Le mie ragioni del sì al taglio dei parlamentari

Il referendum sul taglio dei parlamentari si avvicina e la discussione tra sostenitori del “” e sostenitori del “no” si scalda sempre più. Come avrete intuito dal titolo dell’articolo, chi scrive voterà “sì”. Onde evitare, però, di essere confuso con un grillino, un piddino o, peggio, con un leghista, credo sia opportuno chiarire le ragioni della mia scelta.

Partiamo da una delle ragioni addotte dai sostenitori del “no”: tagliando il numero di parlamentari, si taglierebbe la democrazia (il PD definiva il taglio “assassinio della democrazia” prima di allearsi con il M5S e cambiare opportunamente idea). Personalmente credo che pensare che la democrazia dipenda da quanta gente c’è in parlamento sia una cosa sciocca e superficiale. Davvero pensiamo che si possa definire “democrazia” un sistema dove si votano, una volta ogni cinque anni, dei candidati scelti dall’alto, sulla base di programmi scelti dall’alto, con leggi elettorali create ad hoc per escludere i partiti più piccoli (evitando così di avere in parlamento persone critiche verso il sistema di potere)? Davvero pensiamo che basti questo per dire che “la sovranità appartiene al popolo”? Considerando poi che i nostri cosiddetti “rappresentanti”, una volta eletti, non hanno nessun vincolo di mandato e possono, quindi, mancare alle promesse fatte senza problema, il quadro è completo. Se poi non bastasse, si vada a vedere quante volte il parlamento ha tradito i risultati dei referendum (espressione, anche se molto vincolata e ristretta, della volontà popolare), o le tante proposte di legge di iniziativa popolare rimaste nel cassetto e nemmeno discusse dai nostri “rappresentanti”. Non possiamo poi stupirci se ogni due per tre un politico se ne esce dicendo che “il parlamento è sovrano”. Come dargli torto? Anche se nella costituzione c’è scritto che la sovranità appartiene al popolo, nella realtà il potere decisionale appartiene al parlamento che lo applica nella totale noncuranza della volontà del popolo “sovrano”. Ed è la stessa costituzione a determinare questa situazione, perché in barba alle dichiarazioni d’intenti dei primi articoli (dalla sovranità popolare, all’uguaglianza di tutti i cittadini), l’assetto istituzionale che essa stabilisce (la cosiddetta “democrazia rappresentativa”) è, di fatto, un sistema atto a limitare, se non a escludere del tutto, la possibilità di intervento decisionale del popolo, nonché un sistema in sé classista.

La “democrazia rappresentativa” è la rappresentazione politica del capitalismo. Le dinamiche con cui funziona sono le stesse del “mercato”: le idee sono merce che il partito-azienda vende e il consenso (espresso con il voto) è la moneta con cui la merce è pagata. Come le aziende, i partiti hanno come interesse primario quello di acquistare e accumulare la moneta-consenso per avere potere e per farlo utilizzano la propaganda, cercando di far credere al cittadino-consumatore che le loro idee sono le migliori e che il loro scopo è il suo bene e la sua soddisfazione. Sia chiaro, non intendo dire che tutti i politici siano degli approfittatori, che sono tutti marci, corrotti e ladri. Ci sono certamente persone in assoluta buona fede, che agiscono in nome di un ideale. Ma queste persone difficilmente faranno carriera e giungeranno in parlamento, perché esattamente come nelle aziende, il clima di concorrenza e competizione (che esiste sia tra i partiti che tra i vari politici all’interno del partito) avvantaggerà i più furbi, i più spregiudicati, perfino i più leccaculo (mi si perdoni il francesismo) e non i migliori. E questi personaggi saranno sempre pronti a tradire ogni ideale e ad adattarsi a ogni cambiamento pur di mantenere il potere. L’abbiamo visto, per fare un esempio, all’inizio degli anni ’90 quando, caduto il muro di Berlino e il blocco comunista, gran parte dei parlamentari del PCI si affrettarono a trasformarsi in “democratici di sinistra”, mettendosi al servizio della borghesia capitalista. Non tutti lo fecero, certo (quelli che non si adattarono costituirono il Partito della Rifondazione Comunista). Ma resta il fatto che la maggior parte dei “compagni” si dimostrarono solo dei carrieristi interessati unicamente (o quasi) al loro proprio interesse. Si vide, insomma, che per ogni Enrico Berlinguer, c’erano dieci Massimo D’Alema. Si capisce bene, dunque, perché, nelle “democrazie rappresentative” occidentali la rivoluzione “oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente”, per dirla con Giorgio Gaber. Lascia quindi piuttosto perplessi il fatto che i pochi comunisti rimasti in Italia si battano ora per difendere lo stato borghese, sostenendo la necessità di mantenere un elevato numero di parassit… parlamentari. Un tempo i comunisti sapevano distinguere la vera democrazia, il vero “potere del popolo” dalle menzogne capitaliste.

