Marx stroncato con il suo “Miseria della filosofia”.

Non mi dilungo oltre nella descrizione dell’opera di Morandi, il quale affronta i temi fondamentali del marxismo (dal plusvalore all’alienazione ecc.). Mi limiterò a due elementi che ho trovato particolarmente interessanti. Il primo è la trattazione storicistica delle tematiche. Senza storia, senza narrazione storica, economia e politica divengono astrazioni sterili. Già nelle sue origini il capitalismo rivela la sua natura violenta di sopraffazione e farlo notare è necessario per smascherare la falsa retorica capitalista:

[ … ] la storia della nascita del capitalismo è la storia di un’espropriazione. Questo va ricordato non per trarne giudizi morali, ma perché altri li danno: perché si afferma che i capitalisti sarebbero solo un prodotto di nobili virtù quali l’operosità e la parsimonia, mentre gli operai salariati compaiono come per incanto (oggi non si osa più affermare, come al tempo di Marx, che gli operai sono poveri perché bevono troppo).[3]

Di questo meccanismo di espropriazione fa parte anche quel colonialismo che dura ancora oggi (sebbene in forme diverse) e che è all’origine dei problemi migratori.

Infine, fondamentale è la consapevolezza, che Marx aveva, della natura ideologica dell’economia e della cosiddetta “scienza economica” (quella che i nostri cosiddetti “governi tecnici” indicano come fosse la rivelazione unica e indubitabile). Per il filosofo di Treviri essa è:

[ … ] una scienza che facendo apparire naturali ed eterni i concetti nati con il capitalismo, diventa per ciò stesso l’ideologia che serve a far accettare i rapporti capitalistici di produzione e a nascondere la possibilità di mutarli.[4]

La terza parte del libro, di nuovo opera di Paolo Ferrero, affronta alcuni temi specifici del marxismo, chiarendo alcuni punti e correggendo alcune alterazioni e non comprensioni del pensiero di Marx che in passato (e ancor oggi) ebbero ampia diffusione.

Ne citerò qui solo due. La prima riguarda l’idea che il capitalismo debba “morire” schiacciato dalle sue stesse contraddizioni per una sorta di ineluttabilità storica. Marx non sostenne mai una simile tesi. Per lui il capitalismo aveva in sé delle contraddizioni che potevano essere usate per porvi fine (come la creazione e lo sviluppo della classe operaia), ma la cosa non accadrà naturalmente, ma dovrà essere il risultato dell’azione rivoluzionaria dei popoli. La visione della fine del capitalismo come ineluttabile deriva da un’incomprensione dettata da un certo positivismo e da un certo evoluzionismo politico (nato da un mal compreso e mal digerito evoluzionismo scientifico) molto diffusi nel XIX secolo. Questo approccio “scientista” ed “evoluzionista” diede il là a una deformazione del pensiero di Marx che ha origine già dalle opere di Engels:

In primo luogo, nella Dialettica della natura, il punto centrale del materialismo di Marx – e cioè il carattere sociale dell’uomo – tende a scomparire: l’uomo appare qui come il più alto frutto dell’evoluzione della materia. Con questo scivolamento anche la società può essere vista come un frutto della materia, si apre così la strada al materialismo dialettico di Stalin.[5]

Altro tema che Ferrero affronta in modo originale e (dal mio punto di vista) molto condivisibile, è quello della religione. La frase “la religione è l’oppio dei popoli” è una delle più conosciute e abusate di Marx. Ma possiamo davvero pensare che essa sia una sorta di invito all’ateismo? Secondo Ferrero la cose stanno diversamente. Tanto per cominciare la citazione corretta è più complessa:

La religione è il singhiozzo della creatura oppressa, è il sentimento di un mondo senza cuore, è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla propria condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni.[6]

La religione è quindi conseguenza della sofferenza e provoca (può provocare) un’alienazione, un distacco dalla realtà. Il superamento di tale alienazione è dunque il superamento della sofferenza originaria. E ciò è ben diverso dal semplice ateismo. In sostanza:

Il centro del discorso non è la religione ma il fatto che questa è un segnalatore della sofferenza del popolo e della sua incapacità/impossibilità di uscire dalla sofferenza con una propria azione consapevole e collettiva, con la lotta di classe.

