“Cancel culture” e “politically correct”, ovvero l’ennesima mistificazione contro le minoranze

Da quando è scoppiato il movimento del “black live matters”, con le relative rivendicazioni, i detrattori hanno cominciato ad accusare gli attivisti per i diritti delle minoranze di voler “cancellare” tutto ciò che non piace loro e di voler imporre la cultura della minoranza a tutti. Questa retorica si nutre spesso e volentieri di vere e proprie falsità, di fatti alterati, o inventati di sana pianta e del “vittimismo dei privilegiati” che non accettano l’idea di non poter più denigrare gli altri. Inoltre, come sempre fanno certe destre fasciste o fascistoidi, questi “signori” accusano i movimenti per i diritti delle minoranze di voler fare ciò che loro fanno da sempre: cancellare gli altri e discriminare.

Partiamo da alcuni episodi per sviluppare il discorso.

Uno dei casi che più hanno fatto discutere è la presunta censura dei classici, accusati, a detta di certa stampa, di essere “maschi bianchi”. Tutto parte dalla Howard University di Washington, una delle storiche università per afroamericani, che si è vista costretta, per questioni economiche, a chiudere il dipartimento di studi classici (qui un articolo sulla vicenda). I corsi di studio non sono stati eliminati, ma “trasferiti” sotto l’egida di altri dipartimenti. I fatti, però, sono subito stati alterati, fino all’accusa di voler censurare gli autori classici solo perché “maschi bianchi” e quindi, di default, “suprematisti”. Qui vediamo all’opera uno dei classici meccanismi della propaganda delle destre razziste: alterare le accuse dei movimenti per i diritti in modo da creare caos. Gli attivisti di questi movimenti, infatti, non sostengono certo che tutti i bianchi siano suprematisti e razzisti, ma alle destre fa comodo che lo si creda. Per mascherare il loro razzismo e deviare l’attenzione del pubblico (e dei potenziali elettori), devono buttare tutto in caciara, fare caos, diffondere false notizie a destra e a manca per confondere l’opinione pubblica e generare la paura nei confronti dei movimenti per i diritti e l’eguaglianza. Devono, in sostanza, creare l’idea che le minoranze vogliano distruggere la cultura della maggioranza, che vogliano “sostituirla” con la loro, che siano loro i “veri razzisti”. E visto che i fatti dimostrano l’opposto, li alterano. Nel caso citato, la stampa di destra ha trasformato lo spostamento dei corsi in “censura”, le ragioni economiche in “odio verso i maschi bianchi”, dando libero sfogo, come si diceva, al vittimismo. Alcuni, poi, si sono spinti a insinuare che dietro il caso ci fosse la mano di Kamala Harris, vicepresidente degli Stati Uniti, “rea” di essere donna e non bianca e di aver studiato alla Howard University. Basta questo, per testate come “Il Giornale” o l’”Huffington post” per parlare di un complotto ai danni dei bianchi. Inutile dire che la cosa è stata cavalcata da diversi politici che nella paura e nelle divisioni sociali vedono un fertile terreno di raccolta di consenso. Raffaele Fitto e l’immancabile (quando si tratta di sputare bugie a sfondo razzista) Matteo Salvini, per citarne solo un paio, hanno commentato scandalizzati l’inesistente censura. Con buona pace della verità dei fatti, la quale, oggi, pare essere sempre più irrilevante.

Altro caso simile è quello della censura (anche questa volta presunta) di alcune scene dai cartoni animati della Disney (qui un articolo). Che molti di questi cartoni, soprattutto i più datati, contengano stereotipi di stampo razzista non è un segreto. Anche i cartoni animati derivano dalla cultura della società in cui vengono creati e che la società americana fosse fortemente razializzata e discriminatoria è la pura e semplice realtà storica. Le scene che propongono stereotipi, però, non sono state eliminate, come si vorrebbe far credere. La Disney ha semplicemente messo all’inizio dei cartoni una scritta che avverte della presenza di stereotipi. Inoltre ha ricatalogato questi vecchi cartoni animati mettendoli tra i consigliati ai maggiori di sette anni. Il che non impedisce, sia chiaro, ai genitori di farlo vedere ai bambini al di sotto di quell’età. Anche qui i fatti sono stati alterati e si sono lette e sentite accorate difese del “diritto di espressione” e dei bambini privati del “diritto” di vedere contenuti razzisti.

Diverso è invece il caso del “bacio di Biancaneve”. Qui il fatto è reale, ma la sua importanza è molto inferiore a quel che le destre dicono. Tutto parte dalla sistemazione di una giostra dedicata alla storia di Biancaneve a Disneyland. La giostra mostrava, in origine, un finale piuttosto truce, nel quale la strega cattiva moriva cadendo da una rupe. Ritenuto troppo violento per le sensibilità odierne (giustamente, diciamo noi), il finale è stato sostituito con il trionfo del bene, ovvero il risveglio di Biancaneve dopo aver ricevuto il bacio. Il “SFGate”, però, decide di far polemica e in un articolo definisce il bacio come “non consensuale” e quindi inopportuno da mostrare. Dove sta la mistificazione? Semplice: nel riportare questa opinione, espressa da un singolo giornalista, come se fosse la posizione ufficiale del movimento femminista. Anche in Italia i giornali hanno, di nuovo, gridato alla censura, alla “cancel culture”, alla “dittatura del politically correct”, al “pensiero unico” senza verificare i fatti (o ignorandoli deliberatamente).

