Considerazioni sulla proposta di legge Zan

Questo articolo è uscito sulla rivista “Il Simposio”, nel numero di agosto 2020 dal titolo “La libertà del sole”. Per chi voglia comprarlo, questo è il link:

La libertà del sole

In questi giorni il mondo lgbtqia italiano è preso dall’entusiasmo per la proposta di legge contro l’omotransfobia presentata dall’onorevole Zan (PD), entusiasmo che riteniamo decisamente ingiustificato e fuori luogo. Se la legge dovesse passare, sarebbe sicuramente un passo avanti, ma si tratterebbe di un passo molto piccolo e incerto.

Presentata come compendio delle due precedenti proposte (una dello stesso Zan e l’altra del M5S), il testo abbandona quasi tutto ciò che di interessante c’era per ridurre le richieste al semplice ampliamento della legge sui crimini d’odio anche a quelli basati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere (oltre che ai reati d’odio basati sull’abilismo). Dell’idea, presente nella proposta grillina, di incaricare l’ISTAT di fare periodiche statistiche dei reati a sfondo omotransfobico (che avrebbe dato l’idea del fenomeno in modo incontrovertibile, disarmando coloro che sminuiscono questi crimini con la retorica del “caso isolato”) non c’è più traccia. Allo stesso modo è scomparsa l’idea di creare centri antiviolenza sul territorio per dare un reale aiuto alle vittime di omotransfobia. Restano solo le aggravanti per chi commettesse reati d’odio e una generica condanna dell’incitazione che, temiamo, resterà lettera morta anche qualora venisse approvata (basti vedere come vengono costantemente disattese le leggi contro la rifondazione di partiti fascisti e l’apologia di fascismo). Non c’è un solo accenno all’assistenza alle eventuali vittime (magra consolazione sapere che il proprio aggressore farà qualche mese di carcere in più, o dovrà pagare una multa, se poi si viene lasciati soli) e, soprattutto, non c’è nulla di preventivo: non un accenno a campagne educative nelle scuole, o sui media di stato, nulla contro i discorsi omotransfobici, nulla contro le terapie riparative. Si punisce solo (e con una multa non poi così pesante) l’incitazione all’odio e alla violenza e, sinceramente, ci sembra davvero troppo poco. Ma se pensiamo al fatto che il PD ha appena votato (insieme alle destre) il finanziamento delle scuole paritarie (per lo più cattoliche), capiamo facilmente il perché la proposta di legge sia stata ridotta a una cosuccia poco più che simbolica.

Perfino nei termini usati il relatore dimostra di essere arretrato rispetto al dibattito attuale: il testo parla di persone “lgbti”, escludendo asessuali e queer. E per fortuna che i piddini sono “progressisti”…

La questione dei crimini d’odio (non solo omotransfobici) pone una questione di rilevanza fondamentale riguardo la “neutralità” dello stato. Negli ultimi decenni, da quando cioè il pensiero liberal-capitalista è divenuto, di fatto, pensiero unico, si è imposta l’idea (almeno nei sostenitori delle pseudo-sinistre) che le istituzioni debbano essere neutrali da un punto di vista ideologico e, soprattutto, etico[1]. Si tratta, in realtà, di uno dei tanti meccanismi ideologici (nel senso più deteriore del termine) che il sistema socio-economico-politico capitalista ha per conservare lo status quo. La neutralità, infatti, non è realmente possibile: se restiamo “neutrali” in uno scontro, di fatto ci schieriamo col più forte. Uno stato “neutrale”, quindi, non fa altro che mantenere gli equilibri e le disuguaglianze in essere, giustificandosi con una falsa idea di “libertà” e “pluralismo”. La realtà è che nessuna posizione che lo stato prenda può essere neutrale, perché andrà comunque a impattare diversamente sui vari soggetti a seconda degli equilibri di forza presenti nella società. La stessa cosa vale per le questioni etiche: qualunque scelta fatta dalle istituzioni ha delle implicazioni etiche e la retorica dello stato non-etico serve più che altro a conservare lo status quo e a giustificare scelte moralmente opinabili e ingiuste. Del resto, come possiamo pretendere uno stato non-etico e poi chiedere una legge contro l’omotransfobia che è, per sua natura, una legge etica? La questione non è, evidentemente, se lo stato debba o non debba essere etico, ma quali debbano essere i valori etici di base della società e, di conseguenza, delle istituzioni. Su questo si gioca non solo la legge contro l’omotransfobia (e i crimini d’odio in generale), ma il futuro stesso del mondo: tutte le questioni vitali che oggi si discutono, dalla crisi ambientale alla fame nel mondo, dalla democrazia all’immigrazione sono, in definitiva, una questione di valori. Anche il riscaldamento globale, che potrebbe sembrare una questione solo materiale, “tecnica”, che nulla ha a che fare con i valori, è invece una questione principalmente etica, poiché alla base si tratta di scegliere cosa per noi sia più importante: l’ambiente (e il conseguente benessere di tutti) o l’avidità capitalista (e quindi il lusso e i privilegi di pochi). E questa è una questione etica.

