Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita

Ogni volta che si sente parlare di un crimine, soprattutto se violento, si alza il coro dei “punitivisti” che invocano pene esemplari e tolleranza zero. Se poi il colpevole viene condannato a una pena a loro parere troppo leggera, eccoli lamentarsi della presunta “ingiustizia”. Tra questi ci sono anche molti cristiani (o sedicenti tali). Ma siamo sicuri che un simile modo di pensare sia cristianamente accettabile?

A questo tema è dedicato il libro “Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita”, di Eugen Wiesnet (1941 – 1983).

L’autore, sacerdote e gesuita, affronta la questione della pena partendo dalle Scritture e smentendo alcuni stereotipi fin troppo diffusi. La giustizia di Dio (la tsedāqāh) non è una pena retributiva, ovvero data per “far pagare” al colpevole il fio. Nella giustizia biblica non si dà male per male. La legge del taglione (retributiva), che molti pensano essere l’essenza del concetto di giustizia veterotestamentario, è in realtà un “prestito”, un elemento preso dalle culture circostanti e usato, nei primi tempi della vita sedentaria di Israele, per mitigare la ferocia della “vendetta del sangue” in uso presso i nomadi.

La giustizia biblica è basata sul concetto di “alleanza” tra Dio e il popolo eletto. Solo all’interno di questo contesto si può capire l’agire di Dio, il quale punisce quando gli uomini mancano all’alleanza, ma non li abbandona mai, restando sempre fedele al suo impegno verso Israele. Dio è così sempre disposto al perdono e alla misericordia quando il suo popolo si rivolge a lui. La giustizia retributiva non trova spazio in questo schema: per la Scrittura la giustizia è dono di Dio, dono immeritato e immeritabile.

Il Nuovo Testamento riconferma, con la predicazione di Gesù, lo stesso concetto. In essa si riconferma e si pone in evidenza proprio la tsedāqāh, ovvero la giustizia misericordiosa che non mira a punire il peccatore, ma a riconciliarlo con Dio e con la comunità, facendo di lui un uomo nuovo, ri-socializzato.

Proprio l’aspetto di ri-socializzazione e di ri-conciliazione del reo con la società, con le vittime dei suoi atti (e con Dio) è, secondo l’autore, il principio su cui le pene dovrebbero basarsi. Il sistema penale retributivo è ingiusto, poiché aggiunge male al male senza compiere nulla di costruttivo, nulla che possa ricomporre la rottura creatasi con l’atto criminale, reinserendo la persona nella società. Anzi, la pena retributiva peggiora le cose, rendendo ancor più inadatta al vivere sociale la persona. Prova ne sia l’altissima percentuale di recidiva. Per Wiesnet è dunque giunto il momento, per i cristiani, di prendere posizione contro il sistema retributivo per pretendere una giustizia vera, che costruisca e reintegri invece che punire sadicamente:

Finché misericordia, perdono e riconciliazione, sulla scia del tradizionale pensiero occidentale, resteranno estranei al concetto di giustizia, finché la teologia dimenticherà di trasferire dalla dogmatica all’etica penale l’idea fondamentale biblica della giustificazione come dono, e non come effetto di una prestazione, gli impulsi riconciliativi della Bibbia non potranno trovare adeguata espressione. […] Nell’affrontare simili problemi, di grande importanza sociale e religiosa, raramente i cristiani […] si sono trovati all’avanguardia – restando per lo più coinvolti, piuttosto, in «lotte di sbarramento» a strenua difesa dell’ideologia retributiva! L’evoluzione morale ed umana del pensiero penalistico è affidata oggi anche ad una «metanoia» cristiana, ad un mutamento, cioè, nei comportamenti e nelle coscienze, che è tuttora da compiersi.[1]

Il libro è un valido strumento per riflettere sul nostro sistema penale, per cristiani e non. Per quanto derivanti da una visione religiosa e biblica, i valori cardine della visione dell’autore possono essere ritenuti universali. A tal proposito basti dire che le stesse conclusioni le traggono altri autori partendo da premesse del tutto a-religiose (si vedano le recensioni dei libri “Aboliamo le prigioni?” di Angela Davis e “Anarchia e prigioni” di autori vari). Nonostante il libro sia datato (la prima edizione è del 1980), questo trattato resta di estrema attualità, anche perché l’”ideologia retributiva” è oggi sempre più forte a causa dei discorsi di certa politica e di certo giornalismo, che sfruttano la paura della gente per i propri interessi (sulla pelle delle frange più deboli della popolazione).

Unico difetto, se così vogliamo dire, del libro è la mancanza di una riflessione sui rapporti tra l’idea di retribuzione e gli interessi del potere. A esso l’autore accenna solo una volta, quasi per caso, senza però trarre ulteriori conseguenze. Eppure molti elementi storici analizzati nel testo (dall’atteggiamento legalista e formalista del tardo giudaismo, alla svolta retributiva della chiesa nel tardo medioevo) sono evidentemente connessi con la questione del potere e con le questioni di classe.

Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita” è in ogni caso un libro da leggere, ingiustamente poco conosciuto, che affronta uno dei più grandi e più ignorati problemi dei nostri tempi.

Enrico Proserpio


[1] Eugen Wiesnet, “Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita”, Giuffrè editore, 1897, pagina 170.

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