La discussione se Dio esiste o non esiste è in sé completamente idealistica, non fa avanzare di un millimetro la lotta di classe e al massimo contribuisce a dividere il proletariato con grande godimento dei padroni. Al contrario, l’approccio di Marx, che vede nella religione l’effetto dello sfruttamento, è un punto di vista materialista e pone il problema della costruzione di una efficace lotta di classe al fine di superare la condizione di deprivazione che ha bisogno dell’alienazione religiosa.[7]

Una visione che, aggiungo io, dovrebbe essere condivisa anche dai religiosi: solo eliminando l’alienazione religiosa può emergere il vero sentimento religioso e la vera spiritualità.

L’analisi di Ferrero va però oltre: la religione, in senso marxista, non è solo quella che noi abitualmente definiamo come tale. Religioso è anche l’approccio che la moderna società ha nei confronti di molte cose, come la tecnologia (come abbiamo già visto), il consumismo, il “culto” dei vari capi politici, gli “uomini della provvidenza” a cui molti affidano in modo del tutto fideistico le loro speranze:

La realtà in cui viviamo – che nell’occidente capitalistico si presenta come laicizzata – è in realtà una società religiosissima che vive sulle credenze consolatorie che Marx denunciava.

Per fare un rapido passaggio nella politica nostrana, pensiamo al tipo di domanda e di speranza popolare che vi è sui vari salvatori della patria in Italia.[8]

In conclusione, una nota sullo stile. Sia Ferrero che Morandi scrivono con semplicità, senza però trascurare la precisione, il che rende il libro facilmente comprensibile a tutti e di piacevole lettura.

Un libro prezioso, da leggere con attenzione.

Enrico Proserpio


[1] Paolo Ferrero, Bruno Morandi, “Marx oltre i luoghi comuni”, edizioni DeriveApprodi, 2018, pagina 82.

[2] Paolo Ferrero, Bruno Morandi, “Marx oltre i luoghi comuni”, edizioni DeriveApprodi, 2018, pagina 84.

[3] Paolo Ferrero, Bruno Morandi, “Marx oltre i luoghi comuni”, edizioni DeriveApprodi, 2018, pagine 88 – 89.

[4] Paolo Ferrero, Bruno Morandi, “Marx oltre i luoghi comuni”, edizioni DeriveApprodi, 2018, pagina 96.

[5] Paolo Ferrero, Bruno Morandi, “Marx oltre i luoghi comuni”, edizioni DeriveApprodi, 2018, pagina 184. Corsivo del testo originale.

[6] Karl Marx in Paolo Ferrero, Bruno Morandi, “Marx oltre i luoghi comuni”, edizioni DeriveApprodi, 2018, pagina 217.

[7] Paolo Ferrero, Bruno Morandi, “Marx oltre i luoghi comuni”, edizioni DeriveApprodi, 2018, pagina 218.

[8] Paolo Ferrero, Bruno Morandi, “Marx oltre i luoghi comuni”, edizioni DeriveApprodi, 2018, pagina 219.

Un pensiero riguardo “Marx oltre i luoghi comuni

  • Maggio 15, 2019 in 12:49 pm
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    Salve Sig. Enrico, porto il mio contributo ( personale di anni 65) sulla questione del filosofo K Marx, se ci soffermiamo solo sull’aspetto economico dovremmo parlare di economista e non di filosofo.
    Penso e credo che il pensiero di Marx sia stato usato ad uso e consumo dei vari intellettuali di turno come anche i politici, come hanno fatto con Giordano Bruno.
    Credo che Bruno e Marx hanno sperimentato la propria coscienza uno bruciato l’altro nell’indigenza, dimostrando che non si poteva contraddire la verità che si porta dentro.
    Posso sintetizzare perchè Marx afferma che la religione è l’oppio dei popoli (e secondo me ha ragione) è perchè sa benissimo che la vera religione (gnosi) si manifesta quando l’essere umano ha un minimo biologico di serenità.
    In altre parole la tranquillità economica può permettere alle persone di poter esprimere la propria vocazione, liberi da tutte le pressioni e cercare la vera religione (gnosi) che è conoscenza.
    Sotto una pressione economica l’uomo non riesce neanche a pensare, di fatti il suo pensiero è rivolto prevalentemente al cibo, fonte di sopravvivenza, ma una condizione diversa permette di rivolgere il pensiero o la ricerca spirituale.
    Ricordiamo anche che Marx è stato influenzato dal pensiero millenarista, pensava che in questa epoca si poteva accelerare il processo.
    Grazie
    ,

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