Uno stato non-etico non è quindi possibile e nemmeno auspicabile: uno stato che resta neutrale davanti ai problemi etici sta, di fatto, abdicando al suo più importante compito, permettendo che le ingiustizie (mascherate solitamente da scelte “tecniche” o perfino da “libera scelta”) perdurino. Uno stato del genere non potrà mai fare una legge seria contro l’odio perché dovrebbe prendere posizioni forti, dichiaratamente etiche. Senza considerare che per incidere realmente sulla questione dell’odio bisognerebbe andare a fondo delle questioni, con un approccio interdisciplinare e intersezionale che andrebbe a toccare quei meccanismi socio-economici che sono all’origine delle disuguaglianze. Ma facendolo si toccherebbero anche gli interessi del capitale e della classe dominante. Non bisogna essere dei geni dell’economia per capire che le politiche razziste, per esempio, fanno molto comodo a chi vuole sfruttare i lavoratori, creando un esercito di diseredati da schiavizzare e da usare come arma di ricatto verso gli altri lavoratori. Allo stesso modo l’omotransfobia è un utile spauracchio per distrarre l’attenzione dai veri problemi della società, paventando fantomatiche teorie gender e complotti per “omosessualizzare” i bambini.

Il problema è radicale e riguarda le basi stesse del nostro sistema. Questo modello di stato (la cosiddetta “democrazia rappresentativa”) non potrà mai fare delle scelte etiche forti, soprattutto riguardo il contrasto all’odio e alle discriminazioni contro le minoranze, per una questione strutturale: finché ci saranno partiti che cavalcano l’odio per avere consenso non sarà possibile fare leggi serie, che non siano solo simboliche. E questi partiti ci saranno sempre, perché l’odio, declinato in modo emotivo, per stimolare la reazione “di pancia” della gente, è uno strumento estremamente funzionale alla conquista del consenso, soprattutto in un mondo affetto da bulimia comunicativa come il nostro. Il meccanismo del consenso è già in sé dimostrazione della natura vera del nostro sistema politico: la “democrazia rappresentativa” è la trasposizione istituzionale e politica delle dinamiche di mercato e ne ha tutti i difetti di base. Le idee politiche (e perfino i valori etici) divengono solo prodotti da vendere e il voto è la moneta con cui il popolo compra l’idea di chi è stato più bravo a farsi propaganda. Come il mercato, anche la politica pone come base la concorrenza, la competizione, invece che porre al centro la collaborazione e la solidarietà, che dovrebbero essere i pilastri di ogni società civile. Come nel mercato, il prodotto e la sua qualità sono unicamente funzionali alla “capitalizzazione”, ovvero alla conquista di spazi di potere (e di seggi in parlamento, nei consigli regionali…) e i valori sono sacrificabili in nome del potere.

