Foibe. Una storia d’Italia

In questi anni si è sempre più affermata una retorica revisionista e anticomunista basata sulle foibe, le cavità carsiche nelle quali, durante la seconda guerra mondiale, furono gettati i cadaveri di centinaia di persone. Secondo la vulgata oggi in voga, si tratterebbe di migliaia (secondo Paolo Mieli addirittura di un milione) di persone uccise e infoibate dai partigiani titini solo in quanto italiane, in un’operazione di “pulizia etnica” basata solo sull’odio razziale. Ma è proprio vero tutto ciò?

A questa domanda risponde il libro “Foibe una storia d’Italia” di Jože Pirjevec, edizioni Einaudi. Il libro raccoglie, in realtà, diversi studi di cui quello di Pirjevec (che dà il titolo al libro) è il più lungo e completo. Ci sembra però corretto citare anche gli autori degli altri, più brevi, contributi, che danno comunque dati utili: Gorazd Bajc, Darko Dukovski, Guido Franzinetti, Nevenka Troha. Purtroppo oggi il libro è difficile da trovare, ma se ne possono trovare copie in vendita su ebay o altre piattaforme che vendono libri usati.

La copertina del libro

Il libro tratta la questione delle foibe partendo dal contesto storico e sociale della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, narrandone la storia (seppur per sommi capi) fin dai tempi dell’occupazione veneta nel XVIII secolo. Vediamo così che buona parte di quei territori (Dalmazia e Istria in particolare) non sono mai state realmente italiane, poiché la popolazione era quasi completamente formata da slavi (sloveni, croati…). La minoranza italiana, però, deteneva il potere e trattava gli slavi come inferiori, “barbari”. Interessante è vedere il cambiamento nel modo di concepirli che c’è stato tra XIX e XX secolo (simile a quello che ci fu negli USA riguardo ai neri dopo la liberazione degli schiavi, come narra Angela Davis in “Aboliamo le prigioni?”. Ai tempi della Serenissima gli slavi erano visti come degli stupidotti dal buon carattere, felici di essere sottomessi ai più “civili” italiani. Al pregiudizio etnico si aggiungeva anche quello dei cittadini (la minoranza italiana era per lo più residente nelle città) nei confronti dei “campagnoli” (per lo più slavi). Per questo essi riscuotevano un certo interesse presso le élite borghesi liberali europee che vedevano nello slavo un’incarnazione del mito del “buon selvaggio”, assai diffuso all’epoca. Le cose però erano destinate a cambiare:

L’interesse e la simpatia per il mondo slavo che la cultura italiana ed europea avvertirono nell’età dei lumi e nel primo Ottocento erano destinati a venir meno inopinatamente durante la rivoluzione del 1848. Gli slavi, dai russi ai croati, si dimostrarono troppo spesso e troppo volentieri sostenitori dell’ancien régime, per conservare agli occhi dei liberali dell’Europa occidentale quell’aura di infantile innocenza che era stata loro attribuita. Nell’area adriatica nord-orientale, poi, approfittando degli spazi di libertà aperti dal moto rivoluzionario da cui fu scossa la monarchia asburgica, essi si presentarono sulla scena pubblica con programmi politici e progetti propri e richieste nazionali che rappresentavano grave minaccia al potere della borghesia di lingua italiana insediata nel litorale.[1]

Il “buon selvaggio” divenne in breve, nell’immaginario del borghese italiano, un feroce barbaro, incivile e violento, pronto a cogliere qualunque occasione per danneggiare i “civili” italiani. Questo pregiudizio si protrasse fino al fascismo, dove incontrò il favore dell’ideologia razzista e nazionalista di stato. Il fascismo, per due decenni, perpetrò violenze e ingiustizie contro le popolazioni slave, vietando l’uso della loro lingua (molti furono percossi, arrestati e perfino uccisi solo per aver parlato in lingua slava) e togliendo beni e terreni agli slavi (con accuse fittizie di evasione fiscale, o di altre cose simili) per darli agli italiani collusi col regime.

