Il mito della crescita verde

Da anni economisti, politici, grandi aziende parlano di “green economy”, “crescita verde”, “sviluppo sostenibile”. Ma è davvero possibile continuare a crescere all’infinito in modo sostenibile?

Questo è il tema del libro “Il mito della crescita verde”, Lu::Ce edizioni, di Timothée Parrique, François Briens, Christian Kerschner, Alejo Kraus-Polk, Anna Kuokkanen, Joachim H. Spangenberg.

Il libro parte dal concetto di “disaccoppiamento” che sta alla base delle attuali teorie sullo sviluppo sostenibile. Per disaccoppiamento si intende la separazione tra due variabili che prima erano, invece, dipendenti l’una dall’altra. Nello specifico, le politiche economiche volte a ottenere la crescita verde dovrebbero separare, disaccoppiare, la crescita economica (ovvero l’aumento del PIL) dall’impatto ambientale. Gli autori dimostrano, però, che non è possibile, per almeno sette motivi:

  • La delocalizzazione dei costi;
  • I cambiamenti tecnologici insufficienti e inadeguati;
  • Il potenziale limitato del riciclo;
  • L’impatto sottovalutato dei servizi;
  • Lo spostamento dei problemi;
  • L’effetto rimbalzo;
  • L’aumento delle spese energetiche;

La delocalizzazione dei costi. I disaccoppiamenti parziali osservati talvolta nelle economie sviluppate sono, in realtà, illusori poiché derivano dallo spostamento (delocalizzazione) delle attività inquinanti (e quindi dei costi ambientali) in altri paesi. La Cina, per esempio, è diventata uno dei paesi più inquinanti al mondo proprio per la delocalizzazione di molte attività europee sul suo territorio.

I cambiamenti tecnologici insufficienti e inadeguati. Il mito dell’avanzamento tecnologico che ci salverà dall’inquinamento grazie all’efficienza e alla sostenibilità dei nuovi prodotti è uno dei miti che vanno per la maggiore tra i sostenitori dello sviluppo sostenibile. La realtà però è molto diversa: prima di tutto l’avanzamento tecnologico è troppo lento per risolvere i crescenti problemi ambientali e, secondariamente, la ricerca tecnologica punta più a soddisfare la sete di profitto delle aziende e il consumismo che a risolvere le questioni dell’ambiente.

Il potenziale limitato del riciclo. Un altro mito sempre più diffuso è quello dell’”economia circolare”, che sostiene la possibilità di creare un’economia che riutilizza i rifiuti, gli scarti, come nuove materie prime, riducendo o annullando la necessità di estrarre nuove materie da miniere, foreste ecc. Anche qui si tratta di un mito infondato. Tanto per cominciare i materiali non possono essere riciclati all’infinito, ma solo alcune volte a causa del degrado che subiscono. Inoltre, il processo di riciclo implica l’utilizzo di materie prime (energetiche e non solo) nuove e non riciclabili. Infine, anche se fosse possibile riciclare i materiali all’infinito, questi non potrebbero bastare a sostenere un’economia in crescita che avrebbe bisogno di una quantità sempre maggiore di materie prime.

L’impatto sottovalutato dei servizi. Alcuni sostenitori della crescita sostengono che essa possa avvenire senza consumare più materie prime se la crescita stessa fosse basata su un aumento del terziario (il settore dei servizi). Costoro dimenticano che anche i servizi si appoggiano su beni materiali (edifici in cui svolgere le attività, consumo energetico connesso, prodotti che vengono consumati durante l’attività…) e che i servizi si aggiungono alla produzione materiale e non la sostituiscono. Il loro impatto ambientale, quindi, è tutt’altro che irrilevante.

Lo spostamento dei problemi. Molte delle soluzioni “ecologiche” adottate dall’economia attuale non risolvono i problemi ambientali, ma li spostano altrove. La produzione di macchine elettriche, per esempio, aumenta il consumo di materiali come litio, rame e cobalto. Se da una parte, quindi, riducono un problema (il consumo di petrolio), dall’altra ne creano di nuovi, o ne aumentano di già esistenti.

L’effetto rimbalzo. Conosciuto anche come “paradosso di Jevons”, esso consiste nell’aumento di consumo (e quindi di inquinamento) dovuto all’introduzione di tecnologie meno impattanti e più efficienti. Un’automobile che consuma meno può, per esempio, indurre a un maggior uso della macchina stessa (rimbalzo diretto) oppure il denaro risparmiato può essere speso in attività altrettanto se non più inquinanti, come viaggi in aereo, o l’acquisto di una maggior quantità di prodotti (rimbalzo indiretto). Infine, ci possono essere effetti strutturali: la maggior efficienza delle automobili può indurre la società e la politica a puntare sul trasporto su strada invece che su altri mezzi più ecologici come il treno, o la bicicletta.

L’aumento delle spese energetiche. Quando si comincia a estrarre una risorsa, lo si fa dalle fonti più facilmente accessibili e nei modi più economici. Col tempo, però, queste si esauriscono e si rende necessario estrarla da fonti e in modi meno economici, diminuendo la resa economica della risorsa e aumentando i costi energetici (e ambientali) dell’estrazione.

Il testo non si limita a citare questi fattori, ma li analizza in maniera seria, citando vari studi e fonti. Infine, gli autori traggono le conclusioni, facendo notare che non si può avere un’economia sostenibile senza diminuire, almeno nei paesi ricchi, produzione e consumi. Bisogna cambiare il sistema economico in modo radicale, a partire dall’immaginario della gente e dei politici, per costruire un mondo migliore, dove lavoro e ricchezza siano redistribuite, un mondo in cui tutti abbiano abbastanza per una vita dignitosa. Non si tratta, quindi, solo di una questione “tecnica”, ma soprattutto di una questione politica e morale. Queste soluzioni sono già state immaginate dai teorici della decrescita felice e ci sono diverse esperienze che vanno in tale direzione e che dimostrano la validità di questo approccio (esperienze che funzionano e che, per questo, sono spesso ostacolate dal potere economico e politico).

Mi fermo qui con la recensione di questo libro, che vi consiglio caldamente di leggere, consigliandovi anche la lettura di altri testi su argomenti simili, alcuni dei quali abbiamo già recensito:

Serge Latouche, La scommessa della decrescita

Maurizio Pallante, La decrescita felice

Francesco Gesualdi, L’altra via

Paolo Cacciari, 101 piccole rivoluzioni

Enrico Proserpio

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