La moderna civiltà della comunicazione, poi, ha peggiorato il tutto, trasformando il dibattito politico in una costante campagna elettorale e permettendo a chiunque di diffondere contenuti. Chi ne ha guadagnato è quella destra becera, fascista, che sugli slogan emotivi, cattivi, violenti basa il suo successo. A colpi di tweet e di meme, di sparate sempre più provocatorie e di bugie, questi politici sono riusciti a ribaltare i valori etici della società, trasformando la bontà e la solidarietà (ribattezzate “buonismo”) in vizi e la cattiveria (trasformata in “patriottismo” o “pragmatismo”) in virtù. I media (compresi quelli lgbtqia), in questo, hanno avuto una parte fondamentale, diffondendo con insistenza questi messaggi (a volte appoggiandoli, altre fingendosi scandalizzati), consci del fatto che il “cattivismo” fa audience.

Dall’altra parte, la pseudo-sinistra parlamentare si è sempre dimostrata incapace di contenere l’odio montante, prendendo, a parole, le distanze dalla cattiveria razzista delle destre, per poi fare leggi quasi identiche e basate su quegli stessi disvalori (si veda il decreto Minniti-Orlando o il finanziamento dei lager libici), la qual cosa non ci può stupire, visto che gli interessi ultimi che tutelano destra e pseudo-sinistra sono gli stessi.

Sulla questione dei diritti lgbtqia si notano, invece, alcune differenze, ma solo su quelle cose che non toccano direttamente gli interessi del capitale (come le unioni civili, per esempio). Questi diritti, però, sono ben poca cosa se non si ragiona sul loro rapporto con le tematiche economiche e lavorative: per pensare di unirsi civilmente, di convivere, di avere magari dei figli (senza entrare nella discussione sui diritti legati alla genitorialità) è necessario avere un minimo di sicurezza economica, sempre meno possibile con un mercato del lavoro precarizzante e lesivo dei diritti dei lavoratori. Se a questo si aggiunge la maggior difficoltà a trovare lavoro e a mantenerlo delle minoranze sessuali, è facile comprendere come il rischio che i diritti rimangano più che altro teorici sia forte. Per esempio, licenziare un dipendente per la sua omosessualità è illegale, ma se il dipendente è precario, all’imprenditore basterà non rinnovare il contratto una volta scaduto, senza nessuna possibilità, da parte del dipendente, di tutelare i suoi diritti.

Un altro problema fondamentale è la perdita di importanza degli organismi di mediazione tra il popolo e le istituzioni (associazioni, sindacati, partiti…) che moderavano i toni e garantivano una certa qualità del discorso politico. La “fine delle ideologie” dell’inizio degli anni ’90 del XX secolo e l’imposizione del pensiero unico capitalista e liberal-liberista (con la riduzione alla marginalità dei movimenti anticapitalisti) ha trasformato i partiti in organi di espressione degli interessi delle élite economiche e di potere e ha sempre più distaccato la politica dalla gente (con tutta la rabbia e la sfiducia verso i politici conseguente). La possibilità, poi, di esprimere le proprie “opinioni” in modo diretto, data da internet e dai social, ha dato sfogo a ogni paura, violenza, cattiveria, volgarità. Al contrario il ragionamento, l’analisi, l’approfondimento sono sempre più ostacolati dai nuovi mezzi di comunicazione che sono strutturati per una comunicazione veloce e breve, adattissima agli slogan delle destre e del tutto inadeguata alle analisi approfondite necessarie ai ragionamenti di sinistra. Un danno che si ripercuote pesantemente anche sulle battaglie lgbtqia, ridotte spesso a una questione di “tifo” per l’una o l’altra parte, senza possibilità intermedie e senza nessuna analisi (si veda il bassissimo livello del dibattito sulla GPA, per esempio). Anche l’associazionismo ha subito negli ultimi anni un impressionante livellamento della cultura politica verso il basso: la gran parte degli attivisti sembra incapace di andare oltre gli slogan e di fare un ragionamento politico serio e un minimo articolato. Un discorso intersezionale, in grado di collegare le tematiche lgbtqia (o il razzismo, il sessismo…) alle questioni economiche è quasi impossibile. Ci siamo così ridotti ad accontentarci di quel minimo sindacale che ci si concede, santificando persone come Monica Cirinnà (la cui legge sulle unioni civili è una delle più arretrate d’Europa), o Alessandro Zan per questa ridicola proposta di legge contro l’omotransfobia, o, peggio, personaggi da sempre vicini alla destra (e anche ad ambienti fascisti) come Giuseppe Sala che si esprimono a favore dei diritti solo per convenienza politica. 