È nei periodi tra l’armistizio (8 settembre 1943) e la fine della guerra nel 1945 che ci furono gli infoibamenti. Nel 1943, nel breve periodo tra l’armistizio e l’arrivo delle truppe tedesche in quei territori, diversi fascisti furono arrestati, processati e giustiziati. I corpi furono gettati nelle foibe, anche per la fretta che i partigiani (non solo titini, ma anche italiani) avevano di agire, spinti come erano dall’avanzamento nazista. I processi furono senza dubbio sommari (come sempre accade in guerra) e furono diversi i casi di persone uccise (anche da non partigiani) per regolare conti, o per motivi di semplice delinquenza. Alcune delle vittime forse non avrebbero meritato di essere giustiziate poiché, seppur fascisti, non avevano avuto parte diretta nei crimini del regime, ma, comunque, i motivi delle esecuzioni furono politici e non etnici. Prova ne sia il fatto che molti soldati italiani sbandati furono aiutati a fuggire verso l’Italia, dando loro vestiti “borghesi” (se fossero stati arrestati con la divisa sarebbero finiti dritti davanti a un plotone di esecuzione, o in un lager nazista) e indicando loro i sentieri meno battuti o, ancora, dando loro passaggi via mare. Anche i numeri non sono grandi come quelli che si van sciorinando in questi tempi. Si parla di poche centinaia di persone e non di decine di migliaia. Inoltre, non tutti i corpi gettati nelle foibe furono vittima dei partigiani. Tra loro ci sono anche i corpi di soldati tedeschi e di vittime dei nazisti (tra cui anche dei partigiani). Infine, diverse vittime non erano italiane, ma slave, e furono scambiate per italiane in un primo momento poiché il regime fascista aveva italianizzato i cognomi.

Discorso più complesso è quello del 1945, dove molte esecuzioni furono dovute ai giochi di potere tra la Jugoslavia di Tito, l’Italia e gli alleati. Su quei giorni (soprattutto sui quaranta giorni circa di occupazione jugoslava di Trieste) c’è parecchia confusione e le testimonianze sono spesso contraddittorie e fortemente influenzate dalla posizione politica del testimone. In ogni caso, anche qui, i morti non furono tanti come vorrebbero i revisionisti e la motivazione non fu razziale.

Senza entrare troppo nel particolare, vorrei accennare a due casi specifici che sono particolarmente importanti nella retorica istituzionale odierna. Il primo è quello della foiba di Basovizza dove, secondo le voci, sarebbero stati buttati migliaia di corpi di italiani uccisi per odio etnico. In realtà nel pozzo minerario di Basovizza furono gettati i corpi di circa centocinquanta soldati tedeschi (e di un solo civile) morti nelle vicinanze durante gli scontri e gettati lì per ragioni igieniche. Il pozzo fu usato, in sostanza, come fossa comune. Gli alleati lo usarono poi come discarica dove gettare materiale bellico in disuso. Sui presunti infoibamenti a Basovizza del 1945, che sarebbero stati eseguiti dagli jugoslavi, ci sono solo voci e nessuna prova. Nonostante ciò, lo stato italiano non ha esitato a trasformarla in monumento nazionale dove celebrare ogni anno le inesistenti vittime italiane gettate lì dentro.

L’altro caso è quello di Norma Cossetto, ragazza uccisa nel 1943 e infoibata, a cui oggi vengono dedicate vie e piazze e a cui è stata data una medaglia d’oro alla memoria come “martire” dell’odio contro gli italiani. La realtà, anche qui, è ben diversa:

Nella penultima foiba esplorata, quella di Villa Surani (Šurani), fu recuperata, tra ventisei salme estratte, anche quella di una studentessa dell’Università di Padova, Norma Cossetto, figlia di un possidente nonché ex segretario del Fascio e podestà di Santa Domenica di Visinada. A sua volta fervente mussoliniana, iscritta alla scuola di mistica fascista e colpevole di aver respinto l’offerta dei partigiani di collaborare con il Movimento di liberazione, essa era destinata a diventare la più nota fra le poche donne finite in quel tragico modo, oggetto di «incontrollate fantasie e presunte testimonianze». Per quanto, nel momento del recupero, il suo cadavere fosse trovato intatto e ben conservato, sebbene nudo, come testimoniò il capitano Harzari, ben presto si diffuse la voce che prima di morire fosse stata brutalmente violentata e seviziata. Prima di gettarla nella foiba, secondo una testimonianza, le amputarono anche i seni. O peggio ancora: chiusa in una stanza, sarebbe stata violentata da 17 partigiani slavi, crocifissa a una porta e impalata.