Un altro punto importante da chiarire è la questione delle elezioni, che oggi sono quasi universalmente identificate come il tratto distintivo della democrazia e come l’unico strumento per stabilire una giusta rappresentanza. In origine le elezioni furono introdotte perché si riteneva che avrebbero portato al potere gli elementi migliori della società. Che questo non sia vero, lo abbiamo già visto. Ma i primi sostenitori dell’attuale sistema di rappresentanza elettorale, ovvero i padri fondatori degli Stati Uniti d’America, non avevano nessuna intenzione di introdurre la democrazia. Anzi! Così diceva John Adams, secondo presidente degli USA:

Ricordate che una democrazia non dura mai a lungo. Non tarda a sfiorire, si esaurisce e causa la sua stessa morte. Non si è ancora mai avuta una democrazia che non si sia suicidata.[1]

E James Madison, quarto presidente, vedeva della democrazia:

“uno spettacolo pieno di guai e di dispute” generalmente destinato a una “morte così violenta quanto la sua vita era breve”.[2]

Col tempo, però, la borghesia è riuscita a far credere al popolo che questa roba fosse “democrazia” e che le politiche capitaliste e filo-borghesi fossero il suo bene. L’introduzione del suffragio universale ha suggellato definitivamente questa menzogna, facendo credere al popolo di contare qualcosa.

La realtà è che il voto è solo un sistema di scontro fra poteri, fra partiti-azienda per cui il popolo è solo terreno di caccia dove guadagnare consenso, con ogni mezzo, anche (e forse soprattutto) mentendo spudoratamente. Il tutto anche grazie a un sistema di informazione altrettanto interessato unicamente al profitto, a fare sensazione e a guadagnare condivisioni, e sempre meno interessato a fare informazione e a diffondere consapevolezza della realtà. I media diventano quindi ottimi strumenti di propaganda faziosa e fasulla, adattissimi per indottrinare il loro pubblico di riferimento, creando una percezione della realtà che è ben lontana dalla realtà vera. Basti vedere la spropositata percezione della delinquenza che c’è nel nostro paese nonostante sia uno dei paesi più sicuri al mondo, o il proliferare di notizie false, spesso cavalcate dalla politica, che influenzano non poco l’opinione pubblica.

Altro strumento non poco importante per l’esclusione del popolo dal processo decisionale è la legge elettorale. Esempi eccezionali sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti, le cui leggi elettorali sono create per mantenere al potere solo due partiti, praticamente identici per quel che riguarda gli interessi del potere politico ed economico e diversi solo in quelle cose che non toccano gli interessi del potere (ma che comunque possono essere importanti per molte persone) come i diritti civili. Al capitale non interessa se i gay si sposano o meno, per fare un esempio. Per questo al popolo è permesso decidere in merito (sempre fino a un certo punto) col voto. In Italia la cosa è più sfumata, ma comunque le varie leggi elettorali degli ultimi decenni sono state create in modo da escludere i partiti minori (in senso unicamente numerico), unici portatori di qualche idea di reale cambiamento, in nome di una “governabilità” che significa solo conservazione del potere e dello status quo. I pochi spazi di democrazia che c’erano un tempo grazie all’esistenza di una serie di associazioni e di gruppi di pressione (sindacati, associazioni politiche…) e di una grossa base di attivisti iscritti ai partiti, si sono ormai erosi, ingoiati da una delusione sconsolata e da un individualismo sempre più sfrenato che hanno distaccato quasi completamente il popolo dalla politica. I partiti, poi, si sono sempre più allineati a destra, schierandosi tutti a favore del pensiero unico capitalista. Abbiamo così una destra liberista e conservatrice-fascista e una pseudo-sinistra liberista e liberale (ma con moderazione, sennò i cattolici non li votano). Un sistema davvero “democratico”, non c’è che dire…
Vorrei aggiungere che per avere una democrazia vera il voto non è necessario. Ci sono altri modi per stabilire una rappresentanza e ci sono diversi possibili meccanismi di partecipazione diretta ai processi decisionali. Faccio solo l’esempio del Burkina Faso di Thomas Sankara (che governò dal 1983 al 1987), il quale aveva istituito in ogni villaggio dei comitati per raccogliere la volontà popolare sui vari temi per far partecipare il popolo in modo diretto. C’era quindi più democrazia lì, nonostante il governo fosse giunto al potere con un colpo di stato e non ci fossero state elezioni, che non nell’Italia di oggi, perché la democraticità di un sistema la si stabilisce dalla misura e dalla possibilità di partecipazione del popolo ai processi decisionali e non dal numero di “rappresentati” che ci sono in parlamento.

Sul tema delle alternative ai sistemi elettorali consiglio il libro “Contro le elezioni” di David van Reybrouck, edizioni Feltrinelli, dal quale sono tratte le citazioni dei fondatori degli USA sopra riportate, non potendo approfondire più di tanto il tema in questa sede.

Concludendo, potete ben comprendere che, in un quadro del genere, il numero di parlamentari è per me del tutto irrilevante e anche un risparmio relativamente piccolo (ma comunque non irrilevante come vogliono far credere i sostenitori del “no”) è ragione sufficiente per votare “sì”.

Enrico Proserpio


[1] Si veda: David van Reybrouck, “Contro le elezioni”, edizioni Feltrinelli, 2015, pagine 69 – 70.

[2] Ibidem.

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