Infine, vorrei tornare sulla questione della competizione, oggi elevata a valore, che è uno dei cardini della cultura capitalista[2]. L’idea che sia giusto competere, che sia giusto (o inevitabile) un mondo dove le persone sono l’una contro l’altra e si debba, per vivere, prevaricare qualcun altro è in sé un abominio e non può che portare a conseguenze pessime. È a causa di questo modo di ragionare che il bullismo si diffonde sempre più (la competizione si traduce in prevaricazione del più debole, come abbiamo detto) e a farne le spese sono soprattutto le minoranze (o chi è percepito come “diverso”). È facile, infatti, che la cultura della concorrenza si traduca in cultura del nemico (oggi sempre più diffusa) che altro non è se non la trasposizione della concorrenza da un livello individuale a un livello di gruppo. Chi è “diverso” rispetto alla definizione identitaria del gruppo di appartenenza (solitamente maggioritario) dell’odiatore diviene un nemico da contrastare, da mettere a tacere, da abbattere a ogni costo[3]. È su questo che puntano i vari Salvini, Meloni e fascisti vari: su una retorica di contrapposizione tra gruppi sociali (lgbtqia contro cis-etero, uomini contro donne, stranieri contro italiani, bianchi contro neri…) per guadagnare consenso facendo leva sulle paure e sulla cattiveria della gente e riuscendo, al contempo, a distrarre l’attenzione dalle vere cause del problema (l’economia capitalista che loro servono) applicando il sempre attuale “divide et impera” di cesariana memoria.

Concludendo, se non affrontiamo le questioni accennate (e sulle quali bisognerebbe discutere ben più lungamente) non potremo mai risolvere il problema dell’odio e dei crimini da esso derivanti. In quest’ottica, l’attuale proposta di legge risulta fondamentalmente inutile perché affronta il problema solo a posteriori punendo (per altro piuttosto debolmente) i reati dopo che sono stati perpetrati, ma non facendo nulla per prevenirli e porre fine all’odio, ignorando del tutto le cause (sia immediate che profonde) del problema. Il fatto che questa legge, quindi, venga o meno approvata, è piuttosto indifferente e l’entusiasmo di gran parte del movimento lgbtqia italiano è dimostrazione della mancanza di consapevolezza e di cultura politica del movimento stesso.

Si spera che in futuro gli attivisti sappiano tornare a fare analisi e ragionamenti approfonditi, imparando a scegliere meglio i loro referenti politici[4] e smettendo di accontentarsi di quel che certa politica si degna di concedere.

Enrico Proserpio


[1] Molti confondono un approccio etico alla politica con l’imposizione di regole morali di matrice per lo più religiosa, il che è, per lo meno, una inopportuna semplificazione della questione.

[2] A tal proposito si veda il libro “Come potremmo vivere” di William Morris (1834 – 1896) che già affrontava la questione della concorrenza come violenza.

[3] La cultura del nemico è sempre più diffusa anche nel movimento lgbtqia. Basti citare le tesi transfobiche di certe attiviste lesbiche e “femministe”. Non affronto qui il discorso, riservandomi di farlo in un prossimo articolo.

[4] Alle elezioni politiche del 2018 il programma riguardante i diritti lgbtqia di Potere al Popolo era estremamente avanzato, includendo non solo una legge contro l’omotransfobia e il matrimonio egalitario (con tanto di adozioni), ma anche la questione del cambio di nome senza bisogno di percorso medicalizzato per le persone trans e la tutela dei diritti delle persone intersessuali. Gli attivisti lgbtqia, però, hanno preferito le pseudo-sinistre parlamentari, accontentandosi di quel poco che queste propongono in nome di un qualunquista “voto utile”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.