Veniamo ora alla questione delle statue abbattute durante le manifestazioni. Tra queste c’è la statua di Edward Colston (un venditore di schiavi del XVII secolo) a Bristol (Regno Unito), celebrato come “filantropo”. Ovviamente i soliti giornalisti e politici hanno gridato allo scandalo, dicendo che si voleva cancellare la memoria. Ma è proprio così? No. Anzi, è l’esatto opposto. Quel che i manifestanti intendevano fare con quel gesto era ripristinare la memoria, eliminando una statua che cancellava la verità storica e il ricordo delle vittime di questo schiavista. Va chiarito un punto fondamentale: i monumenti non servono a “ricordare”, ma a “celebrare”. Si dedica un monumento a chi si ritiene un modello da seguire. È per questo che in Italia si sono eretti monumenti a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino e non a Totò Riina. La memoria si mantiene raccontando i fatti, studiandoli a scuola e non ergendo statue. Ma questo ai cosiddetti “difensori della libertà d’espressione” attuali non piace. Sono proprio coloro che difendono queste statue a non volere che nelle scuole italiane si studino i crimini che l’Italia ha commesso nelle colonie. Sono proprio loro a voler chiudere la bocca a chiunque cerchi di ristabilire la realtà storica. Sono loro a disgustarci in continuazione con il revisionismo, con i falsi storici sulle inesistenti “cose buone” fatte dal fascismo. E sono sempre loro a voler censurare ogni accenno alle tematiche delle minoranze. Basti vedere cosa accade ogni volta che qualcuno propone di introdurre nelle scuole l’educazione alla tolleranza delle persone lgbtqia. Ogni volta parte il coro di coloro che non vogliono che i bambini sappiano che esistono anche queste persone, che con la scusa del “no all’ideologia gender” pretendono di cancellare ogni espressione diversa dalla loro. In questi ultimi tempi quante volte abbiamo sentito dire che bisogna proteggere i bambini dall’ideologia? Non è forse “cancel culture” questa? Non è “cancel culture” negare ai bambini la conoscenza della diversità presente nella società? C’è, alla base di questi discorsi, la cultura del nemico, che vede nella diversità (etnica, sessuale, religiosa…) un pericolo e nel diverso un avversario da mettere a tacere. L’idea che i bambini vadano “protetti” dalle istanze di eguaglianza delle minoranze è aberrante e discriminatoria. Senza contare che esistono anche bambini lgbtqia che, secondo costoro, non hanno il diritto a essere rappresentati e a vedersi riconoscere per quel che sono. Di più: non hanno il diritto di essere protetti dalla violenza e dal bullismo omotransfobico. Perché è di questo, alla fine, che si parla: quel che il movimento lgbtqia vorrebbe insegnare nelle scuole è il rispetto verso chiunque e non certo immaginarie “teorie gender”.

Anche a proposito della censura dei classici, per riprendere il primo caso che abbiamo visto, sono proprio questi politici di destra a farla. Perché nel libro di letteratura latina che usavo al liceo c’erano le poesie che Catullo dedicò a Lesbia, ma non quelle che dedicò a Giovenzio? Perché l’omosessualità dei classici era costantemente sminuita, censurata, a malapena citata? Non è “cancel culture” questa?

Un punto importante dell’alterazione della realtà portata avanti dalla retorica di destra è lo spostamento delle critiche dai crimini commessi o dalle idee all’appartenenza a un certo gruppo. La statua di Edward Colston è stata abbattuta perché era uno schiavista e non perché era bianco. Ma per difenderlo e puntare il dito contro gli antirazzisti è necessario falsificare la realtà, sostenere che i neri vogliono eliminare le statue dei bianchi, farne una questione di scontro razziale e non di giustizia. Lo stesso fanno con le persone lgbtqia, accusate di voler censurare gli eterosessuali e non gli omotransfobici. È una retorica pericolosa, che genera divisione e rabbia in seno alla società e che sfocia spesso in atti di violenza e che potrebbe portare a cose ben peggiori. È questa cultura intollerante e violenta a essere “divisiva”, per usare un termine caro ai fascisti nostrani, e non certo i diritti che mirano, anzi, a creare una società inclusiva dove tutti possano vivere in pace e dignitosamente. I diritti dei neri non tolgono nulla ai bianchi (a meno che non si voglia sostenere che l’odio razziale sia un diritto), i diritti delle persone lgbtqia non tolgono nulla agli eterosessuali e ai cisgender.

Lo stesso vale per il cosiddetto “politically correct”. Insultare gli altri non è un diritto. Del resto, se si prova a trattare i detrattori del “politically correct” nello stesso modo in cui essi pretendono di trattare le minoranze, li si vede subito cambiare idea e pretendere rispetto.

Anche tutte le accuse rivolte, a tal proposito, alle case cinematografiche, o alle piattaforme di TV on demand sono solo strumentali. La presenza di personaggi lgbtqia o appartenenti ad altre minoranze non è “politically correct”, ma puro e semplice marketing. I produttori cinematografici sanno bene che, mettendo un attore nero, molti più neri andranno al cinema. Inoltre a coloro che si domandano perché ci debbano “sempre” essere personaggi appartenenti alle minoranze, ribalto la domanda e chiedo: perché no? Perché non dovrebbero esserci personaggi neri, gay, transgender ecc.? A voi la risposta.

Enrico Proserpio

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