Su richiesta della sorella Licia i tedeschi arrestarono a metà ottobre 13 giovani indicati da quest’ultima come i colpevoli della morte di Norma e del padre, caduto in uno scontro con i partigiani nel tentativo di liberare la figlia con l’assistenza di un gruppo armato. Senza prove né giudizio essi furono massacrati e gettati in foiba, dopo essere stati rinchiusi per una notte intera in una cappella con la morta ormai in decomposizione, per cui tre impazzirono.[2]

La totale infondatezza dei truci racconti sulla morte della Cossetto non ha impedito all’allora presidente della repubblica Carlo Azelio Ciampi di conferirle la medaglia d’oro al valore civile alla memoria:

[…] con la motivazione: «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e amor patrio».[3]

Concludo segnalando il breve contributo (una decina di pagine) di Guido Franzinetti, che verte sulle ragioni politiche e sullo sviluppo della propaganda revisionista sulle foibe nella seconda repubblica. Egli nota come tale retorica non sia solamente di destra, ma bipartisan e anzi spesso cavalcata anche dai partiti di sinistra. Lo studioso vede in essa uno strumento di potere, atto a “ripulire” la reputazione dei partiti da un passato scomodo.

A destra, infatti, le foibe permettono di far passare i fascisti come “vittime” ed equiparare il comunismo (titino in questo caso) al nazifascismo, attraverso un meccanismo di “olocaustizzazione”, paragonando cioè le uccisioni delle foibe all’olocausto nazista, nonostante si tratti di due fenomeni che, sia per numero di vittime, che per modalità e motivazioni di esecuzione, non possono essere in alcun modo equiparati.  

A sinistra, invece, dopo la caduta dei regimi comunisti la retorica delle foibe è servita ai reduci del partito comunista (PDS, DS, Ulivo, Progressisti, PD…) per prendere le distanze dal comunismo e reinventarsi politicamente. Politici, giornalisti, intellettuali, editori “di sinistra” hanno così sposato una retorica di estrema destra in modo acritico, pur di salvare la loro posizione.

Il revisionismo di stato è poi entrato nelle scuole e nelle case della gente (la RAI ha trasmesso una miniserie sulle foibe dal titolo “Il cuore nel pozzo” e il film “Red land” sulla storia di Norma Cossetto). Un segno chiaro di ciò sono le gite scolastiche alla Risiera di San Sabba, campo di concentramento nazista della Venezia Giulia che sono spesso unite alla visita alla già citata foiba di Basovizza, equiparando così due cose totalmente diverse. Lo stato italiano, nonostante sia stata istituita negli anni ’90 una commissione italo-slovena per indagare la verità storica delle foibe (dai lavori della quale derivano gli studi pubblicati nel libro qui recensito e della quale si può scaricare la relazione cliccando qui), continua a preferire la falsa vulgata neofascista, rendendosi complice di una grandissima vergogna. E non si pensi di giustificare questa operazione (cosa che parecchi fanno) con l’esigenza di costruire un “sentimento nazionale condiviso”, perché un sentimento nazionale non si può basare sulle falsità e sul revisionismo (per altro con chiare tinte razziste). Una nazione che non sia in grado di guardare la verità in faccia e di ammettere le proprie responsabilità storiche (i crimini fascisti da cui le foibe derivano vengono ignorati) non può che finir male.

Un libro da leggere e da far leggere, soprattutto ai giovani, affinché non credano alle menzogne del potere.  

Enrico Proserpio


[1] Jože Pirjevec, Foibe una storia d’Italia, edizioni Einaudi, Torino, 2009, pagina 6.

[2] Jože Pirjevec, Foibe una storia d’Italia, edizioni Einaudi, Torino, 2009, pagine 54 – 55.

[3] Jože Pirjevec, Foibe una storia d’Italia, edizioni Einaudi, Torino, 2009, pagina 55.

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